Ma il Cile è sempre più blu? Un’analisi del referendum
- 04 Novembre 2020

Ma il Cile è sempre più blu? Un’analisi del referendum

Scritto da Federico Nastasi

7 minuti di lettura

Domenica 25 ottobre 2020 è una giornata che finirà nei libri di storia del Cile. Un referendum ha aperto il cammino al superamento della Costituzione vigente, imposta esattamente quaranta anni fa durante la dittatura militare di Pinochet, fondamento del modello neoliberista cileno.

Ad ottobre 2019, una protesta contro l’aumento del biglietto della metropolitana, si è trasformata in un movimento popolare che ha portato in piazza milioni di cileni e ha innescato il momento costituente in atto[1].

I risultati del voto del 25 ottobre sono una richiesta decisa di voltare pagina. La battaglia è appena all’inizio, ora la sfida è trasformare la forza del risultato elettorale in un nuovo patto sociale, passare dal “voto destituente al patto costituente” scrive il politologo Juan Pablo Luna[2]. In questo articolo si presentano alcuni dati sul risultato elettorale, sulla partecipazione e sui prossimi passi del cammino costituente che può trasformare il Paese andino, che per oltre quarant’anni è stato il più autentico esperimento di “neoliberismo a cielo aperto” al mondo.

 

Chi ha torto o ragione

Con il 78% e 79% rispettivamente, il popolo cileno ha deciso di redigere una nuova carta costituzionale e che l’organo deputato sia interamente eletto dai cittadini. Con il secondo quesito referendario, infatti, si è optato per una Convenzione costituzionale (CC) contro la proposta alternativa di una Convezione mista, composta per metà dai parlamentari attualmente in carica.

La posta in gioco del voto è riscrivere il patto costituzionale che regge il paese dal 1980, il cui testo disegna un ruolo minimo dello Stato, ancillare rispetto al privato in ogni campo, inclusi l’educazione, la salute, le pensioni, la gestione delle risorse naturali. Il Cile, per lungo tempo considerato un caso di successo dell’America Latina, ha sconfitto la povertà assoluta ma ha fallito nella redistribuzione della ricchezza. Oggi fa parte del club dei Paesi ricchi OCSE e ha un reddito pro-capite di circa 24.000$, la soglia attorno alla quale un Paese si considera di reddito medio, ma le disuguaglianze sono profonde: il 75% dei lavoratori guadagna meno di 700$ al mese e la pensione media è di 300$. Come mostrano i dati CEPAL, un quarto del totale della ricchezza è nella mani dell’1% della popolazione, mentre il 10% concentra il 66% della torta. All’estremo opposto, la metà delle famiglie più povere detiene il 2% della ricchezza. “I cileni ricchi vivono come i ricchi in Germania, i poveri come in Mongolia” nota Branko Milanović, ex capo economista della Banca Mondiale.

Non va meglio per quanto riguarda la distribuzione del potere: due terzi dei ministri del governo in carica provengono da nove scuole private e cattoliche situate nei quartieri ricchi di Santiago, anche il 53% dei direttori di grandi imprese ha studiato nelle medesime nove scuole. Coloro che si diplomano in una delle nove scuole, guadagnano il doppio di chi ha studiato in una scuola pubblica, a parità di risultati accademici. Le disuguagliane riguardano anche la salute, segmentata tra il pubblico Fonasa e il privato Isapre. Il tasso di mortalità del Covid-19 negli ospedali pubblici di Santiago è doppio rispetto a quello delle cliniche private, nei settori ricchi del nord-est della capitale la speranza di vita di una donna è fino a diciotto anni maggiore rispetto ad una che vive nella zona ovest. Il pilastro del modello sociale imposto da Pinochet è il sistema pensionistico AFP – l’acronimo sta per “gestori di fondi pensione” – modello a capitalizzazione individuale che si pensò di importare in Italia ai tempi della riforma Fornero. Il sistema è perfetto da un punto di vista di bilancio, è sempre in equilibrio poiché ciascuno paga la propria pensione, ma ha un piccolo difetto: la metà delle pensioni erogate è inferiore ai 230 euro al mese. Le misere pensioni spingono gli anziani a continuare a lavorare, spesso in nero: la metà dei lavoratori over-65 è informale. Queste sono alcune delle ragioni che hanno dato vita al movimento popolare del 2019 e formato il risultato referendario del 25 ottobre, come racconta il libro di Clelia Bartoli, Aqui se funda un pais. Viaggio nella ribellione cilena[2].

