Lo spettro di Hoover

Nel 2014 l’Unione Europea rinnova il suo Parlamento comune. L’appuntamento ricade nel sesto anno di crisi economica, importata dagli Usa senza però saperne emulare le politiche per uscirne. Una crisi affrontata con strumenti figli di un difettoso disegno dell’Unione1, adottando moltiplicatori fiscali sbagliati, senza accordi per mutualizzare i debiti pubblici, dissestati da una epocale socializzazione delle perdite bancarie2. Con una crisi così pronunciata e minacciosa lo sforzo di far convergere macroeconomicamente aree europee a sviluppo asimmetrico appare a larghi strati dei diversi popoli una severa pretesa, tanto da erodere il senso di appartenenza al comune progetto europeo.

Una luce sinistra allunga le ombre delle divergenze tra gli interessi delle economie nazionali minando alla base il senso degli slanci cooperativi che servono e servirebbero per integrare l’eurozona. Intanto montano inesorabili gli atavici sospetti di scarso solidarismo e di opportunismi nazionali, a fronte dell’insostenibilità a livello comunitario di uno status quo di divaricazione tra esercizio della sovranità e istanze democratiche3.

Tanto Euro, poca Europa

L’ambizione europeista che pure persiste, rischia di lasciare il posto ad una rassegnata coabitazione monetaria nel limes tra il male minore e la scelta forzata. Perché siamo a questo punto? Come uscirne? Le soluzioni domestiche per la nostra malconcia eurozona sono il nuovo mood di intellettuali ed accademici4 europei fino a ieri impegnati in overview sulla globalizzazione planetaria. Sul Mes5, il Fiscal Compact6, l’Unione bancaria7, le varie posizioni si contrappongono con inusitata durezza, riflettendo, in fondo, le lacerazioni dell’opinione pubblica. Eppure dall’Europa sono venute, nel secondo novecento, tante buone risposte di convivenza civile, integrazione e dialogo sociale dopo la miseria e la violenza di due fratricidi conflitti.

Nessuno nega quanto sia complicato fare l’Europa unita, sicuramente per gli Europei la sfida più ardita nel secolo breve. Una sfida consegnata al secolo che viviamo, il meno eurocentrico dalla fine del medioevo feudale. Secondo la visione dell’integrazione fondata sugli effetti unificanti dei processi geopolitici federativi8, la competizione economica con altre aree dovrebbe favorire una coesione regionale europea. E, ancora, la stessa caratura meno eurocentrica degli equilibri globali dovrebbe unire, e non dividere, gli europei. In termini aggregati, infatti, i Paesi europei non detengono più la gran parte della ricchezza globale e, rispetto alle grandi sfide globali, nessun Paese del vecchio continente, Germania compresa, è in grado di misurarsi da solo.

La crisi ha però alimentato il dubbio che l’architettura non funziona bene, motivo per cui il work in progress dell’integrazione comunitaria sta complicando l’Unione tra popoli di diverso grado di sviluppo socio-economico, oltre che lingua e costumi. Su questo dubbio rischia di infrangersi il sogno dell’Europa unita. Anche gli europeisti più convinti palesano l’esigenza di correre ai ripari. I fondatori dell’Euro, in fondo, vollero incarnare nel suo conio le convergenze tra Paesi e non le differenze – di reddito, finanze pubbliche, regimi di protezione sociale, qualità della vita – che pure la sua adozione ha reso percepibili, monetizzando asimmetrie un tempo celate tra gli interstizi delle divise nazionali. Di tale percezione bisogna fare stimolo alla convergenza e non alla disgregazione.

Il forte sotto assedio

Per gli euroscettici è inutile insistere sulla via della moneta unica perché il Re è nudo e le nazioni europee, come tante vestali, non riescono a coprirlo con i panni di una comune sovranità. Alle tinte fosche di questa visione critica9, non priva di argomenti10, è insufficiente opporre la solidità di una gelida direzione tecnocratica dell’uscita dalla crisi europea. Per non parlare poi delle stesse élite politiche all’interno dei Paesi. Esse stesse sembrano spesso meno convinte di una effettiva unione politica europea di quanto dichiarano, così come già manifestatosi in occasione della mancata approvazione della Costituzione europea del 2005.

