“L’utopia sostenibile” di Enrico Giovannini
- 28 Febbraio 2018

“L’utopia sostenibile” di Enrico Giovannini

Recensione a: Enrico Giovannini, L’utopia sostenibile, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. XII-160, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Giulio Andrea Del Boccio

5 minuti di lettura

Il saggio di Enrico Giovannini, professore di Statistica economica, già direttore delle Statistiche dell’OCSE, presidente dell’Istat e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, nonché fondatore dell’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), fornisce una chiara rappresentazione dello stato attuale della nostra società, sia a livello nazionale che globale, e tale società, così come fotografata dall’Autore attraverso una imponente mole di dati ed analisi statistiche, non risulta essere particolarmente “in salute”.

Il libro prende atto di una amara verità, ossia che il modello sociale attuale non può essere più sostenuto dal pianeta. «Abbiamo ormai un’evidenza scientifica consolidata dell’insostenibilità, sul piano non solo ambientale, ma anche su quello economico e sociale, del modello di sviluppo che abbiamo seguito nel corso degli ultimi due secoli» (p.3). L’Autore sostiene che diversi fenomeni naturali e sociali che si sono manifestati negli ultimi decenni costituiscono un segnale evidente dell’instabilità del sistema socio-economico attuale – si pensi al cambiamento climatico, alle migrazioni globali e alla grande crisi – e la combinazione di questi shock di natura economica, sociale e ambientale richiederà nel prossimo futuro un radicale cambiamento del modo in cui analizzare e affrontare i problemi globali.

Il primo capitolo del libro è una agevole ma comunque esaustiva ricostruzione dell’attuale modello di sviluppo in tutte le sue criticità. Grazie all’utilizzo dei dati di numerosi studi scientifici, l’Autore indica che entro il 2050, con i ritmi di crescita demografica attuali, il mondo andrà incontro a una grave crisi da sovrappopolamento (basti pensare che l’Africa avrà circa 2,5 miliardi di abitanti, con conseguente aumento dei fenomeni migratori) che comporterà la necessità di adeguare il sistema di ospitalità e la pianificazione urbanistica ed alimentare. Parallelamente, il mercato del lavoro sarà pesantemente influenzato dall’eccesso di offerta, legato all’inarrestabile sviluppo tecnologico, che verrà a crearsi.

I risultati di questi cambiamenti sono tuttora difficili da prevedere, ma a prescindere dalla forma che assumerà il mondo del lavoro, «già oggi sappiamo che la transizione sarà comunque difficile perché milioni di persone faticheranno ad adattarsi al nuovo mercato del lavoro, con conseguenti rischi di emarginazione e povertà» (p.13). Secondo l’Ocse il futuro del lavoro e della società sarà caratterizzato da forti disuguaglianze, poiché i Paesi sviluppati cercheranno di mantenersi competitivi rispetto ai Paesi in via di sviluppo, riducendo il costo del lavoro o i diritti dei lavoratori stessi[1], di conseguenza, le istituzioni dovranno farsi carico del compito di formare ed aggiornare i futuri lavoratori e sostenere il mercato attraverso l’utilizzo di ammortizzatori sociali o anche, secondo alcuni, di forme di reddito minimo garantito.

L’Agenda 2030 per un’economia sostenibile

La ricerca di un nuovo modello di sviluppo economico che sia sostenibile per il pianeta inizia nel 1972 con la Conferenza di Stoccolma e la pubblicazione del Rapporto The Limits to Growth da parte di alcuni studiosi del MIT in collaborazione con il Club di Roma. Partendo da questa data, l’Autore ripercorre le varie tappe del dibattito politico-internazionale attorno alla problematica dello sviluppo sostenibile per giungere all’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 2015, dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile[2].

Le caratteristiche innovative di tale documento secondo Giovannini sono tre: la sua universalità, dato che ogni Paese si è impegnato a portare il mondo sul sentiero della sostenibilità, definendo una propria strategia d’azione; la partecipazione dal basso, poiché «non possono essere le autorità politiche, da sole, a gestire il cambiamento», ma è necessario anche coinvolgere le strategie di business delle imprese, le scelte di consumo degli individui e delle famiglie, nonché l’attività delle organizzazioni non-profit, fino alla creazione di una «efficiente ed efficace governance multilivello del settore pubblico» (p.44); una visione integrata, che comporti il superamento delle vecchie nozioni di sviluppo, troppo legate alla mera dimensione economica del problema.

