“La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista” di Guido Melis
- 13 Giugno 2018

“La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista” di Guido Melis

Recensione a: Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018 (nuova edizione 2021), pp. 624, euro 38 (scheda libro)

Scritto da Fabio Milazzo

5 minuti di lettura

Nonostante lo Stato fascista sia stato analizzato da diverse prospettive, il libro di Guido Melis, docente di Storia delle istituzioni politiche alla Sapienza di Roma, dedicato proprio alla macchina istituzionale del regime, è un libro importante che merita di essere letto. Anche perché muove da un interrogativo fondamentale, in grado di riposizionare l’intera questione: lo Stato fascista fu un inedito tentativo di totalizzare la molteplicità delle relazioni sociali, istituzionali e politiche dell’Italia o, piuttosto, per raggiungere il proprio scopo si servì dell’esperienza amministrativa liberale?

Interrogativo non ozioso, gravido di interessanti sviluppi ermeneutici che gettano potenzialmente la loro ombra anche sull’esperienza repubblicana. In La macchina imperfetta, Guido Melis, affronta la questione in sei densi capitoli, più una conclusione, dedicati rispettivamente al governo fascista (pp. 7- 132), al partito (pp. 133-251), alle istituzioni (pp. 253-398) e allo Stato e alla gestione dei diversi interessi corporativi (pp. 399-563).

Come si evince già dai titoli l’attenzione prevalente del saggio è rivolta alla costruzione istituzionale attraverso cui il regime ha cercato di mettere in piedi il proprio progetto politico che, secondo l’autore, è più complesso e articolato rispetto alla rappresentazione solitamente veicolata dalla storiografia. In tal senso lo Stato fascista si configura nei termini di una costruzione stratificata, frutto della sovrapposizione di materiali diversi e di istanze molteplici, che trovarono un punto di equilibrio parziale e meno monolitico rispetto a quello descritto dalla vulgata.

 

Lo Stato fascista tra continuità e aspirazioni totalitarie

Dunque più che un organismo perfettamente funzionate, «un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di vecchi e nuovi materiali confusamente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo». In questa macchina imperfetta, secondo la definizione originaria di Giaime Pintor, trovarono posto opportunisti dell’ultima ora, burocrati formatisi durante l’esperienza liberale, reduci della Grande Guerra e notabili locali che sfruttarono la rivoluzione fascista per rimanere a galla durante le tensioni sociali del dopoguerra. Attori diversi e istanze molteplici che Melis indaga attraverso un attento lavoro d’archivio. Proprio il lavoro sulle fonti consente di portare alla luce non soltanto le biografie delle figure che dello Stato fascista furono rappresentanti ed espressione, ma anche le relazioni, le tensioni e i compromessi che concretamente diedero forma ai rapporti tra i diversi rami dell’amministrazione.

Tutto ciò serve all’Autore per affrontare la questione centrale dello studio: le modalità concrete e contraddittorie che hanno dato forma allo Stato fascista. Con ciò si vuole intendere il molteplice sovrapporsi di scelte politiche, originate però sulla base di comportamenti, immaginari e ideologie incarnate da uomini provenienti da esperienze diverse e con interessi singolari. Così l’attenta ricerca d’archivio serve a portare alla luce tanto le prospettive, la cultura e gli orizzonti dei diversi soggetti dell’apparato, quanto le contingenze, le prospettive e le linee di tensione che hanno contribuito a determinare il regime. Un sistema con una vasta e articolata rete di «amministrazioni speciali, provveditorati, ispettorati, servizi, aziende, e altre forme di organizzazione parallela in tutto […] o in parte sostitutive della classica forma ministeriale della direzione generale» (p. 28). Ognuna di queste articolazioni rappresenta un perimetro di potere, uno spazio di esercizio della sovranità politica, un luogo entro cui maturano tensioni, rivalità, equilibri di forze rispetto a un potere centrale che si vuole assoluto. In questo orizzonte, come sostiene Melis, «il decisore supremo decideva, certo. Ma decideva sulla base di un’articolazione di poteri più vasta di quanto talvolta non si sia ritenuto e ponderando interessi di gruppo, spinte politiche, soluzioni tecniche, opportunità del momento».

Se quest’aspetto della molteplicità degli spazi di potere serve all’Autore per mettere in discussione un’immagine logora del regime, troppo banalmente rappresentato come un monolite espressione della personalità del duce, un altro elemento è centrale per problematizzare lo Stato fascista. È quello del regime di continuità con un modello amministrativo risalente già all’età liberale. E Melis, sulla scorta della sua ricostruzione d’archivio, porta alla luce in maniera convincente proprio la persistenza sul medio periodo di un sistema di relazioni e di collaborazione tra apparati ed enti solitamente immaginati come appartenenti a due realtà diverse.

