Maastricht e il pensiero neoconservatore

(tratto da una relazione tenuta dall’autore all’Istituto Gramsci nell’ambito di un lavoro di ricerca sul neoconservatorismo guidato da Giuseppe Vacca)

Le ragioni per le quali, a un certo punto del cammino europeo, il tema dell’unione monetaria si sia imposto come la miglior soluzione possibile sono due: una schiettamente economica, che ha a che fare con il sistema dei cambi e il suo rapporto con il mercato unico, e un’altra di ordine politico.

Quando il sistema di Bretton Woods venne definitivamente abbandonato, la soluzione adottata tra il ’71 e i primi anni ’90 in Europa fu quella di organizzare un sistema europeo di cambi fissi all’interno di un sistema internazionale caratterizzato dalla flessibilità dei cambi.

Questa ricerca di una soluzione europea era basata su una duplice considerazione: la prima era che l’esistenza di un regime di cambi fissi fosse una condizione necessaria per assicurare un funzionamento fluido degli scambi commerciali e una piena libertà dei movimenti di capitale. La seconda era che una comune disciplina del cambio avrebbe promosso la convergenza fra i paesi europei sul piano delle loro politiche economiche e finanziarie, scoraggiando, se non impedendo, l’emergere di squilibri della bilancia dei pagamenti e i conseguenti provvedimenti di riallineamento dei cambi.

Mentre le modificazioni delle parità dovute agli squilibri della bilancia dei pagamenti provocati dalle divergenze negli andamenti dei dati fondamentali dell’economia- i tassi reali di crescita gli andamenti relativi dei prezzi nei vari paesi dell’area- hanno un fondamento in qualche modo oggettivo, i movimenti dei capitali speculativi sono solo indirettamente legati alle condizioni effettive delle varie economie. Essi possono anticipare il manifestarsi di tali squilibri e renderli in qualche modo irreversibili. Per questa ragione a mano a mano che, a partire dagli anni ’80, si ampliava la dimensione dei capitali disponibili a muoversi liberamente tra le diverse piazze finanziarie, diveniva sempre più difficile gestire un sistema di cambi fissi.

La libera circolazione delle merci e dei capitali, i cambi fissi e l’autonomia della politica monetaria costituiscono quello che generalmente si chiama il trio inconciliabile.

L’evoluzione dallo SME all’UME è essenzialmente legata al riconoscimento che il mantenimento nel tempo di un regime di cambi fissi, in presenza della libertà di movimento dei capitali, comporta la rinuncia all’autonomia delle politiche monetarie nazionali e quindi la necessità della loro sostanziale unificazione.

Si diceva della principale tra le ragioni di ordine politico: la presentazione del rapporto Delors coincise con la crisi del blocco sovietico, la rimozione del muro di Berlino, e la conseguente possibilità di una riunificazione in tempi rapidi della Germania.

La prospettiva di un nuovo e accresciuto ruolo della Germania, con il rischio che essa fosse indotta dal vuoto di potere nell’est europeo a volgere la sua attenzione verso quei paesi, distogliendola della comunità europea, indusse in primo luogo la Francia mettere da parte le preoccupazioni relative alla continuità della propria sovranità nazionale e a cogliere nel progetto di unione monetaria il significato di un più forte vincolo europeo della Germania. Il cancelliere Kohl fu pronto a comprendere che, riaffermando su un tema delicato come quello dell’unione monetaria l’impegno tedesco a favore della costruzione dell’Europa politica, egli avrebbe avuto maggiore libertà di azione sul problema della riunificazione tedesca e più in generale nel campo dei rapporti tra la Germania ai paesi dell’Europa centro-orientale.

