L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017
- 24 Maggio 2017

L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017

Scritto da Lorenzo Cattani

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Istat 2017: è scomparsa la classe operaia?

Questo è sicuramente stato il tema più discusso negli ultimi giorni. L’Istat ha infatti “ricostruito” le classi sociali italiane, raggruppandole in nove gruppi nuovi: i giovani blue-collar, le famiglie degli operai in pensione (famiglie a reddito medio), le famiglie a basso reddito con stranieri, le famiglie a basso reddito di soli italiani, le famiglie tradizionali della provincia, le anziane sole e i giovani disoccupati (famiglie a reddito basso), le famiglie di impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente (famiglie benestanti). L’idea alla base di questa classificazione è che le diseguaglianze, che nel corso degli ultimi 50 anni non hanno cessato di crescere, avrebbero generato una frammentazione tale per cui la società non si riconoscerebbe più sulla base di un’identità in termini di valori e portato sociale. Questa crisi sociale sarebbe più forte soprattutto fra il ceto medio, che adesso sarebbe composto dalle famiglie di impiegati, di operai in pensione e famiglie tradizionali della provincia, e la classe operaia, divisa per la metà fra giovani blue-collar e famiglie a basso reddito di italiani o stranieri. Su diversi giornali si è parlato soprattutto di una fine della classe operaia, quasi accettando come fatto compiuto la frammentazione, e conseguente scomparsa, di questo gruppo.

Questa è un’altra domanda importantissima che la politica deve porsi sul futuro dell’economia italiana: la classe operaia ha cessato di essere un attore centrale del capitalismo italiano? Questa domanda pone un dubbio enorme per il modello economico italiano, cioè quali debbano essere le unità lavorative di riferimento per il futuro. Su quali basi dovrebbe poggiare un ipotetico discorso sul rilancio dell’economia italiana? Non è una domanda banale e abbozzare una risposta non è possibile in questa sede, ma è possibile ragionare in termini intuitivi sui dati rilevati dal rapporto Istat. La classe operaia si sarebbe quindi “spezzata”, dirigendosi verso tre gruppi: giovani blue-collar, famiglie a basso reddito con stranieri e di soli italiani, un primo passo potrebbe essere quello di chiedersi quanti siano: dai dati Istat, in questi tre gruppi rientrano 19,2 milioni di individui, pari a 6,6 milioni di famiglie, ovvero il 31,6% della popolazione italiana. Naturalmente non saranno tutti operai, ma questi numeri dovrebbero quantomeno suggerire una forte cautela prima di affermare la fine della classe operaia. Ciò che emerge è una forte differenza in termini settoriali: in un’intervista rilasciata il 18 Maggio, Berta sostiene proprio che vada fatto un discorso diverso per gli operai che lavorano nella logistica e nei magazzini, che per il docente formano un esercito di “invisibili”, privi di tutele, protezioni e rappresentanza. Berta ricorda come a Mirafiori lavorassero 50mila operai, che formavano un gruppo facilmente riconoscibile, mentre invece questi “operai 2.0”, sono dei neo-sfruttati e non si vedono. Ed effettivamente quest’immagine appare confermata dai dati Istat: i giovani blue-collar in effetti hanno un reddito sostanzialmente in linea con la media nazionale e trovano lavoro prevalentemente nell’industria, impegnati in attività manifatturiere ed estrattive, o nel settore dell’energia, gas e acqua e costruzioni. Negli altri due gruppi, nonostante la maggioranza relativa lavori nell’industria manifatturiera, si nota un’incidenza non trascurabile dei servizi privati alle famiglie, il commercio, i trasporti e il magazzinaggio. Le famiglie a basso reddito sono caratterizzata da occupazioni perlopiù non qualificate, un tipo di occupazione che è cresciuta in Italia, e, cosa che ancora più importante, per le famiglie a basso reddito con stranieri si nota un forte problema di matching fra domanda e offerta di lavoro, tenuto conto che l’incidenza di titoli secondari e post-secondari mette questo gruppo alle spalle di quello delle famiglie benestanti.

Anche in questo caso, non solo è consigliabile la via della prudenza ma è anche chiaro come i dati Istat facciano sorgere un problema enorme, a cui la politica dovrà dare una risposta prima che sia troppo tardi: integrare il settore dei servizi all’interno di quella che è storicamente stata la strategia di produzione italiana del settore manifatturiero. Come ricorda Berta, le classiche tute blu “chine sulla catena di montaggio” non esistono da molto tempo, la specializzazione è un elemento chiave, che inevitabilmente impatterà sui diversi settori di competenza. Probabilmente la classe operaia non sarà più come in passato, ma per le caratteristiche del capitalismo italiano, dove l’investimento specifico da parte delle imprese sulle competenze dei lavoratori, riesce difficile pensare che il futuro che si apre davanti a noi sarà un futuro senza operai, anche considerando l’incombente quarta rivoluzione industriale (l’Italia ne ha conosciute tre, come il resto del mondo, e gli operai hanno continuato a svolgere un ruolo importante). Tuttavia, il pregio della “ricostruzione sociale” effettuata dall’Istat è quello di riconoscere i nuovi gruppi più esposti al rischio sociale, nei cui confronti dovrà concentrarsi, e sulle cui basi dovrà essere ricostruito, il Welfare State. Nella formazione di questi gruppi sociali nuovi hanno infatti concorso non solo la posizione professionali ma anche altre caratteristiche della società di oggi: giovani sovraqualificati, stranieri di seconda generazione, stranieri con background formativo non riconosciuto in Italia e soprattutto giovani disoccupati o atipici (che lavorano con contratti a termine o di collaborazione) che frena la crescita demografica (con serie ricadute sulle disuguaglianze) e sociale del Paese. La parte finale dell’articolo sarà infatti dedicata a due temi su cui dovrà concentrarsi una forte azione in termini di politiche sociali e redistributive: la condizione delle donne e l’ereditarietà del livello d’istruzione.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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