Poco fuori dal tempio di Bruxelles risuona troppo flebile e algido l’eco dei richiami alla stabilità monetaria della Commissione, dei ministri finanziari agli Ecofin e della Banca Centrale Europea. La prosperità nella stabilità economica perde la sua dignità di pre-condizione del benessere dei popoli se non si unisce a politiche di coesione per la crescita equa e lo sviluppo condiviso. Il forte è sotto assedio: si sentono già rullare i tamburi che annunciano battage politici in base ai quali l’Europa a moneta unica, lungi dall’essere un modello, è rapidamente diventata una congerie di vincoli e, quindi, un problema. Su queste problematicità cresce il consenso per formazioni sostanzialmente unite dal loro gran rifiuto dell’Euro, e tuttavia divise su altri fronti. Chi le avversa sostiene che esse sono costituzionalmente inadatte a convivere, perché le loro attitudini fondamentali pendono o verso il nazionalismo – che per definizione esclude condivisioni transnazionali – o verso il separatismo o, in qualche caso, verso l’uno e l’altro insieme. E si potrebbe continuare. Fino ad immaginare i conflitti che gli europeisti paventano se i partiti antieuro dovessero andare al potere e decidere di “uscire dall’euro un venerdì sera per poi vedere di nascosto l’effetto che fa”11 negoziando nel caos i tassi di cambio tra le ritrovate monete nazionali12.

La disciplina fiscale non è (mai) troppa ?

Ma cosa ha alimentato tanto scetticismo verso l’integrazione monetaria? Indubbiamente, il paradosso di una crisi economica che, da più parti13, viene addebitata ad un sistema finanziario al collasso salvato da governi compiacenti con il dissesto dei bilanci pubblici. Una crisi aggravata e non lenita, da discipline fiscali imposte per salvare l’euro e l’integrazione europea con parametri rigidi insostenibili – concepiti dall’Unione Europea stessa nel decennio della trickle-down economy14. Di fronte al crescere del malcontento le tecnostrutture hanno insistito nel minimizzare gli effetti sociali devastanti di anni di recessione ritenendo inevitabile sacrificare i debiti sovrani per il salvataggio sistemico del sistema finanziario. Si è poi ritenuto virtuoso imporre rigore usando l’associazione tra crisi e sacrifici necessari – chiedendo moderazione dei livelli retributivi e tagli ai sistemi pubblici di welfare – come effetto disciplinante e propulsivo del processo di integrazione europea. Ma siamo sicuri che la crisi condurrà i Paesi europei a ricercare la risposta ai problemi in un più avanzato livello di cooperazione e  di integrazione politica? E a realizzare celermente l’unione bancaria, l’unione fiscale e anche l’unione politica? O forse così si rischia di cadere in una perversa eterogenesi dei fini di marca europeista, condivisa prima della crisi ed ora piuttosto contestata?

In effetti, si disse che era indispensabile un passo avanti nell’integrazione europea anche quando la crisi, partita negli Stati Uniti15, investì nel 2008 Grecia e Irlanda per poi colpire Spagna, Portogallo e Italia, facendo paventare da molti un collasso dell’euro. In piena virulenza della crisi economica, nel Consiglio Europeo del giugno 2012, i leaders europei assunsero alcuni impegni solenni. Questi propositi vennero fissati ma di quel vasto programma si è visto ancora poco tranne il varo, anch’esso in modalità poco convincenti, dell’unione bancaria16. In particolare, si continua a disattendere l’impegno al sostegno della ripresa economica, sostituito da un inasprimento delle regole fiscali che finisce per deprimere la crescita. Risultato? Nel 2013, ben sette Paesi dell’Unione erano ancora in recessione, e nessuno aveva recuperato il tasso di crescita medio precedente la crisi. Le previsioni dicono che le recessioni finiranno nel corso del 2014, ma solo la Germania sarà in grado di recuperare il pur modesto ritmo di marcia che aveva prima del 200717.

La Commissione ha governato la legislatura rendendo impraticabile qualunque altra condizione se non la disciplina fiscale, dichiarando a più riprese, di farlo nell’interesse dei popoli europei. Più che una visione, è una forzatura che rischia di provocare, a mano a mano che essa verrà percepita dai cittadini europei, una reazione contro l’idea stessa di Unione Europea.

La sola disciplina fiscale ha generato una “disciplinata recessione” – tranne il caso greco – che ha emarginato le energie impegnate a rilanciare la crescita riattualizzando i principi redistributivi del modello sociale europeo. Non si è capito che di questo modello bisogna saper conservare da un lato l’aquis unificante tra i popoli che ne hanno conosciuto i vantaggi, dall’altro la capacità attrattiva verso chi ne è stato storicamente escluso. Non dimentichiamo che è stato il consenso esterno al modello sociale europeo a rendere possibili i progressivi allargamenti dell’Unione.

