Niccolò Machiavelli: ragione e pazzia. Intervista a Michele Ciliberto
- 19 Aprile 2019

Niccolò Machiavelli: ragione e pazzia. Intervista a Michele Ciliberto

Scritto da Gio Maria Tessarolo

9 minuti di lettura

Con Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia Michele Ciliberto, importante studioso della filosofia del Rinascimento, si propone di fornire un ripensamento della figura del Segretario fiorentino, forse uno degli autori più discussi della storia del pensiero politico: se l’obiettivo è apparentemente identico a quello di schiere di interpreti che producono anno dopo anno una mole sterminata di bibliografia secondaria sull’autore del Principe e dei Discorsi, il modo in cui questo viene realizzato è decisamente originale. Il testo non presenta infatti una ricostruzione né della sola vita né del solo apparato concettuale del suo protagonista: esso si configura in primo luogo piuttosto come un’analisi delle varie sfaccettature della personalità di Machiavelli, indagando il modo in cui biografia e filosofia si intrecciano. Questo studio si allarga poi rapidamente agli altri protagonisti dell’età in cui vive, da Alberti a Bruno passando per Savonarola e Guicciardini, mettendo in campo tutta l’esperienza di uno dei più autorevoli studiosi viventi di Filosofia del Rinascimento e diventando in secondo luogo anche una contestualizzazione a tutto tondo del pensatore fiorentino nel suo mondo, spesso paradossalmente trascurato dagli studi a favore di letture “modernizzanti” che ne ignorano il volto più propriamente rinascimentale. Estremamente originale è infine anche l’immagine stessa che Ciliberto restituisce di un autore tradizionalmente visto come lo scienziato politico per eccellenza, il freddo maestro del male, che si rivela in queste pagine invece un uomo appassionato e vigoroso, il cui tratto distintivo è proprio saper avanzare idee “folli”, visionarie ed estreme, pensare la politica come il terreno privilegiato di incontro tra ragione e pazzia.

Michele Ciliberto, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e dirige la rivista “Rinascimento”. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento (2005); Giordano Bruno. Il teatro della vita (2007); Italia laica. La costruzione delle libertà dei moderni (2012); Rinascimento (2015). Ha inoltre diretto le opere Giordano Bruno. Parole, concetti, immagini (2014) e Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa (2016).


Fin dal Preludio del libro si parla della pazzia come valore positivo, del tutto diverso dalla pazzia come semplice stranezza o mancanza di senso di realtà: in che senso Machiavelli è stato “pazzo” e perché può essere per noi interessante recuperare questa dimensione della sua personalità?

Michele Ciliberto: Per mettere a fuoco la centralità che ha in Machiavelli la pazzia – intesa non in senso deteriore ma come capacità di individuare vie eccessive, straordinarie – bisogna partire dalla crisi del tempo di Machiavelli e dalla persuasione che Machiavelli ha di vivere in un periodo tragico dal punto di vista della crisi italiana, della crisi dell’Europa e anche della crisi dell’Occidente. Bisogna stabilire, cioè, un rapporto organico fra l’analisi drammatica che Machiavelli fa della crisi e la pazzia intesa come l’individuazione, in tempi straordinari, di vie straordinarie per cercare – e questo è l’altro elemento del ragionamento di Machiavelli – di riuscire a contenere, tamponare la Fortuna, la quale si muove con mezzi imprevedibili, straordinari anch’essi e quindi chiede, per poter essere eventualmente contenuta, che si agisca in modo eccessivo e non ordinario. E quindi Machiavelli, da questo punto di vista, è un pensatore dell’eccesso, dell’estremo, sulla base dell’analisi che compie della crisi italiana e, dal punto di vista filosofico, della natura della Fortuna e della sua forza.

Uno degli aspetti metodologicamente più interessanti di questo lavoro è il ricorso frequentissimo a fonti normalmente ritenute “minori”, dalle lettere alle legazioni agli scritti in versi, nell’intento di ricostruire un vero e proprio ritratto a tutto tondo di Machiavelli: in che modo capire l’uomo Niccolò può essere una via di accesso alla comprensione del suo pensiero?

