“Lobby d’Italia” di Andrea Pritoni
- 11 Luglio 2018

“Lobby d’Italia” di Andrea Pritoni

Scritto da Simone Ros

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Il dibattito sulle lobby tra accademici e professionisti

Per questo la lettura di Lobby d’Italia è utile a tutti, non solo ad un pubblico di esperti e ricercatori. Utile perché è il primo sforzo, ammette l’autore, di guardare al fenomeno da una prospettiva di analisi comparativa e di evoluzione nel tempo, oltre che il primo passo verso una conoscenza meno legata a pregiudizi e valutazioni sommarie. Alcuni dei risultati della ricerca sono spunti interessanti anche per chi esercita questa professione, perché frutto di questionari somministrati a coloro che figurano nei registri previsti da alcuni Ministeri (nella precedente legislatura, quello dello Sviluppo Economico e della Pubblica Amministrazione, oltre alla stessa Camera dei Deputati).

Emergono dalle pagine del libro, per esempio, l’intensità e la continuità nel tempo degli scambi con le burocrazie ministeriali, la scarsa “europeizzazione” della professione (nonostante la crescente predominanza di Bruxelles in termini di attività normativa), la limitata attenzione riservata oggi ai dirigenti partitici e alla costruzione di relazioni con gli apparati di partito. Sono tutte evidenze che meriterebbero riflessioni puntali e che costituiscono i primi tasselli di un’analisi da sviluppare sia in ambito accademico sia nel dibattito tra professionisti.

Di lobby possiamo dunque parlare (e sentirne parlare) in due modi: o come un tema a cui riservare giudizi esclusivamente moralistici oppure come parte fondamentale delle dinamiche di funzionamento della nostra democrazia. Il dibattito sulla possibile regolazione è intensissimo e la proposta di introdurre appositi registri, come accade peraltro a livello europeo, resta una delle opzioni maggiormente praticabili. Certo è che l’omogeneità, sia a livello nazionale sia locale, dovrebbe essere la condizione principale. La strada invece di farne una battaglia di difesa e riconoscimento della professione presso il grande pubblico è meritoria, ma rischia di essere confinata nello spazio degli addetti ai lavori.

Rendere i portatori di interesse parte della ricerca accademica del nostro Paese può essere un modo, più silenzioso ma efficace, per approfondire l’osservazione scientifica di un fenomeno che, come tale, necessita più di categorie di interpretazione che di attacchi retorici.

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Scritto da
Simone Ros

Lavora a Roma come consulente Comunicazione Strategica e Public Affairs in Comin & Partners. Ha studiato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Bologna e all’Accademia Diplomatica di Vienna. Appassionato di politica e cultura tedesca e austriaca.

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