Nella prossima legislatura europea serve una interpretazione più flessibile ed intelligente dei vincoli sin qui imposti, in modo da togliere ragioni alla protesta che cresce anche nei Paesi fondatori come l’Italia18, colpita dalla recessione. Eppure, nel Paese di Altiero Spinelli il consenso verso il processo di integrazione europea ha costituito a lungo non solo una scelta condivisa delle maggiori forze politiche, ma soprattutto un sentimento radicato e diffuso nell’opinione pubblica19.

Cosa si può fare

In un contesto difficile, si approssima il semestre di presidenza italiano, durante il quale sarebbe auspicabile una coraggiosa rivisitazione dell’approccio intergovernativo che si è imposto durante la crisi dell’euro. La stabilità macroeconomica può essere preservata a patto che non si depauperino gli altri beni pubblici che può garantire l’Unione monetaria20 convergendo su alcuni punti:

  • ottenere l’incremento del bilancio dell’Unione Europea con un graduale aumento fino al 5% del Pil entro il 2020, liberando risorse per investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca;21
  • creare le euro-obbligazioni per riassorbire il debito e per garantire collettivamente l’area della moneta comune;
  • riequilibrare la fiscalità a favore del lavoro e delle imprese, spostandone in parte il peso sulle rendite e i patrimoni;
  • introdurre misure fiscali per neutralizzare le operazioni speculative, combattere l’evasione fiscale e i paradisi fiscali;
  • ripensare il ruolo dei fondi strutturali verso la crescita, con diversificazioni delle specializzazioni produttive, e l’occupazione, come già sta avvenendo con la Youth Guarantee;
  • ricapitalizzare la Banca Europea per gli Investimenti22;
  • razionalizzare e europeizzare la spesa militare e di intelligence.

L’insieme delle politiche sopra indicate potrebbe produrre nell’eurozona, secondo un recente Policy Brief23 del Centre for Development Policy and Research, in collaborazione con Feps, una crescita superiore al 2,5% nel periodo 2014-2018, e superiore al 3% fino al 203024, con la creazione di nove milioni di nuovi posti di lavoro.

Si può e bisogna volare alto. Si deve avviare una nuova stagione di alta politica europea. è giunta l’ora di ripensare Maastricht ridefinendo innanzitutto i meccanismi istituzionali che sovrintendono alla sua governance economica25. In tal senso due mete sono assolutamente da perseguire:

  • una nuovo modello di Banca Centrale Europea con obiettivi estesi – come è per la legge che negli Stati Uniti regola l’attività della Riserva Federale – alla promozione di un elevato volume di investimenti e dell’aumento dell’occupazione, rispetto a quelli attuali limitati all’obiettivo della stabilità monetaria26;
  • un governo dell’Euro con un Tesoro unico continentale che, in una prima fase, sia una sorta di stanza di compensazione dei debiti sovrani e poi divenga regolatore virtuoso della loro condivisione. In una dialettica virtuosa tra Tesoro Ue e Bce si potrà finalmente “governare il cambio” della moneta unica, con quotazioni sul mercato valutario che agevolino la competitività delle produzioni europee.