Michele Ciliberto: Questo è uno dei tratti, credo, di maggiore specificità – se non si vuol dire di originalità – del libro, e nasce da un modo con cui io penso la storia della filosofia, che è un modello, diciamo così, di tipo non crociano, non hegeliano. È un tipo di concezione della storia della filosofia che ha a che fare di più con alcune battute di Renato Serra, che era fondamentalmente anti-crociano – anzi fortemente anti-crociano – e che a me capita di citare spesso, quando dice “l’uomo mi interessa più dell’opera”. Io credo che vi sia un rapporto fra biografia e filosofia molto intenso, a differenza di coloro i quali invece pensano che la filosofia si costituisca proprio come cancellazione della dimensione biografica e che, per fare un esempio, la comprensione di un autore come Hegel diventi tanto più universale quanto più si libera dalla dimensione di quello che viene definito l’empirico. Io invece credo che l’empirico sia essenziale e che la dimensione biografica, e più in generale l’esperienza umana, culturale, filosofica di Machiavelli, debba essere vista anche in quest’ottica e in questo orizzonte. Cosa vuol dire questo dal punto di vista delle fonti? Che piuttosto che parlare del Principe – che è una di queste grandi opere “pazze” di Machiavelli, ma che è anche tuttavia quella maggiormente acquisita nella letteratura sia su Machiavelli che sul machiavellismo –, è fondamentale andare a vedere i testi in cui questo lato biografico e questo nesso biografia-filosofia si vede in modo più netto. Occorre quindi esaminare le lettere, le legazioni, documenti naturalmente ufficiali ma nei quali si riversa molto dell’animus di Machiavelli nei giudizi che viene dando sui grandi personaggi della sua epoca, sui grandi uomini con i quali entra in contatto. Quindi si tratta proprio di un modo di pensare il lavoro storico-filosofico come rimessa in connessione dell’elemento biografico con l’elemento filosofico generale. Come ho detto, mi rendo conto che dicendo questo vado in una direzione che certamente non è quella di Croce, che avrebbe ritenuto di battere, per esempio parlando di Shakespeare, tutt’altra direzione.

 

Pensare la crisi: Firenze, Italia, Occidente

Machiavelli è universalmente noto secondo la vulgata più tradizionale e superficiale come pensatore immorale, del fine che giustifica i mezzi: lei ne parla, al contrario, come “uomo della moralità, dell’ethos civile” (p. 47). Come e perché è corretto presentarlo in questo modo?

Michele Ciliberto: È essenziale per cercare di capire Machiavelli liberarlo dal peso del machiavellismo, perché è stato il machiavellismo a consegnarci appunto quest’immagine di Machiavelli. È un’immagine che poi si condensa, per esempio, nella “leggenda nera” che ha circolazione in Inghilterra (Machiavelli come una specie di dio del male, di demone del male). Machiavelli non è stato questo: se si va a vedere la sua esperienza, le cose che scrive, ci si accorge che è stato invece un uomo dell’ethos civile, un uomo, cioè, dell’eticità, dello Stato, come lui lo pensava, naturalmente nei termini di un uomo del Cinquecento. Al centro della riflessione di Machiavelli c’è sempre la patria, e la patria è sempre Firenze. Da questo punto di vista ha anche un atteggiamento, diciamo così, aperto nei confronti dei vari reggitori di Firenze. È naturalmente vicino in primo luogo all’età della repubblica e quindi ai repubblicani, ma è persuaso anche, come ho scritto, che i reggitori passano e Firenze resta, e quindi Firenze è il nucleo centrale della sua riflessione. L’ethos è l’ethos, appunto, di un cittadino, che ha sempre di fronte a sé l’immagine di Roma, dei grandi eroi dell’esperienza romana. Quindi la riduzione di Machiavelli al “fine che giustifica i mezzi” è frutto del machiavellismo. È una riduzione per certi aspetti è tragica, perché non è corrispondente a quello che Machiavelli è stato anche dal punto di vista della sua esperienza umana, personale. Anche quando lui si dichiara pronto a lavorare con i Medici, non lo fa semplicemente per non essere travolto (come in effetti fu), ma è anche perché prima di tutto veniva Firenze, al cui servizio bisognava mettersi.

Questo testo si inserisce a sua volta in un più ampio percorso di ricerca e di riflessione, che viene in primo piano in particolare nei capitoli 4 e 5, dove si contestualizza la filosofia di Machiavelli in un’idea più generale di filosofia del Rinascimento: rispetto all’immagine che ne è stata data nei secoli scorsi, cosa di nuovo ci può insegnare oggi lo studio di quest’età?