 

Chi regna sovrano, chi suda, chi lotta

L’affluenza al voto referendario è stata la più alta dai tempi del ritorno alla democrazia, con 7.459.388 di votanti, la cifra più alta dal 1989, come mostra il grafico sottostante.

Cile

In termini assoluti un buon risultato, ma in termini relativi si tratta di poco più del 50% degli aventi diritto (i quali, dal 2013 sono automaticamente iscritti, mentre prima dovevano preiscriversi, con un sistema di voto obbligatorio). Non esattamente una buona notizia per il cammino costituente. C’è una barriera di sette milioni di votanti che non si riesce a superare da oltre trent’anni. Come si spiega? Certo c’è un effetto Covid-19, con il 10% dei Comuni in quarantena durante le operazioni elettorali e il divieto di andare a votare per i contagiati, ma non è questa la ragione principale. Per capire perché i cileni votano poco, guardiamo al dove e al come votano.

La partecipazione è aumentata nei grandi centri urbani, soprattutto nella Regione Metropolitana di Santiago (+6% rispetto al 2017), dove risiede il 37% dei 18 milioni di cileni. Lì il “Sì” ha raggiunto il 79,93%, e la CC l’80,7%. Qui si raccolgono il 44% del totale dei “Sì” espressi in tutto il Paese. La crescita dell’affluenza è stata trainata dai Comuni dei settori popolari di Santiago, dove si registra un’ampia fetta di popolazione a rischio vulnerabilità, con un aumento tra 7 e 11 punti percentuali rispetto al 2017. Tra questi, a La Pintana c’è una crescita di quasi il 40% rispetto al 2017, l’aumento maggiore di tutta la Regione Metropolitana.

Nel quadrante nord-orientale della città, quello più benestante, l’affluenza invece è calata. Ed è proprio in questo settore, in tre Comuni in particolare (Las Condes, Vitacura e Lo Barnachea (+1.28% di partecipazione), che ha trionfato il “No” alla nuova costituzione. Questi tre Comuni, con una popolazione complessiva di 400.000 abitanti, registrano il reddito più alto del Paese, concentrano ricchezza e potere, lì risiedono membri del potere pubblico e privato, e costituiscono un’enclave elitaria e conservatrice[3].

Tuttavia, in questi comuni l’opzione del “No”, che vince con percentuali dal 55% al 66%, è stata inferiore al risultato raccolto dall’attuale Presidente del governo di centro destra Sebastian Piñera, che lì aveva ottenuto le sue percentuali più alte nel 2017. Ciò mostra che vi è una parte di questa élite – e dell’elettorato classico di destra – che ha votato a favore della nuova costituzione.

La partecipazione è calata anche nelle regioni più conservatrici, come il Maule, Bio-Bio e l’Araucania, laddove Piñera aveva ottenuto le sue percentuali più alte nel 2017. Tutti i sondaggi prevedevano una netta vittoria del “Sì” per la nuova costituzione. I cali di affluenza nei settori più conservatori, fanno pensare che una parte dell’elettorato di destra non si sia recato alle urne perché ha percepito l’elezione come scontata nei suoi esiti.

C’è poi una correlazione positiva tra dimensione del Comune e affluenza: la partecipazione si riduce nei piccoli Comuni e cresce nei grandi. Ciò si potrebbe spiegare, secondo il politologo Fuentes[4], con la natura urbana del conflitto sociale e delle proteste del 2019. Un ultimo elemento interessante per spiegare la partecipazione elettorale è il livello socioeconomico degli elettori: la partecipazione cresce in relazione al reddito e ai livelli di istruzione (misurati dall’indice multidimensionale di povertà). Dove invece il “Sì” ha raggiunto il suo apice è stato nelle cosiddette “zone di sacrificio”, Comuni dove insistono miniere, mono-coltivazioni intensive che prosciugano i terreni, industrie inquinanti, Comuni di proprietà di grandi imprese private. Lì, il “Sì” supera la media nazionale, raggiungendo picchi del 91%.