Si potrà così affrontare la decisiva questione della mutualizzazione federale del debito. Inutile negarlo, il percorso per una sua realizzazione è irto di ostacoli politici per le implicazioni di ordine distributivo tra i diversi Paesi.
Si è parlato a lungo della necessità di un nuovo Piano Marshall per l’Europa, proposto dalla Confederazione sindacale tedesca27. Con spirito altrettanto costruttivo, il Consiglio tedesco degli esperti economici (SBGE) ha proposto nell’eurozona un Debt Redemption Pact28con il quale verrebbe istituito un fondo nel quale mettere temporaneamente in comune del debito eccedente il 60% del Pil con un rimborso graduale lungo un periodo di 25 anni. Occorrerebbero circa 5 anni per strutturare progressivamente questo Debt Redemption Fund con il concorso dei Paesi indebitati. Ciascun Paese rimarrebbe responsabile per la propria quota di debito. I Paesi con meno debito garantirebbero, agli occhi degli investitori, la solvibilità dell’intero fondo e sarebbero ovviamente previsti adeguati meccanismi di compensazione29. Non si tratta di un sistema per far pagare i deficit pubblici dei Paesi sovraindebitati agli altri ma, piuttosto, di pagare il debito stesso abbassando gli spread, contrastando così la speculazione finanziaria e liberando risorse aggiuntive per gli investimenti30.
In questo senso, in letteratura si è recentemente usato il Cambridge – Alphametrics Model (CAM) per mettere a confronto due scenari alternativi per l’Europa31. Nel primo si assume una continuazione delle attuali politiche basate su misure di austerità e le politiche del mercato del lavoro dal lato dell’offerta. Nel secondo si propone un approccio ‘employment-focused’ in cui, abbandonate le politiche di austerità, il livello degli investimenti aumenta in modo significativo grazie ad apporti incrementali dal bilancio europeo e a risorse nazionali disponibili dopo la mutualizzazione dei debiti sovrani in un fondo simile a quello proposto dal SBGE.
Considerando l’occupazione come indicatore chiave, su tale misura si prevede, tra i due scenari, una differenza di quindici milioni di posti di lavoro. In altre parole, insistere sull’austerity costerà agli europei quindici milioni di posti di lavoro entro il 2030. Un prezzo pesante da pagare, soprattutto se si considera che, scegliendo di pagare questo costo, i governi dell’eurozona dovranno probabilmente affrontare indebitamenti sul Pil superiori a quelli attuali fornendo giustificazioni per l’imposizione di ulteriori politiche di austerità.
Nell’Ue si sente forte la necessità di politiche per una crescita più equa e per l’innovazione. Sono queste le priorità che devono sovrintendere agli obiettivi della stabilità monetaria e della bassa inflazione e non il contrario. Eppure, mentre nel mondo si rivaluta e riqualifica l’azione di stimolo pubblica32, nell’Ue si continua a demonizzarla, a sottofinanziare il bilancio comunitario e a impedire con l’austerity gli investimenti pubblici. Serve invece una grande policy pubblica comunitaria – finanziata, ripetiamo, con l’incremento del budget dell’Ue – capace di coordinare le politiche industriali, formative, di ricerca e sviluppo e per l’occupazione. Le accresciute risorse pubbliche comunitarie potrebbero essere destinate a riorientare le strategie industriali dei Paesi membri verso adeguate diversificazioni produttive privilegiando specializzazioni in settori emergenti. Ad una minore concentrazione produttiva potrebbe corrispondere una ridotta esposizione a crisi economiche sistemiche e la possibilità di agili riconversioni33. Di pari passo si potrebbe creare tanto lavoro quanto se ne perde. Una sfida difficile tuttavia necessaria se vogliamo agire in Europa dal lato della domanda di lavoro.
Nei tanto vituperati Stati Uniti è l’Amministrazione che sostiene la propria industria attraverso politiche attive e selettive, oltre a forme di finanziamento diretto. Gli Usa hanno però un Treasury e una Fed: noi europei nessun Tesoro unico e nessun mandato duale per la Bce34.
Se ispirate a principi di progressive economy, istituzioni forti possono orientare un sistema di grandi imprese europee attive nei settori avanzati ma anche, perché no, nella reinterpretazione ecosostenibile di settori più tradizionali. Ai produttori europei bisogna chiedere di non puntare sulla svalutazione del lavoro evitando altri effetti depressivi da sottoconsumo a furia di insistere sulla compressione salariale. Quest’ultima è sicuramente una scorciatoia e non funziona.<

Lo spettro di Hoover

Gli storici dell’economia conoscono bene il perverso connubio austerità/depressione. In questo senso, essi hanno spesso indicato un modello negativo: la fallimentare e “austerica” exit strategy di Hoover dalla crisi del 1929. La reazione del trentunesimo Presidente Usa alla grande depressione fu disgraziatamente volta più che al sostegno diretto alle classi disagiate, ad una strategia di supporto ai gruppi finanziari e alle amministrazioni, negando sempre l’aumento delle provvidenze ai disoccupati e gli interventi volti a mitigare gli effetti della crisi a beneficio delle famiglie e delle classi lavoratrici.

