Lunga vita a John Maynard! Sì ma quale?

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo

5) La società degli individui non esiste

6) Nel labirinto del neoliberalismo

7) Riflessioni sul neoliberismo in Italia

8) Non gettiamo Akerlof (e i Clash) con l’acqua sporca

9) Una breve ricostruzione del dibattito storico-teorico sul neoliberismo

10) Neoliberismo e soggetto: una problematizzazione


Spesso nei dibattiti di economia vengono contrapposte due scuole di pensiero: quella “liberista” e quella “keynesiana”. Sebbene per molti versi la contrapposizione sia corretta, le ragioni di questa antitesi sono di frequente accennate in maniera approssimativa. Con il termine “keynesiano” si identifica chi è genericamente favorevole all’intervento diretto dello Stato nell’economia, mentre con il termine “liberista” si fa riferimento a chi è fondamentalmente ostile a qualsivoglia intervento pubblico nella sfera economica. Nella migliore delle ipotesi si spiega poi che i “keynesiani” giustificano gli interventi diretti dello Stato con la presenza di malfunzionamenti strutturali del sistema di mercato, mentre i ‘liberisti’ vi si oppongono perché comunque li ritengono un intralcio al meccanismo di autoregolazione e correzione proprio dell’attività economica privata. Ma è davvero soltanto questa la reale differenza fra i due approcci? Purtroppo no, e l’appiattimento del dibattito su questo livello ha impoverito non solo le nostre economie, ma anche lo stesso pensiero di sinistra che non si ricorda nemmeno più che esistono due keynesismi molto diversi fra loro.

Neokeynesiani e postkeynesiani: la storia del dito e della luna

Un famoso proverbio cinese dice che “Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito”. Sostituendo il termine “stolto” con il più appropriato “poco accorto” possiamo dire che questo è ciò che è successo all’interno di una parte del pensiero keynesiano. Alla morte di Keynes, infatti, molti economisti, che si definirono in seguito neo-keynesiani, non intuirono la portata rivoluzionaria del pensiero del grande intellettuale britannico e, non volendo mettere in discussione le teorie precedenti, interpretarono il suo messaggio come un “caso speciale” del preesistente costrutto neoclassico (vero termine con cui si identificano i liberisti in economia). In tal contesto, l’idea originale della teoria keynesiana si riduceva alla possibilità di un equilibrio in presenza di disoccupazione dovuto alle rigidità verso il basso dei salari (leggasi impossibilità di ridurre gli stipendi in maniera infinita per far tornare competitive le imprese), caso particolare della concezione precedente che vedeva l’economia tendere automaticamente verso un equilibrio economico generale attraverso la flessibilità verso il basso di tutti i prezzi (quindi su tutti i fronti: beni, moneta, credito, capitale e lavoro). I neokeynesiani, nelle situazioni di equilibrio con presenza di disoccupazione, suggeriscono che la mancanza di investimenti privati può essere compensata da investimenti pubblici che, dando potere d’acquisto alle famiglie, stimolando il consumo, riaccendendo le prospettive di profitto delle imprese riportano la macchina dell’economia sulla giusta carreggiata. Quindi, i neokeynesiani condividono l’intero impianto analitico dei neoclassici ma insistono sul ruolo positivo dell’intervento dello Stato per risollevare il sistema dalla trappola dell’equilibrio di sottoccupazione.

Tuttavia, è lo stesso Keynes, nella prefazione alla sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta , a scrivere che la fallacia della teoria neoclassica […è da trovarsi nella mancanza di chiarezza e di generalità nelle sue premesse…], suggerendo quindi che il suo intento non era quello di proporre un corollario, quanto piuttosto un radicale ripensamento dell’intero costrutto teorico. Gli economisti che accettano questa prospettiva di radicale ripensamento individuano in Keynes uno spartiacque nella storia del pensiero di questa disciplina, tanto da essere definiti come post-keynesiani. Uno dei punti chiave del pensiero post-keynesiano riguarda quindi la concezione del sistema economico come sistema non autosufficiente: l’economia, cioè, è un aspetto della vita sociale delle persone, e come tale vive e si realizza in contiguità con gli altri aspetti sociali (la politica, la religione etc.). In tal senso non vi è soltanto un continuo scambio fra questi campi, ma lo stesso sistema economico può determinarsi solo attraverso scelte politiche e sociali. L’intervento dello Stato, quindi, non è una cura per l’economia “malata”, ma una precondizione per l’attività dei privati e, se vogliamo, una garanzia per le libertà collettive e individuali. Inoltre, a differenza del modello neoclassico che è unico e astorico, il modello di economia post-keynesiano è declinabile in una miriade di sfumature diverse proprio grazie ai gradi di libertà insiti nella sua natura sociale.

