“Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia” di Marina Forti

Malaterra

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Dalla bioregione alla malaterra

I casi trattati sono diversi, non avrebbe senso anche solo farne un sommario elenco. Dalle discariche di Montichiari a Porto Marghera, dal PCB di Brescia fino all’ILVA di Taranto, l’Italia è letteralmente costellata da casi di devastazione del territorio per l’inquinamento della terra, dell’aria, dell’acqua. Proviamo a tracciare altre linee oltre a quelle già viste (l’Italia come bioregione e come panorama post-industriale). Innanzitutto, in quasi tutti questi casi, quello che emerge è una differenziazione degli interessi del lavoro e di quelli della salute ambientale. Chi legge nel 2018 pensa immediatamente al caso ILVA. L’idea di Forti non è che questa differenziazione sia oggettiva (e cioè che sia impossibile una riconciliazione degli interessi in assoluto), ma che storicamente in Italia si sia sempre dovuto scegliere tra il lavoro e la salute ambientale, a partire dal caso ACNA, a Cengio. Lo scontro “rosso-verde”, che abbiamo visto vivere nel discorso pubblico anche per quanto riguarda ILVA, è tipico del caso italiano, anche se in certi spazi (la piana degli agrumeti in Sicilia, si è verificato in seguito un “armistizio” tra lavoro e ambiente – ma dopo una guerra feroce).

Da un punto di vista storico, secondo Forti, in generale, i processi di industrializzazione incontrollata nascono da una promessa di ricchezza indefinita, portata avanti dai costruttori e dagli industriali al momento dell’edificazione (che essa sia agli inizi del Novecento o al momento della riconversione della provincia di Brescia in polo per lo smaltimento di rifiuti negli anni Ottanta). Tali promesse, unite a quelle che Forti definisce menzogne raccontate dagli industriali alle popolazioni, sono il motivo di quel silenzio che almeno nei primi anni, puntualmente, accompagnava queste edificazioni.

La stratificazione sociale del rischio è inoltre riconosciuta a tutti i passaggi descritti. Il rischio e il danno ambientale, la distruzione della bioregione, non ha le stesse ricadute su tutti. Non solo è causato dall’avidità degli industriali a cui non sono stati posti limiti, dalle menzogne (i proprietari dell’ICMESA di Meda sapevano perfettamente del danno portato dalle sostanze chimiche che poi hanno colpito la cittadinanza), ma il peso di tale inquinamento grava in larga parte sulle fasce più deboli della popolazione, che vivono ai margini, nelle zone più insalubri e più inquinate. Nel caso dell’ILVA di Taranto, sostiene Forti, la città può essere pensata, nella sua evoluzione, come del tutto costruita a partire dall’ILVA, senza alcun interesse per l’impatto ambientale proprio perché la grande opera industriale veniva vista come la speranza per sollevare dalla povertà le popolazioni locali. Per un classico caso di eterogenesi dei fini, il peso dell’ILVA oggi ricade più pesantemente sui quartieri Tamburi, Paolo VI e Città Vecchia, quelli abitati dai nipoti di quelle popolazioni. Da questo punto di vista, anche per Forti un’ecologia politica non potrebbe che essere un’ecologia dei poveri. 

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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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