Il parallelo tra i fallimenti dei repubblicani americani dell’epoca e gli stessi dell’ortodossia neoliberista dell’eurocrazia di oggi non è poi così azzardato. Il pensiero unico degli sherpa di Hoover minò alle basi la democrazia americana così come, oggi, una visione ordoliberale alimenta l’azione della parte più conservatrice della tecnocrazia europea. Altra cosa era lo spirito che muoveva le tecnocrazie mitterandiane quando, in buona sostanza, proposero alla Germania, finalmente riunificata, una moneta unica. Secondo una ricostruzione agiografica, l’Euro nasceva per cementare un’area regionale dove la crescita fosse sostenuta da rilevanti investimenti pubblici di qualità e da un aumento della domanda interna. Altri tempi, obietterebbe qualche epigono di scuola neoaustriaca. Gli ordoliberali eludono invece che questi che viviamo sono gli ultimi anni a disposizione per sincronizzare nuovo sviluppo e coesione economica, prima che la possente forza dei capitali di economie senza democrazia sociale, nell’impari confronto, impongano agli europei standard di vita, impresa e lavoro35 nemmeno lontanamente comparabili alle qualità del modello sociale europeo finora conosciuto36. Ai lavoratori europei così come ai restanti workers nel mondo, serve la massima diffusione di dignitosi world labour standard37 e non solo dei world trade agreement.

Il punto cruciale è avere la forza e la credibilità per contribuire ad una riforma e a una svolta che devono avvenire a livello di consessi istituzionali e politici, da rianimare con idee laboriste e non liberiste. Altrimenti la grande contrazione che ci ha colpito dal 2008 rischia di essere un’occasione sprecata. Col rischio che si riparta come prima, o forse peggio di prima.

“Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”38, ammonisce Santayana. Possiamo esorcizzare lo spettro di Hoover e del fallimento del tipo di politiche che adottò per la più grave crisi americana del novecento, tenendoci alla larga dal suo cattivo esempio di allora, per la crisi dell’Europa di oggi.

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1 Un difetto che rispondeva ad una visione inadeguata del funzionamento dell’economia, figlia di una precisa stagione ideologica. (Stiglitz 2003)

2L’intervento dei rispettivi Stati ha trasferito i problemi d’insolvenza dalle banche al debito pubblico (Correa et al. 2012, .Brandao-Marques et al, 2013).

3 Prima della crisi due autori avevano descritto il trade off tra democrazia e rappresentanza definendo come post-democratico (Crouch 2003) e contro-democtratico (Rosanvallon, 2006) lo spazio pubblico in Occidente isterilito dalle narrative mercatiste di fine novecento.

4 Come riconosceva già nel gennaio 2009 Daron Acemoglu “dobbiamo rimproverarci per aver trascurato importanti aspetti della realtà economica e non essere stati più lungimiranti dei politici” e per “essere stati complici nel determinare l’atmosfera culturale che ha condotto all’attuale disastro” (Acemoglu, 2009).

5Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva-Stati, istituito dalle modifiche del Parlamento al Trattato di Lisbona e ratificate il 25 marzo 2011 dal Consiglio, nasce come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona euro. Esso ha assunto però la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello dell’FMI), a motivo della struttura fondata su un consiglio di governatori (dei vari stati membri) e su un cda e del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai paesi aderenti al fondo-organizzazione. Il MES sostituisce il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), nati per salvare dall’insolvenza Portogallo e Irlanda, investiti dalla crisi. Il MES è attivo da luglio 2012 con una capacità di oltre 650 miliardi di euro, compresi i fondi residui dal fondo temporaneo europeo, pari a 250-300 miliardi.

6Fiscal compact è l’anglicismo con cui è conosciutoil Patto di bilancio europeo (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), approvato il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati dell’UE, tranne Regno Unito e Rep. Ceca, in vigore il 1º gennaio 2013. Le “regole d’oro” del Fiscal Compact vincolano i paesi UE per il principio dell’equilibrio di bilancio.

7 Sul sito della BCE si legge: “L’istituzione del meccanismo di vigilanza unico nell’autunno 2014 rappresenterà una pietra miliare nella realizzazione dell’unione bancaria in Europa. L’unione bancaria è uno dei quattro elementi costitutivi di un’autentica Unione economica e monetaria. Obiettivo dell’unione bancaria è dare vita a un quadro finanziario integrato per salvaguardare la stabilità finanziaria e ridurre al minimo il costo dei fallimenti delle banche. Le sue componenti saranno il meccanismo di vigilanza unico e i nuovi quadri integrati di garanzia dei depositi e di risoluzione delle crisi degli enti creditizi. L’unione bancaria si baserà su un corpus unico di norme per i servizi finanziari, esaustivo e dettagliato. La competenza di sviluppare ulteriormente questo corpus e di tenere sotto osservazione la sua applicazione è affidata all’Autorità bancaria europea (ABE).”