Secondo l’Autore, l’utilizzo di nuovi indicatori economici è un passaggio necessario per il raggiungimento della sostenibilità sociale. A partire dal secondo dopoguerra il PIL ha rappresentato l’unità di misura della crescita di un Paese e pertanto la sua massimizzazione è col tempo divenuta l’obiettivo centrale delle scelte politico-economiche. Ma se nella politica economica di uno Stato è necessario introdurre dei target che ne favoriscano la sostenibilità allora occorrerà un cambiamento degli strumenti econometrici del passato, in modo da poter valutare quanto compatibili siano le politiche economiche coi nuovi modelli di sviluppo sostenibile.

Partendo dai risultati di uno studio del 1997[3], l’Autore illustra come, all’interno dell’attuale sistema economico, ogni processo produttivo utilizza diverse forme di capitale per restituire “scarti” sia fisici (rifiuti, inquinamento) che umani (disoccupazione, povertà), con ovvi effetti negativi per il benessere della società. Agendo su questo “modello” secondo gli Obiettivi dell’Agenda 2030 è possibile ottenere «un vero e proprio “piano di battaglia” per migliorare il funzionamento del sistema e aumentare il benessere della società nel breve e nel lungo termine» (p.66). Il sistema economico delineato nelle pagine del saggio sarebbe capace, grazie ai nuovi apparati concettuali introdotti da Agenda 2030, di far fronte agli shock economici o ambientali ripristinando la situazione antecedente, se sostenibile, oppure di “rimbalzare in avanti” (c.d. «resilienza trasformativa», p.71) verso nuove situazioni di sostenibilità.

Italia 2030: Giovannini e le politiche del futuro

Secondo i rapporti ASviS e le analisi del Ministero dell’Ambiente la situazione dell’Italia rispetto all’attuazione degli Obiettivi dell’Agenda 2030 è estremamente negativa e insoddisfacente, anche in relazione a quella degli altri Paesi Ocse. L’Autore, dopo aver illustrato i numerosi deficit del Paese in materia di tutela dell’ambiente, lavoro, protezione sociale, sviluppo e educazione, propone alcune possibili soluzioni per permettere all’Italia di adeguarsi agli standard fissati dalle istituzioni internazionali.

Come già illustrato in un rapporto per la Commissione Europea del 2015 redatto dallo stesso Giovannini, sono essenzialmente tre gli elementi cruciali per consentire la transizione del sistema verso lo sviluppo sostenibile: «innovazione e tecnologie adeguate, una governance in grado di gestire efficacemente la complessità del sistema, un cambiamento profondo della mentalità e della cultura delle persone» (p.106). Per realizzare tali ambiziosi obiettivi, l’Autore sostiene la necessità innanzitutto di agire sul piano istituzionale e costituzionale, inserendo dei riferimenti allo sviluppo sostenibile tra i principi fondamentali della Carta (come già fatto in Francia, Svizzera e Norvegia) e operando una riforma legislativa che punti a rafforzare gli strumenti per assicurare una maggiore coerenza alle politiche di sviluppo sostenibile.

La legislatura che sta per iniziare dovrà, inoltre, farsi carico di attuare politiche volte a «prevenire, preparare, proteggere, promuovere e trasformare (4P+T) il Sistema Italia» (p.116). In questo scenario le soluzioni utili individuate dall’Autore, tra le altre, includono il consolidamento di misure di lotta alla povertà, attraverso la messa a regime del reddito d’inclusione; il perseguimento degli obiettivi già fissati nella Strategia energetica nazionale per il 2025; la trasformazione dell’economia verso un sistema “digitale e circolare” mediante riforme normative e fiscali; la promozione di investimenti sul capitale umano; il profondo rimodellamento del sistema fiscale, attraverso il passaggio da una imposizione basata sul lavoro ad una basata sull’uso della materia e del capitale naturale.

In una prospettiva simile l’invito di Giovannini si rivolge anche all’Europa, la quale dovrà rivestire un ruolo cruciale non solo per la promozione di tali politiche progressiste, ma anche nell’educazione dei cittadini e nella formazione delle opinioni pubbliche nazionali, adeguando, altresì, la propria governance ai nuovi paradigmi politici ed economici richiesti per il raggiungimento dello sviluppo sostenibile.


[1] Oecd, Policy Challenges for the Next 50 Years, Oecd, Paris 2014.

[2] L’Agenda si compone di 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals o SDGs) e 169 Target, o sotto-obiettivi concreti, i quali recepiscono quanto già stabilito nel c.d. Rapporto Brundtland del 1987.

[3] R. Costanza, J.C. Cumberland, H. E. Daly, R. Goodland, R. Noogard, An Introduction to Ecological Economics, St. Lucie Press, Boca Raton 1997.

Scritto da
Giulio Andrea Del Boccio

Classe 1993. Laureato in giurisprudenza all'Università di Roma Tor Vergata e praticante avvocato nella stessa città, dove si occupa di diritto penale di impresa e tributario. Interessato di politica, economia ed istituzioni italiane ed europee.

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