“L’utopia sostenibile” di Enrico Giovannini

Enrico Giovannini

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L’Agenda 2030 per un’economia sostenibile

La ricerca di un nuovo modello di sviluppo economico che sia sostenibile per il pianeta inizia nel 1972 con la Conferenza di Stoccolma e la pubblicazione del Rapporto The Limits to Growth da parte di alcuni studiosi del MIT in collaborazione con il Club di Roma. Partendo da questa data, l’Autore ripercorre le varie tappe del dibattito politico-internazionale attorno alla problematica dello sviluppo sostenibile per giungere all’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 2015, dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile[2].

Le caratteristiche innovative di tale documento secondo Giovannini sono tre: la sua universalità, dato che ogni Paese si è impegnato a portare il mondo sul sentiero della sostenibilità, definendo una propria strategia d’azione; la partecipazione dal basso, poiché «non possono essere le autorità politiche, da sole, a gestire il cambiamento», ma è necessario anche coinvolgere le strategie di business delle imprese, le scelte di consumo degli individui e delle famiglie, nonché l’attività delle organizzazioni non-profit, fino alla creazione di una «efficiente ed efficace governance multilivello del settore pubblico» (p.44); una visione integrata, che comporti il superamento delle vecchie nozioni di sviluppo, troppo legate alla mera dimensione economica del problema.

Secondo l’Autore, l’utilizzo di nuovi indicatori economici è un passaggio necessario per il raggiungimento della sostenibilità sociale. A partire dal secondo dopoguerra il PIL ha rappresentato l’unità di misura della crescita di un Paese e pertanto la sua massimizzazione è col tempo divenuta l’obiettivo centrale delle scelte politico-economiche. Ma se nella politica economica di uno Stato è necessario introdurre dei target che ne favoriscano la sostenibilità allora occorrerà un cambiamento degli strumenti econometrici del passato, in modo da poter valutare quanto compatibili siano le politiche economiche coi nuovi modelli di sviluppo sostenibile.

Partendo dai risultati di uno studio del 1997[3], l’Autore illustra come, all’interno dell’attuale sistema economico, ogni processo produttivo utilizza diverse forme di capitale per restituire “scarti” sia fisici (rifiuti, inquinamento) che umani (disoccupazione, povertà), con ovvi effetti negativi per il benessere della società. Agendo su questo “modello” secondo gli Obiettivi dell’Agenda 2030 è possibile ottenere «un vero e proprio “piano di battaglia” per migliorare il funzionamento del sistema e aumentare il benessere della società nel breve e nel lungo termine» (p.66). Il sistema economico delineato nelle pagine del saggio sarebbe capace, grazie ai nuovi apparati concettuali introdotti da Agenda 2030, di far fronte agli shock economici o ambientali ripristinando la situazione antecedente, se sostenibile, oppure di “rimbalzare in avanti” (c.d. «resilienza trasformativa», p.71) verso nuove situazioni di sostenibilità.

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Classe 1993. Laureato in giurisprudenza all'Università di Roma Tor Vergata e praticante avvocato nella stessa città, dove si occupa di diritto penale di impresa e tributario. Interessato di politica, economia ed istituzioni italiane ed europee.

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