8 In passato, in Italia sostenuta politicamente soprattutto da Carlo Azeglio Ciampi.

9 Secondo gli euroscettici, di varia estrazione, bisogna uscire dall’Euro perché in Europa, la Germania (che  al contrario degli USA è, insieme alla Cina, il più grosso Paese creditore al mondo) ha imposto con l’Euro la stessa regola basata sui rapporti di forza. Usando come spauracchio il rischio inesistente di un’iperinflazione, la Germania tiene sotto lo stivale i paesi creditori facendo pagare tassi reali estremamente elevati, mantenendo allo stesso tempo un tasso di interesse sui Bund bassissimo. 

10 All’epoca dell’adozione dell’Euro, molti commentatori, di varia estrazione, avevano dato alla moneta unica pochi mesi di vita. Charles Goodhart (LSE) nel 2003 aveva ammonito: “La cartina di tornasole per capire come funziona l’Eurozona arriverà solo quando a un grande Paese dell’Unione sarà richiesto di prendere misure fiscali deflazionistiche in un momento in cui la sua economia sta soffrendo di una terribile stagnazione”. Allo stesso modo la pensava Geoffrey Ingham che insegna a Cambridge in un libro “The Nature of Money” pubblicato nel 2004: Il rischio politico che le condizioni di Maastricht possano diventare inaccettabili nel caso di una severa recessione che potrebbe richiedere un certo ammontare di discrezionalità monetaria non è formalmente riconosciuto nella teoria economica che costituisce il sostrato della nuova area monetaria le cui assunzioni sono basate sull’idea neoclassica che la moneta sia un mezzo neutro e che la stabilità dei prezzi sia essenziale per il successo economico di un Paese.”

11 Palma D. Iodice G. (2014). Questi due autori sostengono una tesi, non priva di argomenti, in base alla quale tra i pro-euro e gli euroscettici esiste una terza plausibile via: “trasformare l’euro da “moneta unica” a “moneta comune”, in un nuovo sistema di cambi tra monete nazionali. Riprendendo la proposta di Keynes a Bretton Woods, si tratterebbe di implementare un meccanismo di riequilibrio preventivo tra i paesi dell’area euro, con l’introduzione di una stanza di compensazione attraverso la quale si terrebbe il conto, denominato in Ecu, delle partite correnti dei membri dell’area valutaria. Attraverso interessi negativi crescenti su deficit e surplus eccessivi e, per questi ultimi, l’aggravante di una possibile requisizione, si scoraggerebbe la deflazione interna come strumento competitivo e si indurrebbero i paesi in surplus ad un aggiustamento simmetrico, ad esempio attraverso l’aumento dei salari nominali, l’espansione fiscale o la spesa diretta del surplus in produzioni dei paesi in deficit. Il sistema prevederebbe anche la possibilità di aggiustamenti del cambio concordati tra i membri dell’area valutaria.”

12 Secondo Agnès Bénassy Quéré (2014) bisogna invece difendere l’Euro anche dalle critiche di chi sostiene che l’eurozona non è una area valutaria ottimale: «Alors la zone euro est-elle une zone monétaire optimale? Il n’y a pas de réponse à cette question car nul n’a véritablement fait le calcul qui est particulièrement difficile. Évitons donc les formules à l’emporte-pièce et raisonnons calmement. Premièrement, nous n’avons aucune certitude que la France soit elle-même une zone monétaire optimale. Les partisans de la réintroduction du franc français devraient aussi s’interroger sur l’opportunité d’un franc breton, d’un franc d’oc, d’un franc chti, etc. Deuxièmement, il faut comparer la monnaie unique (notre situation actuelle) à la seule alternative possible qui est le flottement des monnaies. L’idée de revenir à un régime de change fixe comme avant l’euro est au mieux un leurre, au pire un cauchemar. Nous avons été bien contents de mettre fin au Système monétaire européen après la crise de 1992-93. Mais le flottement des monnaies, c’est la guerre des monnaies à domicile, alors que nous passons notre temps à nous plaindre de celle menée par les Etats-Unis ou le Japon. Troisièmement, le bénéfice de la monnaie unique, comme celui de facebook, tient au nombre de participants. Réduire le nombre de participants à l’euro, comme le proposent certains, c’est amenuiser son intérêt. Nous avons trop tendance à oublier que nous exportons davantage vers l’Italie que vers les  Etats-Unis. Vous aimez la volatilité du dollar, vous adorerez celle de la lire italienne. Et puis il y a l’Espagne. Nous vendons presque autant à l’Italie et à l’Espagne réunies qu’à l’Allemagne. Que diront nos entreprises lorsque ces deux pays auront dévalué de 30% ? À ceux enfin qui privilégient le canal historique – les six pays de la Communauté européenne du charbon et de l’acier – on peut opposer que les principaux conflits actuels liés à la gestion de l’euro ne concernent ni l’Estonie, ni l’Autriche, ni la Slovénie. Quant au Portugal, son effort d’ajustement devrait nous inspirer le respect. Si l’Irlande nous agace avec son taux d’imposition sur les sociétés à 12,5%, c’est bien autour du couple franco-allemand que se cristallisent les frictions. Inutile donc de jeter les wagons du train électrique si c’est la locomotive qui est en panne. Quant à la locomotive, on peut la réparer, si l’on s’en donne la peine»