A livello nazionale, l’ampiezza dei risultati a favore della nuova costituzione e della creazione della CC va ben oltre il classico segmento di elettorato progressista, ed è per questo che non si può interpretare come una vittoria della sinistra sulla destra. Viene smentito anche il discorso mainstream dei mezzi d’informazione di una società polarizzata: una parte scalmanata nelle piazze e una maggioranza chiusa in casa, un Cile operoso e silenzioso che disapprovava il clamore della protesta. Che il 78% dei votanti voglia un Cile diverso sembra si possa interpretare come frutto della frattura élite-popolo, dentro la quale è cresciuta una nuova politicizzazione dei cittadini, esplosa con il movimento popolare del 2019.

 

E ora?  

Grandi aspettative sono riposte nel cammino costituente, forse più di quelle che la classe politica cilena fortemente delegittimata – i partiti raccolgono appena il 5% di fiducia, secondo i dati PNUD, 2018 – possa soddisfare. L’11 aprile 2021 si terranno le elezioni dei 155 membri della CC, metà uomini e metà donne: la prima Assemblea costituente con perfetta parità di genere al mondo. Dovrebbero esservi anche seggi garantiti per i nove popoli originari (il 13% dei 18 milioni di cileni), tra questi gli aymara dei deserti del nord, i rapa nui dell’isola omonima, e il più grande: il popolo mapuche[5]. Vi è un grande dibattito sulla possibilità di eleggere membri indipendenti dai partiti tradizionali nella CC, poiché, come spiega lo storico cileno di origini liguri Sergio Grez Toso, “la legge che regola le elezioni per la Costituente è la stessa per il Parlamento, favorisce dunque i partiti tradizionali, i quali non devono raccogliere firme per presentare le liste”. Ma “il problema non è escludere i politici di professione a favore degli indipendenti, né esclude le élite di Santiago, o che un settore politico schiacci un altro. Il dilemma è come rappresentare proporzionalmente la diversità del Paese, dato il clima, le regole e l’iniqua distribuzione di risorse economiche e reti relazionali” afferma il politologo Juan Pablo Luna.

Una volta eletta, la convezione costituente lavorerà da maggio 2021 a maggio 2022 per redigere la proposta di nuova costituzione, il testo dovrà essere approvato con 2/3 dell’assemblea – clausola imposta dai partiti di destra per aprire il processo costituente – e sarà poi sottoposto a voto referendario di ratifica nell’agosto 2022. Se la proposta dovesse essere respinta, resterà in vigore la Costituzione del 1980.

Il processo è costituente è complesso, ma tutto sommato lineare[6]. L’esito non scontato, la domanda di fondo è se si raggiungeranno i 2/3 della CC per approvare un testo minimo che metta d’accordo tutti sull’essenziale, rischiando così però di deludere le aspettative popolari. O se invece, si possa osare di più, accordarsi su un testo costituzionale più ricco che risponda alle pressanti esigenti di cambiamento che sono venute dal movimento del 2019.


[1] F. Nastasi, Un anno, «Plaza Dignidad – Lettere dal Cile», 18 ottobre 2020

[2] L’autrice è filosofa del diritto presso l’Università degli studi di Palermo e il suo testo – in pubblicazione – è un «saggio narrativo» sulla ribellione popolare cilena e il momento costituente, che mescola i concetti teorici, le riflessioni e le informazioni tratte da attività di ricerca sul campo, svolte tra il 2019 e il 2020.

[3] J.P. Luna, El problema de las tres comunas: cómo evitar que las elites dominen la constituyente, «Ciper Académico», 26 ottobre 2020.

[4] C. Fuentes, Participación electoral en el plebiscito. Lecciones para el proceso constituyente, «Ciper Académico», 28 ottobre 2020.

[5] Per approfondire la questione mapuche, si veda: F. Nastasi, Uno stato, molte nazioni, «Plaza Dignidad – Lettere dal Cile», 20 settembre 2020.

[6] N. A. Bertaggia, Chile, la batalla recién comienza, «Gatopardo», 28 ottobre 2020.

Scritto da
Federico Nastasi

Dottorando in Economia all’università ‘La Sapienza’, con una tesi sulla migrazione di massa nell’Argentina di fine Ottocento. In passato ha studiato e vissuto in Francia, Spagna, Grecia, Italia e Uruguay. Oggi vive e lavora a Santiago del Cile, punto di partenza per esplorare il continente latinoamericano.

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