“L’Iran oltre l’Iran, realtà e miti di un Paese” di Alberto Zanconato

Iran

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Storia dell’Iran

Secondo una leggenda popolare, l’Imam Hossein dopo l’invasione araba della Persia sposò la figlia dell’ultimo sovrano Sassanide, la principessa Shahrbanou. La dinastia dei Safavidi impose lo sciismo come religione nazionale nel XVI secolo, con l’intento di contrapporsi al sunnismo di Ottomani e arabi e per riallacciare i fili con quella tradizione. Fu in quel momento che la religione, nello specifico lo sciismo, divenne strumento di controllo politico: una volta convertito il paese e saldata l’alleanza con il clero, la monarchia ne uscì rafforzata. La corona, le guide religiose ed i mercanti del bazar rappresentano i tre poteri che hanno governato l’Iran nei secoli successivi. Ancora oggi, sotto il paravento della “guerra di religione” tra le due più importanti fazioni dell’Islam, si nasconde il conflitto per il dominio geopolitico dell’area tra turchi, arabi e persiani. L’autore passa poi ad illustrare la genesi del grande movimento popolare che ha portato alla nascita della Repubblica Islamica dopo la Rivoluzione del ’79. Le prime crepe nel rapporto tra corona, clero e bazar risalgono al XIX secolo, a causa della manifesta incapacità a governare della dinastia Qajar: le casse pubbliche versavano in condizioni disastrose e l’economia ristagnava, dunque furono assunti tecnici stranieri per la gestione finanziaria e furono concesse ampie concessioni per lo sfruttamento delle risorse ed il controllo delle infrastrutture del paese a molte società straniere occidentali. Tutto questo fu percepito come una cessione di sovranità ed un’ingerenza delle “potenze imperialiste” negli affari del paese. Il culmine delle proteste fu raggiunto nel 1906, quando le fazioni laiche e molti leader religiosi unirono le forze e coinvolsero la popolazione in grandi proteste, che portarono all’emanazione di una Costituzione sulla falsa riga di quelle europee. Da qui ha inizio un lungo periodo di durissimi conflitti interni che attraversarono tutto il ‘900 e che videro il clero sciita spesso diviso tra la fedeltà alla tradizione monarchica, la scelta di non prendere parte attiva nelle vicende politiche e la sentita necessità di arginare l’invadenza occidentale e russa in ogni aspetto della vita del paese. La dinastia dei Pahlavi si inserì in queste dinamiche in modo prepotente, conquistando il potere con la forza ed imponendo un’occidentalizzazione della società e dell’economia che fu da subito mal digerita dai quadri religiosi: prima Reza Khan e poi il figlio, Muhammad Reza, sfideranno apertamente la tradizione, sfruttando le sempre più ricche risorse finanziarie derivanti dalle rendite petrolifere per sconvolgere la geografia sociale ed economica del paese, in nome di una modernizzazione capitalistica imposta dall’alto e fondata su gravi soprusi ai danni della popolazione, sulla repressione violenta della protesta e sulla corruzione.

Attorno alla metà del novecento si crearono le effettive condizioni che portarono ad una sempre maggiore preponderanza della sfera religiosa prima nella radicalizzazione delle tensioni contro la corona, poi nella conquista del potere politico. Il governo nazionalista e laico di Muhammad Mossadeq, leader del Fronte nazionale, nei primi anni ’50 sfidò apertamente l’egemonia geopolitica statunitense e inglese nazionalizzando l’industria petrolifera (fino a quel momento in mano alla Anglo-Persian Oil Company), per poi essere destituito dal colpo di Stato ordito da CIA ed MI6 in favore dello Shah Muhammad Reza, che riportò il paese sotto l’egida delle potenze occidentali ed in cambio ricevette enorme sostegno finanziario. A Qom, città non distante da Teheran in cui alcuni anni prima era nato un importante centro di studi teologici, nacque il primo gruppo terroristico di matrice religiosa, i Fadayan-e Eslami (combattenti dell’Islam) e la città divenne il luogo in cui si concentrò la testa dell’opposizione religiosa alla monarchia dei Pahlavi, corrotta e asservita agli imperialisti. Da qui cominciò la vicenda politica di Ruhollah Khomeini, che ben presto divenne la figura di riferimento del clero politicamente più attivo, fino a che nel 1963 in occasione della proclamata Rivoluzione Bianca dello Shah (che prevedeva diritti politici per le donne ed una profonda riforma agraria come provvedimenti principali) pronunciò un infuocato discorso di accusa, a cui seguì il suo arresto e la sua incarcerazione, che provocarono vibranti proteste popolari e la sanguinosa repressione da parte del regime. Un anno dopo, in seguito al suo rilascio, poiché Khomeini riprese le sue attività “sovversive” come se nulla fosse accaduto, fu esiliato, prima in Turchia, poi in Iraq, per finire il suo pellegrinaggio a Parigi, da dove guiderà le sollevazioni che porteranno alla Rivoluzione. Nel frattempo le fazioni nazionaliste e marxiste, anch’esse in opposizione al regime e violentemente represse dallo Shah, decisero che per vincere la guerra al sovrano e conquistare l’indipendenza dalle potenze straniere era necessario saldare l’alleanza con Khomeini ed il suo moviemento, Moutalefeh, alleato ai mercanti del bazar. Tra il 1978 ed il 1979, manifestazioni oceaniche e scontri di piazza costrinsero alla fuga lo Shah, al grido di Esteqlal, Azadi, Jomhouriye Eslami (Indipendenza, Libertà, Repubblica Islamica). “Il 5 febbraio 1979, quattro giorni dopo il suo ritorno dall’esilio, Khomeini nominò il primo governo rivoluzionario, guidato da Mehdi Bazargan. Affermò che aveva preso questa decisione esercitando il potere del velayat-e faqih e del suo esecutivo disse: ‘Opporsi a questo governo significa opporsi alla sharia. […] La ribellione contro il governo di Dio è una ribellione contro Dio’.”. Letteralmente velayat-e faqih significa “governo tutelare del giureconsulto”: è il principio fondante della dottrina khomeinista, secondo cui a guidare la comunità spirituale e politica dev’essere “un’alto esponente religioso esperto della legge islamica, il vali-ye faqih, fino alla comparsa del dodicesimo Imam”.