13 In questo senso Griffith–Jones, Ocampo 2011, Petit 2012, Bellofiore 2013.

14 La teoria del Trickle-down o semplicemente Trickle-down, indica negli Stati Uniti un’idea di sviluppo economico che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici (con alleggerimento dell’imposizione fiscale) elargiti a vantaggio dei ceti abbienti favoriscono necessariamente e ipso facto l’intera società, comprese le fasce di popolazione marginali e disagiate. Oggi la teoria del Trickle-down è associata alla reaganomics e al liberismo laissez-faire più integrale, nonché al cliché marginalista della supply-side economics (politica dell’offerta), in voga negli anni ottanta ai tempi delle politiche attuate dall’amministrazione Reagan di riduzione della tassazione e di privatizzazione dei settori pubblici dell’economia. Legata allo sviluppo trickle-down è anche la curva di Kuznets, una ipotesi di sviluppo industrialista secondo la quale l’idea di massima crescita economica si associa ad a un allargamento dei benefici all’intero spettro (dalle élite imprenditoriali come alle classi povere)del corpo sociale

15 Sin dalle prime fasi della crisi negli Usa, Stiglitz (2009) aveva previsto successive conseguenze macroeconomiche sull’Eurozona.

16In tema, va rilevato che gli Usa sono dotati di una unione bancaria, con istituzioni federali che trasferiscono il problema dell’eventuale sostegno finanziario alle banche insolventi a livello federale. Il meccanismo di trasmissione della crisi del 2008 è stato così indiretto e gli Stati locali, a struttura finanziaria semplificata, non sono stati direttamente coinvolti dalla crisi, garantiti come sono da una mutualizzazione federale del debito, mentre nell’UE una simile federalizzazione è una vera e propria chimera peraltro avversata dai suoi paesi nordici.

17 In termini critici sulla distribuzione del reddito in Germania, si è espresso recentemente Joseph Stiglitz che, nella sua presentazione al forum di progressive economy (febbraio 2014), ha evidenziato come “In Germany, from mid 1990s to 2008 the bottom three deciles showed negative growth in real disposable income”.

18 Non è facile trovare altri paesi in cui si continui come in Italia a dare tanta credibilità all’autosufficienza delle ricette supply side.

19 Fabbrini 2003.

20 Secondo Pier Carlo Padoan (2002, pag. 168) già partecipando allo Sme “la Germania ha fornito un bene pubblico: la stabilità monetaria..” A ritroso, sin dai tempi di Weimar sicurezza e stabilità sono un must della politica tedesca, ad eccezione della “parentesi” nazista.

21 Attualmente il bilancio pubblico europeo non arriva all’1% del Pil europeo (Pini, 2013). Come può un bilancio pubblico dell’ordine di 1 punto di Pil prefigurare delle misure macroeconomiche? Semplicemente non può.

22 Secondo Nouriel Roubini, intervistato da Eugenio Occorsio su Repubblica (14/4/2013) ”..L’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Bei e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond da utilizzare anche per altre operazioni […] altro che fiscal compact, qui serve un growth pact..”