La “libertà” del mercato, come la bellezza, sta negli occhi di chi guarda [1]

Keynes stesso si riteneva un liberale, tanto che in un dibattito con Hayek arrivò a dire che entrambi avevano come obiettivo finale la libertà degli individui, solo le strade con cui pensavano di perseguire questo fine erano differenti. Ma se, allora, il modello ‘keynesiano’ è nelle intenzioni stesse del suo autore un modello ‘liberale’, di quale libertà parlano i neoclassici e i neokeynesiani? Di quella fondata sul mercato, dicono. Ma, a parte che non si può ridurre il sistema economico al solo meccanismo di scambio (e la produzione dove la mettiamo?), definire “libero” o “non libero” un mercato è concettualmente sbagliato. Per dirla con le parole di Chang, […la libertà del mercato, come la bellezza, sta negli occhi di chi guarda…]. Infatti, come scrive ancora Chang in “23 cose del capitalismo che non ti dicono”, nella liberalissima Inghilterra del primi dell’ ‘800 vi fu un importante dibattito a seguito di una legge che “si permetteva di vietare” ai produttori di cotone l’utilizzo di bambini al di sotto degli 11 anni, mentre imponeva un orario lavorativo di “sole” 12 ore giornaliere per quelli compresi fra gli 11 e i 16 anni. Gli oppositori alla legge sostenevano che questo provvedimento ledesse il “libero mercato” in quanto impediva di acquisire mano d’opera a buon prezzo limitandone al contempo l’offerta rappresentata da “poveri bambini che avrebbero lavorato volentieri”.

Chi aveva ragione? “Altri tempi”, si dirà. Ma se la libertà fosse una condizione dell’uomo definita in termini di ‘libero mercato’ non sarebbe un valore universale che travalica tempo e spazio. Al contrario sarebbe, proprio come la bellezza, negli occhi di chi guarda, nei suoi valori, nei suoi interessi e nel momento storico in cui vive. Sarebbe cioè soggetta ai desideri di chiunque sia in grado di imporre il proprio punto di vista. Quindi la libertà dei neoclassici e dei neokeynesiani non è una prerogativa appartenente a tutti gli individui, cioè la possibilità di concorrere alla pari all’interno di un sistema di regole certe definite da un terzo soggetto (lo Stato) che ne è anche il garante, ma è la libertà del ‘tutti contro tutti’, dove anche le regole del gioco possono essere messe in discussione quando queste infastidiscono il più forte.

Questo approdo dipende dal fatto che per i neoclassici, in fondo, il sistema economico non è altro che un insieme di mercati, riducibili ad un unico meccanismo di ‘scambio’ che diventa l’elemento caratterizzante della società in generale. L’uomo è libero solo quando non viene ostacolato nella sua attività di scambio. In tal senso solo tutto ciò che può essere descritto attraverso lo scambio è degno di nota; il resto, invece, è ideologia. Il consumo è rilevante, in quanto scambio soldi-merce. Il lavoro è rilevante se interpretato come scambio servizio-stipendio. La politica è rilevante se intesa come uno scambio “voto-provvedimenti”. Perfino l’altruismo è rilevante se inteso come “reazione di felicità a seguito di un’azione verso il prossimo”. Al contrario, la dignità delle persone o anche i fenomeni organizzativi complessi non lo sono.

Riusciremo mai a riveder le stelle?

Come ho scritto all’inizio, la sinistra e il suo pensiero si sono impoveriti molto in questi anni inseguendo un mito di libertà che, in fondo, libertà non è. Non basta dire, come fanno i neokeynesiani, che il problema del ‘libero mercato’ è che non sempre si autoregola, poiché in questo modo è come ammettere che “hanno ragione i liberisti, solo che a volte il meccanismo si inceppa”. Occorre invece cambiare il metro di giudizio, come suggerito da Keynes e dai post-keynesiani, tornando a sostenere che il mercato non è né buono né cattivo, ma è un mezzo molto potente che, in quanto mezzo, ha determinate esigenze (regole certe) e determinati limiti. Occorre tornare a parlare di diversità: non tutti i mercati sono uguali, o necessariamente devono esserlo. Occorre, infine, tornare a sostenere che l’economia in generale è uno degli aspetti della vita sociale, e che soltanto quando questa viene considerata nella sua interezza si può realizzare una piena libertà degli individui. Dopotutto Keynes sosteneva:

[…The day is not far off when the economic problem will take the back seat where it belongs, and the arena of the heart and the head will be occupied or reoccupied, by our real problems — the problems of life and of human relations, of creation and behaviour and religion…] (dal First Annual Report of the Arts Council; 1945-1946).


Bibliografia

Chang, Ha Joon (2010). 23 Things they don’t tell you about capitalism. London: Penguin Books Ltd.

Keynes, John Maynard (1936). The general Theory of  employment, interest and money. London:Macmillian.

Pasinetti, Luigi Lodovico (2009). Keynes and the Cambridge Keynesians: a revolution in economics to be accomplished. Cambridge(UK): Cambridge University Press.


[1] […Thus seen, the ‘freedom’ of market is, like beauty, in the eye of the beholder …], da Ha-Joon Chang (2010). 23 Things they don’t tell you about capitalism. Penguin Books Ltd.


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

28 anni. Ricercatore di economia industriale presso il centro studi MET di Roma. Ha un Master (MSc) in Politica Economica presso lo University College of London, una laurea magistrale in Economia e una laurea triennale in Economia e Diritto presso l’Università di Bologna. Durante la laurea magistrale ha anche trascorso un periodo di studio presso l’Université Paris X Nanterre con il programma Erasmus.

Comments are closed.