Il fascismo, in altre parole, nella sua costruzione istituzionale non demolisce il sistema preesistente, ma se ne serve per gestire l’amministrazione e controllare la società. Ciò è evidente se si getta uno sguardo sugli uomini al comando: «la continuità rispetto alla vecchia guardia giolittiana, salandrina e in parte nittiana» (p. 29) lo dimostra. Tale continuità «significò rispetto di prassi, di stili di gestione, di culture. Gli episodi di contrasto tra esponenti fascisti e vecchi direttori generali furono di fatto pochissimi» (p. 29) e ciò mostra quanto la nuova realtà si fosse incardinata, tutto sommato in maniera non traumatica, in un sistema consolidato. La «scure della razionalizzazione amministrativa» (p. 30), invece, si «abbatté su ferrovieri e postelegrafonici, cioè i due comparti nei quali più forte era stata prima della “marcia su Roma” la sindacalizzazione e le presenza dei partiti della sinistra» (p. 30). Questo significa che dove poté il regime si servì della macchina dello Stato preesistente, limitando l’azione epuratrice a quei settori chiaramente identificabili come nemici dello Stato.

 

Le ambiguità dello Stato fascista

Tutto ciò configurò una realtà istituzionale per molti versi ambigua, per altri fragile e basata su relazioni di opportunità che non potevano fornire quella convinzione ideologica e quella sicurezza d’intenti necessaria per raggiungere il pieno e organico controllo della struttura statale. Lo stesso partito fascista divenne ben presto un organismo in grado di fagocitare elementi diversi e personalità non di comprovata fede, attratti dalle possibilità e dalle coperture offerte dall’ombrello politico ideologico.

Questa fluidità si spiega anche, almeno in parte, se consideriamo l’assenza di una teoria dello Stato fascista. Quest’ultimo infatti poteva essere più o meno accentrato, poiché «veniva formandosi giorno per giorno, fattivamente, nella prassi concreta; ed era un organismo composto di molti materiali: alcuni nuovi, coniati negli anni Venti (ma “riadattati, come il Gran consiglio), altri vecchi, trovati per così dire sul campo e strumentalizzati nel loro funzionamento perché servissero agli scopi del regime» (p. 163). Tale prassi generò tre effetti su tutti: innanzitutto l’essere rivoluzionario del regime accettava la realtà istituzionale preesistente; inoltre il processo di conquista dello Stato non poteva che avvenire gradualmente, senza scossoni e traumi; infine «a seconda degli equilibri politici, mutavano il ruolo e l’influenza delle istituzioni» (p. 163). Nonostante al centro del sistema restasse il decisore ultimo Mussolini, gli astri che ruotavano intorno mutavano in base alle contingenze e alle opportunità offerte dalla situazione. Il risultato era una paradossale e imperfetta macchina animata da molteplici spinte, ma in ultima istanza sottoposta a un unico centro decisionale che però non poteva davvero mantenere un controllo totale. E l’effetto più naturale, anche se obliato, fu l’appesantimento, e quindi il malfunzionamento, di tutta l’organizzazione.

Il denso saggio di Melis scava con perizia tra le ambiguità strutturali di un sistema che si immaginava coeso e totale, ma che, di fatto, era dilaniato da molteplici istanze divergenti. Portare alla luce queste contraddizioni consente di oltrepassare la consolidata ermeneutica che individua nella presenza della monarchia il principale fattore di destabilizzazione del progetto totalitario mussoliniano. In realtà, come mostra il libro, è tutta l’architettura istituzionale ad essere lacerata da tensioni discordanti che non trovano alcuna sintesi, se non nei termini di una proiezione immaginaria, effetto della propaganda e della retorica di regime. Il totalitarismo imperfetto, alla luce di ciò, è la cifra costitutiva della storia del regime così come viene realizzandosi e non l’effetto imprevisto di un progetto organico e razionale. E le stesse deficienze ideologiche, culturali e politiche devono essere lette e contestualizzate alla luce di ciò.

Il libro di Melis ha il grande merito, sulla base di una ammirevole ricostruzione sulle fonti, di stabilirlo e per questo rappresenta un inaggirabile punto di inizio per ulteriori analisi sul fascismo e la sua vicenda.

Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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