Gli anni subito successivi alla Rivoluzione, oltre ad essere fortemente condizionati dalla necessità di ricostruire l’economia del paese avendo perso il sostegno del mondo occidentale e di difendere i propri confini dalla guerra offensiva scatenata dall’Iraq di Saddam Hussein, furono utili al regime per regolare i conti in sospeso con tutte le altre fazioni politiche interne: fu dato il via a tribunali sommari e ad una lunga sequela di espropri, incarcerazioni ed esecuzioni capitali contro coloro che erano ritenuti sostenitori o complici del decaduto Shah, contro le classi dirigenti delle organizzazioni liberali, socialiste e marxiste, e contro tutti coloro che non dimostravano un’immediata adesione al nuovo corso politico o fornivano ai Guardiani della Rivoluzione anche il minimo sospetto. Tra i più colpiti furono i gruppi terroristici rivoluzionari dei Mojaheddin, che mescolavano principi marxisti alla fede nell’Islam, ed i Fadayan-e Khalq (Combattenti del Popolo), anch’essi marxisti. Non bisogna pensare che essere “fedeli musulmani” fosse sufficiente per essere al sicuro: infatti, coloro i quali tra le fila dello stesso clero sciita non accettavano la commistione tra religione e politica voluta dai khomeinisti finivano anch’essi nelle prigioni di Evin, un enorme complesso carcerario sito a Teheran noto fin dai tempi dello Shah, in cui venivano rinchiusi ed eliminati gli oppositori politici e i criminali più pericolosi. Uno dei racconti più agghiaccianti a proposito delle condizioni di detenzione, riguarda il trattamento riservato alle donne prigioniere su cui pendeva la condanna all’impiccagione: prima di eseguire la pena capitale, i secondini usavano stuprarle per impedire che giungessero nell’aldilà come “vergini”, coprendo queste nefandezze con matrimoni fasulli.

Il sistema politico che si sviluppò a partire da quegli anni è caratterizzato dalla competizione tra diverse visioni per quanto riguarda la legittimazione delle nuove istituzioni e la partecipazione popolare: da un lato i conservatori, fedeli all’interpretazione più rigida del concetto di “governo frutto del dettato divino”, dall’altra i riformisti ed i pragmatici, convinti invece che vada posta al centro l’eguaglianza ed il coinvolgimento delle masse popolari nello sviluppo democratico dell’Iran. Di qui, l’architettura istituzionale (definita talvolta come “dualistica”) che vede in cima la Guida Suprema (Rahbar), il vali-ye faqih, carica senza limiti di tempo eletta dal Consiglio degli Esperti, a loro volta eletti dal popolo ogni otto anni e scelti tra i più influenti membri del clero. A fianco, il Presidente della Repubblica, nonché capo del governo, ed il Parlamento eletti dai cittadini. Esistono poi diversi altri organi di garanzia costituzionale (come il Consiglio dei Guardiani o il Consiglio per il Discernimento) ed amministrazione dello Stato (come il capo delle forze armate, dei Pasdaran e della polizia, nonché dell’apparato giudiziario, tutti nominati dalla Guida Suprema) che spesso si sono rivelati come veri e propri freni al cambiamento a guida riformista. Nel corso dei primi trent’anni dalla nascita della Repubblica, le diverse fazioni si sono alternate al governo senza produrre cambiamenti significativi nelle modalità di gestione del potere politico e della sfera economica: i personaggi più discussi sono senza dubbio Rafsanjani, da poco deceduto, leader della fazione dei pragmatici e personaggio politico di primo piano fino alla sua recente morte; Moussavi e Khatami, riformisti che in diversi momenti hanno guidato l’ala “sinistra” dello schieramento politico; Ahjmadinejad, mina vagante della fazione conservatrice, fortemente anti-israeliano, lo spauracchio agitato dai politici occidentali più ostili alla Repubblica Islamica e principale oggetto delle feroci proteste di piazza dell’ultimo decennio, in particolare all’epoca della sua rielezione a capo del governo nel 2009, a seguito di elezioni pesantemente viziate da brogli; infine le due figure istituzionali attualmente al governo: la Guida Suprema succeduta a Khomeini, Ali’ Khamenei, e il Presidente della Repubblica riformista Rouhani, eletto nel 2013 e fautore dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015.

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Nato a Bologna nell'agosto del 1991, ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell'economia e la magistrale in Scienze per la cooperazione allo sviluppo presso l'Università degli Studi della sua città. Grande appassionato di Iran e Medio Oriente.

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