“L’Iran oltre l’Iran, realtà e miti di un Paese” di Alberto Zanconato

Iran

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L’Iran di oggi

La coesione della comunità, la necessità di porre al centro la collettività anziché il singolo individuo, è una caratteristica della cultura iraniana. Così come la convinzione che lo Stato, oggi modellato ad immagine e somiglianza della volontà di Khomeini e dei suoi seguaci, debba essere una guida, un “buon padre” che, per quanto severo, non va mai tradito. Il dovere di accoglienza e riguardo verso il qarib, lo straniero appena giunto nel paese, riconoscibile per l’aria confusa mentre tenta di orientarsi, va di pari passo con il forte attaccamento per la propria cultura e le proprie tradizioni. Di fronte alle critiche e agli attacchi provenienti dall’esterno, potrebbe capitare di sentire anche il più fiero oppositore al regime minimizzarne le responsabilità. Aberou, letteralmente “l’acqua della faccia”, equivale al nostro detto popolare “i panni sporchi si lavano in casa”. È una questione di dignità e decoro.

Il fulcro della società iraniana è ancora oggi la famiglia, con la sua vasta rete di legami e rapporti. Le mura domestiche donano un po’ di intimità ai singoli individui che vogliano evitare il controllo pervasivo del clero e dei suoi funzionari. Nei loro appartamenti privati, molti cittadini iraniani continuano a bere alcolici, consumare droghe di ogni genere (soprattutto tra i giovani, a causa della vicinanza con l’Afghanistan, oggi principale produttore di oppio al mondo), ballare, ascoltare musica, vedere i film proibiti, non indossare l’hijab (velo femminile che lascia scoperto solo il volto) e non rispettare la separazione tra uomini e donne appartenti a famiglie diverse, esattamente come accadeva ai tempi dello Shah. A Teheran le feste con gli amici, in cui la trasgressione alle norme morali del regime è la prima fonte di divertimento, sono consumate esclusivamente lontano da occhi indiscreti, ma qualche volta capita di essere sorpresi dall’irruzione dei Basiji, i miliziani islamici che vigilano sul rispetto delle regole e scortano i trasgressori (quelli che riescono a catturare) alla famosa stazione di polizia di via Vozara.

Il recente pragmatismo che sta contraddistinguendo l’elettorato e le classi dirigenti iraniane, e che ha portato all’elezione di un “riformista” a capo del governo nel 2013, si riconosce anche nel rapporto quotidiano dei singoli cittadini con il regime: una stanca rassegnazione, a volte ironica a volte insofferente, che però lascia un piccolo spazio alla fiducia ed alla speranza. Inestinguibile e che si rinnova ogni qual volta la scena politica subisce uno scossone, ogni volta che, grazie agli strumenti democratici di cui si è dotata, la Repubblica Islamica pare cogliere l’umore popolare contingente, cercando di interpretarlo a suo modo. Prima di tutto per sopravvivere. Nonostante ciò il pugno di ferro rimane lo strumento prediletto, che contraddistingue la modalità di controllo della popolazione e contenimento dei conflitti.

Lo sguardo e la penna del cronista si riconoscono nella cura dei particolari, nell’accuratezza delle ricostruzioni storiche, nell’efficacia delle citazioni tratte dalle interviste e dai dialoghi informali avuti nel corso degli anni con alcuni dei protagonisti della storia del paese. Ci racconta delle semplificazioni di cui è oggetto l’Iran da parte degli occidentali, che pensano di poter ridurre tutto all’Islam sciita, al leader di turno, al (mancato) rispetto dei diritti umani o alle impiccagioni di piazza, ma in realtà hanno continuato a fare affari con il paese in maniera assolutamente ipocrita. E ci spiega quanti errori vengono fatti, errori che consegnano troppo spesso un’immagine caricaturale delle vicende e dei suoi principali attori. L’Islam è il collante ideologico, è la dottrina che fornisce rigore e forza al regime figlio della Rivoluzione del ’79. Uno strumento nelle mani della classe al potere per giustificare regole severe e controllo pervasivo della popolazione. L’Islam oggi è funzionale a marcare le differenze rispetto alla secolarizzazione occidentale: essa è percepita come pericolosa non perché considerata simbolo di infedeltà religiosa, ma perché è il frutto di un abbandono delle proprie radici tradizionali agli occhi dei più devoti musulmani, ma non solo.

L’Iran è un paese molto legato alla propria tradizione, estremamente antico e complesso: complessità che l’autore tenta di trasmettere lungo tutto il suo racconto. Quello che ci restituisce è un resoconto chiaro, lucido, quanto più possibile distaccato nel momento in cui tratta le questioni spinose della gestione politica interna nel regime degli ayatollah, dei rapporti con l’Occidente, del ruolo che l’Iran interpreta nella regione, ma al tempo stesso sognante e a tratti nostalgico nel descrivere paesaggi, costumi, ritualità e contraddizioni della società iraniana. Sono proprio le contraddizioni che catturano l’interesse del lettore. Mescolando la storia e la cronaca al racconto delle sue vicende personali, Zanconato ci fornisce gli elementi più importanti delle vicende contemporanee del paese da una prospettiva più intima, interna alla società. Molto eloquenti, non a caso, sono le frasi conclusive del libro: una volta entrati nella sua quotidianità, una volta superato il fascino per l’esotico tipico dello sguardo di un turista, si finisce per scoprire che l’Iran è una nazione come tante altre, un luogo in cui non è facile vivere ma molto più simile alla nostra realtà di quanto crediamo.


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Nato a Bologna nell'agosto del 1991, ha conseguito la laurea triennale in Scienze dell'economia e la magistrale in Scienze per la cooperazione allo sviluppo presso l'Università degli Studi della sua città. Grande appassionato di Iran e Medio Oriente.

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