“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi

“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi

Recensione a: Michele Grimaldi, La Macchia Urbana. La vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons, Aracne, Roma 2018, pp. 416, 17 euro (scheda libro).


La Macchia Urbana è un saggio di grande interesse, che può essere letto a più livelli. Presenta un impianto scientifico ma contiene molti elementi di carattere politico ed economico utili per una riflessione sull’attualità. È inoltre organizzato in capitoli suddivisi per temi, consentendo al lettore la possibilità di ritornare più volte sul testo per approfondire questioni specifiche. È una sorta di pamphlet di pensieri, analisi e riflessioni sulle città, una guida molto utile anche ai non-addetti ai lavori per capire la prassi dei fenomeni urbani connessi alle disuguaglianze.

Il saggio si apre con una prefazione di Walter Tocci, intellettuale e storico dirigente e parlamentare del PCI-DS-PD che, con brillante lucidità, fa emergere sin da subito alcune delle contraddizioni che il sistema capitalistico neoliberista presenta e gli effetti sulla ridistribuzione della ricchezza connessi alla prassi economica globalizzata. Tocci descrive accuratamente come il fenomeno del “turbo-capitalismo” sia stato veicolato da una sofisticata azione culturale la quale, dapprima, ha plasmato l’idea della città come una “sfera liscia depurata dalle striature e dalle fratture sociali”, infine ha fomentato la frattura tra “logica di sistema” e “forma di vita”, celando le profonde estraneità che si determinavano tra élite e popoli negli usi della società di massa, con la consequenziale nascita di un forte populismo, inteso come utilizzazione e attuazione politica di questa frattura.

Nella fenomenologia urbana, spiega Tocci “i confini si smaterializzano ma diventano più laceranti prendendo a riferimento la diversità di etnia, di ceto sociale, di stili di vita, di generazioni e assumono le varie forme di gentrification, di vecchi e nuovi ghetti, di edge-cities, delle osservazioni securitarie delle gated communities, fino al Truman-Show del new urbanism”. Il legame tra spazio, cittadinanza e democrazia viene messo in discussione sotto tutte le sue forme al punto che questo sistema “turbo-liberista” implode proprio quando giunge alla messa in mostra delle proprie contraddizioni: con la crisi del mercato immobiliare del 2007. A tal proposito, con molta eloquenza Tocci scrive: “chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe inceppato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta di proprietà?”.

Nella prima parte del saggio, Michele Grimaldi approfondisce il tema delle città globali e delle connessioni presenti fra queste, legandolo alla questione delle disuguaglianze. Riprendendo l’opera degli urbanisti Henri Lefebvre, Manuel Castells e David Harvey, con un metodo che presenta diversi tratti propri di quello marxista, l’autore analizza il punto di unione tra la forma del capitalismo e la dimensione urbana, scrive infatti: “la città subisce e interpreta questa evoluzione – economica – produce nuovi codici, adotta nuove forme spaziali, diviene simbolo di una gerarchia di decisioni, di classi, di privilegi e di diseguaglianza, sociali e politiche”.

È stato l’avvento del capitalismo globale ad aver profondamente modificato le modalità dell’evoluzione urbana, che oggi si sviluppa sempre più come una declinazione del binomio broken citiesbooming cities, come le ha definite l’economista premio Nobel Sir Paul Collier. Il contrasto tra periferia e centro, tra Nord e Sud del mondo, tra campagne e città si è accentuato sempre più. La tensione tra questi poli opposti emerge nella questione delle diseguaglianze che, nella società d’oggi, si declinano anche e soprattutto nella possibilità di accesso ad un ventaglio maggiore o minore di opportunità. Nel 1900 solo il 10% della popolazione mondiale abitava in città, mentre nel 2007 si è raggiunto ciò che l’urbanista Richard Burdett chiama tipping point, il punto di non ritorno nel quale la popolazione cittadina mondiale ha superato il 50%. Il raggiungimento del tipping point è dovuto ai processi di globalizzazione, come spiega Saskia Sassen in The Global City: la competizione novecentesca delle città evolve al punto da divenire una competizione di epicentri posti in un unico scenario globale, dove flussi economici determinano gerarchie, schemi e percorsi evolutivi o involutivi.

I processi di globalizzazione hanno invertito le gerarchie tradizionali sia rispetto alle aree geografiche che alle entità democratiche/autoritarie presenti nelle città, regioni o Stati nazionali. Sin dalle origini dei tempi, le città sono nate come concentrazione geografiche e sociali portatrici di un surplus produttivo: l’urbanizzazione, la divisone e le gerarchie degli spazi e delle funzioni, sono per questo configurate come un fenomeno di classe. L’estrazione di tale surplus ha infatti sempre assunto la duplice caratteristica dell’essere prodotto a spese di un pezzo di comunità e di essere controllato da una ristretta élite che, nella società liquida, è costituita dall’oligarchia finanziaria e informatica internazionale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Disuguaglianze, città globali e la loro competizione

Pagina 2: Il fenomeno urbano e il sistema capitalistico

Pagina 3: La rendita urbana e le speculazioni immobiliari


Crediti immagine: da David Rodrigo [CC0 Creative Commons], attraverso unsplash.com


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Nato a Brescia nel 1994, ha conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano. Ha vissuto in Corea del Sud dove ha lavorato per il City Architect di Seoul Seung H-Sang. Successivamente ha svolto il tirocinio Schuman presso il Segretariato Generale del Parlamento Europeo a Bruxelles. È attualmente Consigliere dell'Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Milano.

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