L’Università ai tempi della gaussiana
- 09 Marzo 2014

L’Università ai tempi della gaussiana

Scritto da Rosa Fioravante

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Logiche aziendalistiche e Università

Il mondo delle università, gestito sempre più con logiche aziendalistiche invece che di investimento sociale, ha reagito dotandosi di miracolosi Career Day nei quali lo studente può distribuire il proprio curriculum agli stand delle varie aziende, e poco importa che anche i laureati in economia in tempo e con 110 vengano impiegati esclusivamente all’ufficio vendite perché tutto il resto del processo produttivo è stato delocalizzato altrove, e persino che iniziano a rimanere disoccupati anche loro perché il solo terziario non riesce a tenere in piedi il sistema-paese.

Coloro che avrebbero potuto in questi anni sollevare il problema della sostenibilità di questo paradigma sono stati variamente umiliati (“gli studi umanistici non servono a niente”), degradati (basti pensare alla discrasia fra quanto sono pagati gli insegnanti delle scuole pubbliche italiane rispetto alla mansione strategica che svolgono, e rispetto ai colleghi europei), messi a tacere come sostenitori di posizioni obsolete ancorate ad un modello di società (quello classista) che non esisterebbe più.

L’operazione culturale è riuscita: “anche l’operaio vuole il figlio dottore” non è più necessariamente vero, e non perché non esistano più gli operai (intesi come classe di lavoratori sfruttati e subalterni), bensì perché nel momento in cui la laurea non corrisponde ad un reale progresso nelle proprie conoscenze e nell’aver maturato esperienze che arricchiscano il bagaglio culturale dell’individuo e della società nella quale questi è inserito, ma viene vista solo come pezzo di carta per accedere ad una posizione impiegatizia, ecco che l’operaio alle prime avvisaglie di disoccupazione giovanile anche fra i laureati, non riconosce più gli studi del figlio come una speranza per questi di miglioramento della propria posizione sociale.

Così, mentre con una mano si ancora a doppio filo il mondo dell’istruzione (in particolar modo quella superiore e universitaria) alla competizione per l’impiego, con l’altra si mostra una società nella quale le disuguaglianze, che invece di diminuire incrementano esponenzialmente, non sono certo riconducibili alla quantità di titoli di studio acquisiti o a percorsi personali particolarmente brillanti.

Paradossalmente, proprio l’idea di stampo liberista che fa dell’ipermobilità del lavoratore una virtù, costringendolo in vista dei continui cambi di mansione ad aggiornarsi, riqualificarsi, reinventarsi ecc. ha messo in luce un ulteriore contraddizione: le università non possono più professionalizzare come avveniva fino a qualche decennio fa, perché nella prospettiva di continui contratti a tempo determinato è più utile formare la mente nel modo più elastico possibile che non conferire delle abilità specifiche.

La verità è che a parte in rarissimi casi, l’istruzione universitaria non può e non deve professionalizzare; certo, essa conferisce conoscenze settoriali e molto approfondite, ma non può essere cucita su misura con il solo scopo di affrontare un colloquio di lavoro. Quello che invece deve fare è continuare a formare la coscienza critica della persona, darle un set di strumenti concettuali e renderla adatta a confrontarsi con un mondo sempre più dinamico, con una società sempre più multietnica e una realtà culturale autenticamente globalizzata.

La logica dell’esclusione, dell’università che per essere fautrice di eccellenza deve liberarsi di tutti i “pesi morti” che eccellenza non sono, è frutto di un’ideologia che va innanzitutto smascherata in quanto tale e secondariamente combattuta contrapponendole un sistema che punti all’inclusione del maggior numero di persone possibile, perché la qualità del terreno nel quale germina il seme non è di secondaria importanza rispetto alla bontà del seme stesso, ed è ampiamente dimostrabile che l’entroterra culturale nel quale l’individuo si muove ha di che beneficiare se è popolato da una maggioranza di persone colte.

La “cosa umana” è multiforme e sfaccettata: le narrazioni di sé a cui dà luogo, siano esse artistiche, romanzate, ingegneristiche ecc., sono altrettanto polivalenti, e per questo motivo la maggior parte delle volte sfuggono alla logica della monetizzazione immediata. Quando si procede alla riforma delle istituzioni scolastiche, quando si cerca quindi migliorare la qualità dell’offerta formativa delle nostre università, il più delle volte basterebbe ricordarsi che il sapere non si distribuisce secondo gaussiana.

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Scritto da
Rosa Fioravante

Phd Student, Global Studies – Economy, Society and Law, presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”.

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