Il trattato di Maastricht è stato stipulato nella fase in cui l’egemonia della dottrina neoconservatrice era all’apice della propria forza. Non era infatti percepita come tale, primo elemento da cui si giudica la solidità di un’Idea di mondo che si proponga di essere egemonica; aveva oramai schiacciato e relegato l’alternativa di matrice e ispirazione keynesiana a una nicchia accademica minoritaria, inascoltata e le cui pubblicazioni furono di fatto messe al bando dalle università occidentali; godeva di quanto costruito nei due decenni precedenti da Milton Friedman e i suoi eredi, ovvero di centinaia di think tanks, che potremmo definire fucine di egemonia, che avevano saldamente colonizzato l’informazione e la pubblica opinione, creando una nuova narrazione, un nuovo lessico, che forse sono i lasciti più solidi di quella stagione. Le campagne elettorali delle forze politiche orientate a perseguire questo disegno e disposte ad accettare lo stato di cose come immutabile venivano finanziate con centinaia di miliardi di dollari da gruppi di interesse e di pressione.

Non pretendo di avventurarmi in un’analisi del quarantennio neoconservatore, contestualizzare è però necessario per leggere sotto la giusta luce quanto avvenne tra la fase preparatoria del trattato e la firma del ’92.

Vi sono anche stati innegabili condizionamenti di ordine storico dietro alcune scelte dirimenti alla base della formulazione del trattato, su cui mi sono brevemente soffermato in apertura.

Ma Maastricht si conforma ad uno degli assunti di fondo della propaganda neoliberale: ovvero la negazione dell’essenza stessa della politica, operazione questa paradossalmente eminentemente politica, ovvero la scelta. Condizione primaria dell’agire politico, mutilata dalla supremazia della tecnica e del Mercato. L’obiettività dello stato di natura, la sua intrinseca immodificabilità, che schiacciano la politica sulla contingenza, sono il campo della tecnica. E il capolavoro, ripeto paradossalmente tutto politico, dei neoconservatori è stato trasferire alcune scelte dirimenti dal campo della politica al campo della tecnica, e Maastricht è un osservatorio privilegiato di tale operazione. Operazione che, in estrema sintesi, è stata attuata dando prova di grande lungimiranza: infatti avrebbero raggiunto il medesimo risultato lasciando lo scioglimento di alcuni nodi alla politica, avendone la loro visione del mondo solidamente egemonizzato gli attori. Ma guardiamo all’oggi: la parte meglio qualificata dell’opinione pubblica acquista in misura sempre maggiore consapevolezza della parzialità di un modo di vedere le cose che era in precedenza accettato come il solo ad essere praticabile, dunque una diversa opzione politica sarebbe oggi possibile. Tuttavia, il fatto che sia stata strappata alla politica la prerogativa di scegliere, se non in seno a un sistema predeterminato e tecnicamente gestito, fa si che a tutt’oggi non vi siano realmente le condizioni per intraprendere un percorso di cambiamento radicale e di ribaltamento di logiche dogmatiche e anacronistiche.

Veniamo ora al dettaglio e alle evidenze che testimoniano il forte indirizzo neoliberale seguito nella stesura del trattato.

In primo luogo, gli Stati membri sono stati posti nella fattiva impossibilità di fermare l’aumento della forbice delle disuguaglianze tra le classi europee, inoltre si scelse di non creare i margini per la realizzazione di piani per la crescita dell’occupazione degni di questo nome a livello continentale. A ciò si aggiunge la riduzione del reale potere degli Stati ad attuare interventi di regolazione del mercato del lavoro, che si sono non a caso susseguiti vorticosamente quanto vanamente negli ultimi anni.

Infine, il potere di veto detenuto da ciascun governo impedisce qualunque approccio riformatore, favorendo così la posizione di sostanziale dominio dei Paesi che beneficiano dell’attuale assetto.

Una delle chiavi di comprensione del ruolo giocato dal paradigma egemone a Maastricht è l’articolo 105 del Trattato (numerazione di Maastricht, nda), dove viene fissato come obiettivo prioritario della politica economica europea la stabilità dei prezzi. Ad essa vengono subordinati gli altri, compresa la crescita e la piena occupazione: questo significa che qualora tali obiettivi fossero, in una data congiuntura, in contrasto con il mantenimento della stabilità dei prezzi, non potrebbero essere perseguiti.