Michele Ciliberto: Questo è un altro punto centrale, e mi pare dalle reazioni che il libro sta avendo che sia stato anche raccolto. Per capire personaggi come Machiavelli, ma come anche Guicciardini, noi abbiamo bisogno di uscire dall’immagine tradizionale di un Rinascimento come età dell’armonia, della serenità e via discorrendo. È stata invece un’epoca tragica per la storia italiana, connotata appunto, come dico sempre, da una tensione dialettica continua fra uno sguardo disincantato sulla realtà, di cui si vedevano tutte le sporgenze negative, e una capacità di inventare grandi miti: nel caso di Machiavelli il mito del Principe, nel caso di Michelangelo il mito della Cappella Sistina, nel caso di Bruno più tardi lo Spaccio de la bestia trionfante. Perché Machiavelli oggi è attuale? Quello che ci lega a lui è proprio la consapevolezza, che mi ha retto nello scrivere questo libro, che siamo in un’età di crisi altrettanto radicale quanto quella che visse Machiavelli. Allora si stava sconvolgendo un mondo: l’Italia usciva progressivamente dalla storia e, avrebbe detto Machiavelli, penetrava nella barbarie, nella quale è rimasta almeno fino al Settecento. Oggi siamo in una crisi che cambia i connotati dell’Italia, dell’Europa, del mondo, ma a me interessa soprattutto l’Italia, l’Europa. Cambia la composizione demografica, cambia la presenza delle religioni, cambia in generale il rapporto fra cristianesimo ed Europa: abbiamo una crisi di enormi dimensioni, come quella che aveva di fronte Machiavelli. E – torno nuovamente al tema della pazzia – non mi pare che sia una crisi risolvibile con metodi ordinari. Questo non significa che bisogna ricorrere a mezzi autoritari o dispotici, ma occorre capire la profondità della crisi, ad esempio, della democrazia rappresentativa, i connotati negativi che presenta la democrazia diretta – che conduce sempre ad esiti dispotici –, capire che non viviamo un tempo di ordinaria amministrazione. Il mondo nel quale stiamo vivendo è diversissimo da quello che abbiamo attraversato e che quello che sarà dei nostri figli, dei nostri nipoti sarà altrettanto radicalmente diverso, perché sarà un mondo multiculturale, multi-religioso. È impossibile che questo non avvenga, nonostante tutti gli sforzi che possono fare coloro i quali pensano di tamponare la marea che arriva in Europa, perché alla base di quella marea c’è la disperazione. Come diceva Machiavelli, la disperazione può essere anche ciò che ti mette in condizione di poter sperare. Io credo che questa situazione grave e drammatica ci consenta anche di lavorare con la speranza di costituire un nuovo mondo, nuovi universi: questa è la sfida a cui è chiamata questa generazione, anche se non mi pare che tale consapevolezza sia sempre sufficientemente diffusa, se si guarda a quello che accade intorno a noi. Invece viviamo un tempo di trasformazione assolutamente radicale, dopo il quale nulla sarà più come è stato.

 

Nel labirinto della fortuna: Machiavelli, Bruno, Spinoza

Qual è la lettura che questo lavoro dà della storia complessa delle interpretazioni machiavelliane e come intende inserirsi al suo interno?

