“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi
- 17 Settembre 2018

“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi

Scritto da Alberto Bortolotti

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Il fenomeno urbano e il sistema capitalistico

La seconda parte del saggio, intrecciando temi urbani ed economici, si rifà soprattutto al lavoro di tre autori già citati: David Harvey, Manuel Castells e Henri Lefebvre. Tutto parte dalla considerazione che ogni surplus economico, prima produttivo poi finanziario, deve essere ottenuto a scapito di qualcuno, e deve, al tempo stesso essere controllato da una élite ristretta. Nel 2008, David Harvey osserva, analizzando curve logistiche del surplus produttivo, il rapporto di proporzionalità diretta presente tra la storia dell’accumulazione capitalistica e la crescita dell’urbanizzazione, dimostrando statisticamente la relazione tra surplus e città.

Lo stesso rapporto tra valore d’uso e valore di scambio dello spazio, inteso quest’ultimo come un fattore di produzione sociale, rappresenta per Henri Lefebvre un ulteriore tratto distintivo e descrittivo della relazione tra potere e collettività: il rapporto tra l’opera e il prodotto.

Nella logica capitalistica, la città diviene quindi esclusivamente prodotto, subordinato alle esigenze e alle forme del mercato e del profitto quando, al contrario, dovrebbe essere la collettività a determinare la genesi e lo sviluppo del processo di evoluzione urbano.

L’interdipendenza economica e la parallela riduzione dei poteri dello Stato, spiega l’autore, rappresentano gli elementi centrali di una nuova geografia politica globale nella quale gli epicentri urbani del potere finanziario sono articolati in ragione delle esigenze dell’economia. Saskia Sassen precisa, infatti, che “il mondo città diviene il perimetro di una rete di nodi urbani che svolge la funzione di centro nervoso della nuova economia”[1].

Le sconfinate baraccopoli dei paesi in via di sviluppo, le fratture violente tra periferie e centri, i fenomeni migratori verso gli agglomerati urbani in crescita e lo spopolamento dei borghi antichi, la gentrificazione e l’abbandono di impianti industriali sono la cartina di tornasole del cambiamento di scenario urbano verso una dimensione sempre più globalizzata.

Dal punto di vista sociale la perdita di influenza dei corpi intermedi delle grandi città ha favorito la formazione di massicci movimenti di protesta che hanno deciso di rappresentarsi in simbolici luoghi urbani, trasformandoli in vere e proprie piazze del mondo (Occupy Wall Strett di New York, Piazza Tahrir al Cairo, Gezi Park di Istanbul). Sono gli stessi movimenti di protesta che Manuel Castells aveva definito “contraddizioni urbane” nel ’72, a proposito dei movimenti di liberazione etnica o razziale. 

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[1] S. Sassen, The Global City, Princeton University Press, Princeton 2001


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Scritto da
Alberto Bortolotti

Nato a Brescia nel 1994, ha conseguito la Laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano. Ha vissuto in Corea del Sud dove ha lavorato per il City Architect di Seoul Seung H-Sang. Successivamente ha svolto il tirocinio Schuman presso il Segretariato Generale del Parlamento Europeo a Bruxelles.

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