23 McKinley T., Cozzi, G., Michell J., Bargawi H., (2013)

24 Mc Kinley et al. (2013): “The results generated by our Employment-Led Scenario are generally impressive, particularly in contrast to the bleak prospects being produced by the strategy of protracted austerity. Most importantly, employment reaches historically high levels, and economic growth rises well above the current rates that are hovering close to zero in most European blocs, as well as above the similarly low projected rates under the Austerity Scenario. A rise in private investment is partially responsible for overcoming the stagnation in economic growth. However, more concerted policy initiatives will have to be undertaken over the medium term to lift private investment back up to its pre-crisis levels. Such an initiative could play an important part in raising economic growth rates consistently above 3% through 2030.”

25 In tal senso, De Grauwe 2011.

26 Data la diversità delle economie dei paesi dell’area euro e la mancanza di trasferimenti e vero coordinamento delle politiche fiscali, il mandato duale è una condizione ancor più necessaria che nel caso degli Stati Uniti, dove il bilancio federale di fatto opera da stabilizzatore. 

27 Secondo Paolo Borioni (2013): “Il Piano Marshall della Confederazione sindacale tedesca (Dgb) mira a raccogliere migliaia di miliardi di euro da investire in innovazione sociale, infrastrutturale, ambientale, energetica, edilizia in tutti i paesi europei. I punti di forza di questo Piano sono diversi, e nell’articolo vengono enumerati, fra di essi c’è la produzione di crescita tramite il lavoro e tramite la domanda effettiva da investimento avanzato. Inoltre alcune delle dinamiche sociali, produttive e politiche innescabili dagli effetti di lungo periodo del Piano sono potenzialmente una minore pressione sui salari e sul welfare da parte delle forze neoliberali, e ciò per gli effetti di rafforzamento del lavoro, della regolazione economica e dell’idea che il controllo sui conti pubblici e il deficit delle partite correnti non si ottiene durevolmente tramite i tagli ma tramite gli investimenti innovativi proposti dal Piano. Questo però sarà davvero efficace e utile nei paesi oggi meno strutturalmente competitivi solo se permetterà loro di attrezzarsi a esso, per esempio tramite investimenti in ricerca e sviluppo in deficit.”

28 Doluca H., Hübner M., Rumpf D., Weigert B., (2012).

29 Bofinger P., Buch C.M., Feld L.P., Franz W. & Schmidt C.M. (2012); Buchheit L.C., Gelpern A., Gulati M., Panizza U., di Mauro B.W. & Zettelmeyer J. (2013).

30 Mutualizzare i debiti sovrani è interesse anche dei paesi nordici dell’UE che ritardando decisioni in tal senso, non fanno altro che prepararsi a pagare molto di più, come è successo nel caso della Grecia (Ang-Longstaff, 2013).

31 Cozzi e Michell 2014.

32 La teoria keynesiana – recuperata anche da autorevoli studiosi come Krugman (2005 e 2009) o Solow (2005) – non veniva  riabilitata ma, di certo, era un po’ meno vituperata.

33 Secondo Ciccarone-Saltari (2011) non bisogna demonizzare il modello tedesco di relazioni industriali che ha puntato su una maggiore crescita del capitale innovativo per addetto, sulla riorganizzazione dei luoghi di lavoro e sulla formazione quale elemento chiave della crescita, creando un clima favorevole per una specializzazione industriale concentrata sulle esportazioni ad alto valore aggiunto, leva del surplus commerciale tedesco.

34 Ci si riferisce all’istituzione di un chiaro mandato duale – stabilità dei prezzi e massima occupazione – per la Banca centrale europea.

35 In questo senso, sono condivisibili le analisi e le raccomandazioni dell’Ilo di Ginevra per una rivisitazione degli standard produttivi mondiali in chiave di tutela di diritti laboristi.

36 “Abbiamo costruito in Europa, la società più sicura che il mondo abbia mai conosciuto. Quello di conservarla, migliorarla, estenderla e farne un esempio per altri popoli è un obiettivo non meno nobile ed esaltante delle utopie che hanno animato le generazioni che ci hanno preceduto” (D’Antoni-Mazzocchi, 2012)

37 Rapporti di lavoro più stabili stimolano l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Con meno precarietà si potrebbero rafforzare sia l’intensità dell’attività innovativa che, in ultima istanza, la dinamica della produttività.

38Santayana 1905, p. 284.

Antonio De Chiara è nato a Roma nel 1964. Attualmente è Head of Research presso Progreps - Bruxelles. Ha pubblicato due libri, il primo sulla Bce e l’altro sul rapporto tra multinational corporations e public policy making.

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