L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017
- 24 Maggio 2017

L’Italia nel rapporto annuale Istat 2017

Scritto da Lorenzo Cattani

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Istat 2017: condizione femminile

Nonostante abbia conosciuto un miglioramento significativo negli ultimi anni, la condizione della donna e il divario di genere continua ad essere un tema fondamentale, che dovrà essere messo al centro dell’azione pubblica. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è infatti ancora più bassa di quella maschile (il 48,1% contro il 66,5%), tuttavia le donne lavorano più degli uomini: considerando infatti sia il lavoro retribuito che il lavoro familiare e di cura, un uomo lavora mediamente 39 ore e mezza alla settimana, mentre una donna lavora una media di 46 ore e 52 minuti settimanali. Questi valori aumentano se si prendono in considerazione gli occupati (51 ore e 49 minuti per gli uomini contro 57 ore e 59 minuti per le donne), ma la cosa interessante è che una donna non occupata lavora solo due ore in meno rispetto ad un uomo occupato, a testimonianza del grande contributo delle casalinghe al benessere familiare. Oltre a questi dati si deve prendere in considerazione anche il fatto che gli ostacoli all’accesso e alla permanenza nel mercato del lavoro sono maggiori per le madri: fra le donne di età compresa fra i 25 e i 49 anni, l’occupazione è infatti significativamente più bassa per le madri, con l’eccezione delle madri sole per cui il tasso di occupazione supera il 60%.

Questa è una fotografia molto generale, perché la condizione femminile è un problema che non si palesa solo in maniera trasversale tramite il divario di genere, ma assume dimensioni differenti anche lungo l’asse socioeconomico e geografico. È questo un elemento che la politica non può permettersi di ignorare, che è un altro tema ritenuto fondamentale da chi scrive: la riconciliazione vita-lavoro non può avvenire in maniera indiscriminata, ma deve agire anche sul livellamento delle disuguaglianze socio-economiche e sul riavvicinamento culturale fra Nord e Sud.

Ad una prima disaggregazione dei dati, si nota subito come il possesso di un titolo di studio elevato favorisca l’occupazione femminile, tuttavia questo dato va letto anche in virtù dell’appartenenza al gruppo sociale: per le donne delle classi più abbienti il titolo di studio, unitamente al reddito più elevato, non garantisce solo un’occupazione stabile ma fornisce protezione nel mantenere l’impiego quando le donne diventano madri. A sostegno di questi dati vi è anche il fatto che il sovraccarico di lavoro maggiore si registra nei gruppi a reddito più basso: nelle famiglie a basso reddito con stranieri le donne tendono infatti a lavorare più di 60 ore a settimana tra lavoro retribuito e familiare. Conciliare vita e lavoro risulta però difficile anche per le famiglie di impiegati con un numero di donne sovraccariche al di sopra della media, mentre il sovraccarico delle donne del gruppo giovani blue-collar si colloca sulla media nazionale. Questo dato registra i valori più bassi per la classe dirigente, poiché vi è un maggior ricorso ai servizi privati per le famiglie, affidandosi all’aiuto di colf o baby-sitter ad esempio.

A questo dato, di natura socio-economica, se ne aggiunge un altro di natura geografica, inerente al divario geografico fra il Centro-Nord e il Sud. Nel Mezzogiorno infatti la partecipazione femminile scende al 31,7%, contro il 58,2% del Centro-Nord, ma soprattutto al Sud vi è un’importante quota di donne che non hanno mai lavorato, pari al 33,5% delle donne fra i 50 e 64 anni. In generale, al Sud si è mantenuto molto forte lo stereotipo del male breadwinner, letteralmente l’uomo che porta a casa la pagnotta, figura di riferimento dei Welfare State mediterraneo e dell’Europa continentale sorti dopo il secondo conflitto mondiale. A questa figura fa capo una divisione tradizionali dei ruoli familiari, con l’uomo che si concentra sul lavoro retribuito e la donna che invece si occupa dei compiti casalinghi. Partendo dal fatto che il modello del breadwinner è difficilmente sostenibile, in Italia il 45,1% delle donne e il 53,4% degli uomini è abbastanza o molto d’accordo con l’affermazione per cui sia meglio per la famiglia che l’uomo si dedichi alle attività economiche e la donna alla cura della casa. Al Mezzogiorno questi valori balzano al 52,8% per le donne e al 61,8% per gli uomini e aumentano anche, a livello nazionale, per chi ha un titolo di studio più basso, a conferma della duplice natura, socio-economica e geografica, della condizione femminile in Italia.

Fare passi in avanti sul divario di genere vuol dire fare altrettanti passi avanti per la riduzione delle disuguaglianze, motivo per cui l’agenda pubblica deve aumentare i suoi sforzi per conciliare vita e lavoro. Una soluzione ipotetica, riprendendo Ferrera, potrebbe essere quella di investire pesantemente, a livello locale, sugli asili nido pubblici, ma in generale è fondamentale pensare a investimenti sulla early education and care, come pre-scuola e doposcuola. È naturalmente fondamentale che i servizi per l’infanzia siano soprattutto pubblici: il rapporto ha già rilevato che la conciliazione è più facile per le donne della classe dirigente, di conseguenza una rete locale molto fitta di servizi per l’infanzia pubblici potrebbe agire anche a livello socio-economico e geografico. Bisognerebbe ripensare anche i trasferimenti sotto forma di assegni familiari, i quali sono forse più adatti per le famiglie meno abbienti e vanno visti come una politica per facilitare le nascite più che come strumento per il miglioramento della condizione femminile. Discorso diverso invece per le madri sole, per cui un assegno calcolato sulla base del lavoro familiare svolto potrebbe essere una soluzione interessante.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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