Il senso complessivo del trattato è che compito della politica economica europea è esclusivamente quello di creare un ambiente non inflazionistico nell’area dell’Euro. La crescita economica e l’aumento dell’occupazione non fanno parte degli obiettivi di politica economica dell’UME. Essi rimangono responsabilità degli Stati membri, ai quali però è precluso non soltanto l’uso della politica monetaria, ma anche quello delle politiche di bilancio, se non nei limiti ristretti consentiti dal «patto di stabilità».

Ai singoli Paesi membri è attribuito il compito di ridurre la disoccupazione, un compito per assolvere al quale essi non possono più disporre dei tre strumenti principali della politica economica: la politica monetaria, le politiche di bilancio, gli aggiustamenti dei tassi di cambio resi eventualmente necessari da andamenti difformi dei dati di base delle diverse economie. Nessuna distinzione viene operata, nel campo della finanza pubblica, fra spese di investimento e spese di consumo, quasi a sottolineare l’irrilevanza della spesa pubblica ai fini dello sviluppo. Non è prevista l’istituzione di alcun organo cui affidare la responsabilità di formulare indirizzi di politica economica.

Va ricordato che il rapporto Werner del 1969 suggeriva l’istituzione di un centro di decisione per la politica economica responsabile per le decisioni sui trasferimenti di carattere fiscale tre paesi membri. E questo è straordinariamente indicativo. L’impianto del rapporto Werner, pur assai meno definito di quello Delors non essendo considerata prossima la sua attuazione, rifiuta però in modo categorico l’idea che la politica possa essere privata della possibilità di scegliere non solo i mezzi con cui attuarli, ma addirittura gli obiettivi della sua iniziativa. Non a caso, per quanto la parabola dei 30 gloriosi fosse ormai nella fase discendente, è facilmente riconoscibile quella matrice ideologica alla base della stesura di quel primo rapporto.

Concludo con un rapido accenno circa alcuni aspetti dell’assetto dato alla Banca centrale europea, anch’esso vittima di quella visione del mondo.

Le Banche centrali sono state create nei secoli per svolgere soprattutto una funzione: creare il denaro necessario per coprire i disavanzi del bilancio statale, ripagare debiti pubblici giunti a scadenza, finanziare la spesa sociale, promuovere l’occupazione. Alla Bce, caso unico al mondo, tale funzione è preclusa. Ne consegue che l’impossibilità che la Bce ha di prestare denaro ai governi, quando essa può invece prestarne alle banche commerciali in quantità virtualmente illimitate, ha introdotto una grave distorsione nelle politiche economiche dei Paesi Ue, nonché nelle loro stesse basi costituzionali. La facoltà di creare denaro, uno dei massimi poteri che fondano la sovranità dello Stato, è stata tolta agli Stati, ed affidata quasi per intero alle banche private. Paradossalmente, dunque, gli istituti di credito dell’Unione hanno maggiori diritti degli Stati. Se questi necessitano di risorse finanziarie, non resta loro che cercarle presso le banche, pagando sui titoli che emettono tassi d’interesse che si aggirano in media sul 3-6%. Al contrario le banche possono richiedere alla banca centrale quanto desiderano, pagando un tasso d’interesse dell’ordine dell’1% o meno. È facilmente intuibile lo scenario aperto da questa impostazione: attraverso l’acquisto di titoli pubblici finanziato con il denaro ottenuto guadagnano realizzano guadagni ingenti.

In conclusione, viene spontanea la domanda: non essendoci i margini per una ridefinizione radicale delle “regole del gioco” (è sufficiente un “no” espresso da un governo di un qualsiasi paese nordeuropeo), crescendo la sofferenza sociale e con essa la povertà, avanzando esponenzialmente i nazionalismi neofascisti, che costituiscono ormai un pericolo nel breve periodo in diverse realtà continentali, vivendo il sogno federalista europeo una crisi senza precedenti, che fare? Sulla capacità di dare una risposta a un interrogativo tanto banale quanto dirimente, si gioca la tenuta politica politica e sociale del continente.


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Studia giurisprudenza all'università di Roma 3. È membro del Comitato di redazione di Italianieuropei.

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