Michele Ciliberto: La storia della fortuna di Machiavelli si intreccia anche con la storia del machiavellismo. Citavo prima la “leggenda nera” che si diffonde in Inghilterra, poi le interpretazioni di Machiavelli in chiave repubblicana, per esempio quella di Alberico Gentili, quella di Spinoza, quella di Foscolo: sono una pluralità di interpretazioni. Tuttavia, se dovessi dire qual è l’autore che io credo abbia colto maggiormente alcuni aspetti di Machiavelli, io credo che sia Gramsci. Sia nei Quaderni dedicati appositamente a Machiavelli sia in altri luoghi, egli coglie con forza questa dimensione della politica di Machiavelli come passione, come affetto, come – si potrebbe dire – pazzia, e coglie quanto sia centrale il motivo della praxis. Ecco, sottolineo questa centralità della praxis in Machiavelli. Vorrei dire però che, a proposito dell’interpretazione del Rinascimento in generale che delineavamo prima, il motivo della praxis riguarda tutti i grandi pensatori del Rinascimento. Riguarda ad esempio anche Giordano Bruno, con una differenza fondamentale fra Bruno e Machiavelli (insieme alle tante convergenze), che ha a che fare con il rapporto fra politica e magia. Questo è centrale in Bruno, come emerge da grandi testi (il De vinculis, per citarne solo uno, il De magia), mentre invece in Machiavelli l’elemento magico, nella forma in cui è presente in Bruno, è assolutamente assente. È presente piuttosto un’attenzione al vocabolario e ad elementi della tradizione astrologica, ma si tratta di una politica essenzialmente di carattere mondano, anche se – ci sono delle lettere che lo testimoniano, delle legazioni che lo testimoniano – si fa ricorso a volte a espressioni che derivano dalla tradizione astrologica piuttosto che da quella magica. Da questo punto di vista lo sforzo di chi lavora su Machiavelli non è tanto quello di giovarsi della fortuna di Machiavelli, ma di liberarlo dalla fortuna da cui è stato, per così dire, afflitto, con l’eccezione di grandi figure di interpreti: penso a Spinoza, a Hegel, a Fichte, a De Sanctis, a Gramsci. Questi sono i grandi che hanno capito, a mio giudizio, chi è stato Machiavelli.

Oltre a quello del protagonista, due fra i nomi che ricorrono più frequentemente nel testo sono quelli di Bruno e di Spinoza: perché proprio questi filosofi, apparentemente molto lontani da lui, sono stati fra i lettori più appassionati del Segretario fiorentino?

Michele Ciliberto: Entrambi hanno frequentato Machiavelli e l’hanno apprezzato: Spinoza lo definisce acutissimus, espressione non utilizzata una sola volta. Per Bruno Machiavelli rappresenta a mio parere un incontro fondamentale, soprattutto per quanto riguarda il problema del rapporto fra religione e politica (che in termini moderni noi potremmo invertire in termini di ideologia e politica). Il testo dell’XI capitolo del primo libro dei Discorsi sulla religione dei Romani è fondamentale per Bruno. In altre parole: la societas ha bisogno di un vincolo, di un legame e questo legame è in genere di ordine religioso – oggi noi diremmo di carattere ideologico –. Senza questo vincolo non si dà una società: essa si disperde e si disgrega. Si tratta di un punto fondamentale all’interno della concezione di Bruno ed è un motivo che egli ricava da Machiavelli. Il Segretario fiorentino, come dicevo, è altrettanto importante per Spinoza. Basta rileggere le battute che gli dedicò, che io amo sempre ripetere – pro libertate constat fuisse –, ma anche pensare a quello che Spinoza riprende da Machiavelli: una concezione realista della politica e la persuasione che se si vuole realizzare una rivoluzione, se si intende cambiare la fisionomia di uno Stato, tagliare la testa del drago non è sufficiente, occorre cambiare la struttura dello Stato nella sua complessità. Sono insegnamenti che il filosofo olandese trae dell’analisi della storia e della crisi olandese quale si viene sviluppando negli anni che vive, sviluppando motivi tratti, appunto, da Machiavelli. Ma, tornando a Bruno, vi è una serie di altri elementi – che ho cercato di evidenziare – che lo legano a Machiavelli: questi riguardano l’autoconsapevolezza di sé, la «malcontentezza», la teatralità. Uno dei punti che ho valorizzato nel libro è proprio la dimensione teatrale di Machiavelli, che naturalmente riguarda in primo luogo la Clizia e la Mandragola, ma non solo: egli è naturalmente un autore teatrale, anche quando scrive i Discorsi e rappresenta “scene” della vita romana o grandi personaggi come Manlio Torquato, che sono protagonisti sulla scena. Il luogo nel quale questa teatralità appare nella maniera più piena – e io ritengo che sia stato il luogo nel quale abbia sperimentato le sue qualità di uomo di teatro –, sono le lettere, piccoli capolavori teatrali da questo punto di vista. Questa valorizzazione del teatro è legata poi ad un giudizio sulla crisi e sul mondo contemporanei, in cui il teatro diventa il mondo da cui li si giudica e al tempo stesso dal quale ci si distacca, mantenendo però un giudizio critico su quello che viene avvenendo. Diciamo che è il luogo nel quale disincanto e furore si intrecciano.


Riferimenti libro: Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Laterza, Roma-Bari, 2019, 336 pp., 25 euro, (scheda libro).

Scritto da
Gio Maria Tessarolo

Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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