La Prossima Burrasca: tensioni nel Mar Cinese Meridionale

Mar Cinese Meridionale

Non sempre è facile cogliere quelli che sono segnali allarmanti nel sistema internazionale, e capita talvolta, specie se tali allarmi suonano a causa di crescenti situazioni di tensione, che non vogliano essere colti. D’altronde, nella storia è già accaduto che leader internazionali preferissero chiudere gli occhi davanti allo svilupparsi di situazioni pericolose, anticamere dello scoppio di inevitabili ostilità. È molto probabile che i tempi non siano ancora maturi perché si possa dare un’interpretazione definitiva su ciò che sta accadendo nel Mar Cinese Meridionale, e se ciò costituisca effettivamente l’anticamera di un prossimo conflitto armato su larghissima scala. Tuttavia nella breve analisi che farò in questo articolo, analizzerò tale scenario nella sua interezza partendo da un punto fermo, che si rifà alla tradizione del pensiero neorealista delle relazioni internazionali.

Ogni attore-Stato, in quanto parte di un sistema internazionale dove ogni Stato agisce al fine di perseguire il proprio interesse nazionale, è anzitutto interessato alla massimizzazione della propria sicurezza. La sopravvivenza dello Stato quale attore internazionale è dunque strettamente legata alle sue capabilities militari, economiche e demografiche, che determinano poi il grado di potere relativo di ogni attore-Stato (e da qui le definizioni di piccola, media o grande potenza). Se ci si rifà poi al pensiero del professor Robert Gilpin, unito alle ‘teorie dei cicli lunghi’ di George Modelski, notiamo    come    in    ogni    sistema    internazionale  veda    ciclicamente   un passaggio dello scettro da una potenza egemone in declino ad un’altra in ascesa, tutto questo poi non pacificamente, ma a seguito di una ‘guerra egemonica’ che ridefinisce gli assetti mondiali del potere.

Partendo da questi presupposti teorici, il serio timore di molti accademici ed osservatori è che nella pratica stia prendendo piede una dinamica seriamente destabilizzante per il sistema internazionale, e che lo scenario del Mar Cinese Meridionale sia solo il primo di una serie di altri teatri dove si verificheranno gravi frizioni tra gli USA, unica superpotenza rimasta (anche se ci sono diversi autori che parlano di ‘declino americano’), e la potenza in ascesa, la Repubblica Popolare Cinese.

Poc’anzi mi sono soffermato sul concetto di sicurezza quale principale interesse nazionale di ogni attore-Stato (perlomeno è questo il parere della dottrina neorealista), partendo da questo presupposto sottolineo come da questo cardine dell’agenda di uno Stato (in politica internazionale) si sviluppino poi tutti i principali obbiettivi atti alla massimizzazione della sicurezza. E dunque da qui arriviamo al caso preso in analisi.

Cosa sta facendo la Repubblica Popolare Cinese nel Mar Cinese Meridionale? Perché le strategie messe in atto creano frizioni con gli Stati Uniti e con i loro alleati nella regione? La Cina è da considerarsi potenza aggressiva in ascesa o sta solo massimizzando la sua sicurezza e il suo interesse nazionale a scopi difensivi? Se nel Mar Cinese Meridionale sta seriamente per scatenarsi ‘la prossima burrasca’ sarà meglio comprenderne le cause.

Applicando un approccio strettamente geopolitico per osservare una limitata area geografica (seppur molto estesa) quale il Mar Cinese Meridionale, osserviamo prima le componenti geografiche in campo, e poi gli attori-Stato coinvolti. Ciò che è in ballo sono gli arcipelaghi Paracel e Spratly, più svariati banchi di sabbia e roccia. Se tali gruppi di isole vengono collegati fra loro dal controllo di specifiche tratte marittime da parte di un singolo attore-Stato (o da una consolidata alleanza militare), donano un vantaggio strategico impareggiabile nel controllo della regione. Da sottolineare è inoltre il fatto che nei fondali marittimi prossimi a tali gruppi di isole sono presenti consistenti giacimenti petroliferi.

Chi è coinvolto e cosa c’è in gioco nel Mar Cinese Meridionale

La Cina è indubbiamente l’attore più rilevante nello scenario, e proprio la sua crescita economica, quasi ininterrotta durante gli ultimi vent’anni, ha permesso un rinnovamento dell’agenda militare di Pechino, che ha costantemente aumentato il budget destinato all’incremento di potenza e sofisticatezza della marina militare (ha già dispiegato la sua prima portaerei funzionante nel 2012, la Liaoning). Di per sé, già questo fatto fa scattare un allarme riguardo alla strategia militare cinese nel prossimo futuro, difatti l’Esercito Popolare di Liberazione (nome ufficiale dell’esercito cinese) è numericamente l’esercito più grande del mondo, in termini di truppe, ma se nel contesto regionale dell’Estremo Oriente la Cina vanta per questo fatto il primato di principale potenza di terra, la sua condizione di potenza marittima risulta tuttora molto precaria, rendendo dunque necessario un potenziamento della marina militare, specie se atto a perseguire un’ipotetica politica di espansionismo.

Quali altri attori-Stato sono direttamente coinvolti nello scenario regionale? Anzitutto il Vietnam, che rivendica l’arcipelago delle Paracel Islands interamente e diverse entità nelle Spratly Islands.

Le Filippine poi negli ultimi anni hanno visto inasprirsi la contesa con la Cina sul vasto arcipelago delle Spratly Islands, ma a Manila stanno prendendo piede processi per cui si può presagire un cambiamento dell’atteggiamento filippino riguardo il problema.

La Malesia e il Brunei affacciano direttamente sul Mar Cinese Meridionale, ma sono attori meno rilevanti in quanto rivendicano solo poche entità territoriali nelle Spratly e, nondimeno, non hanno il peso economico o militare per ridefinire gli assetti di potere dell’area.

L’India ha interessi economici tali (scoperta e sfruttamento di giacimenti petroliferi) nei tratti di mare prossimi alle Paracel, da aver stretto una forte collaborazione col Vietnam al fine di proteggere le sue installazioni nella zona, vulnerabili ad un possibile intervento della marina militare cinese e del suo personale stanziato alle Paracel.

Infine, inevitabilmente, sono coinvolti gli USA, che sono militarmente presenti nell’area con basi militari, punti d’appoggio e un sempre maggior commitment militare nel Pacifico.

Un’analisi delle strategie dei vari attori coinvolti darà un quadro completo e dettagliato del perché il puzzle del Mar Cinese Meridionale, una volta messo insieme pezzo per pezzo, oggigiorno dipinge uno scenario preoccupante per la stabilità dell’area del Pacifico, ma non solo.

Stelle gialle su sfondo rosso: la storica inimicizia tra Cina e Vietnam

Solo negli ultimi anni l’azione navale-militare cinese nel Mar Cinese Meridionale ha iniziato a preoccupare seriamente quanti si occupano di studi strategici e politica internazionale. Le giustificazioni che la Repubblica Popolare Cinese avalla per sottolineare la legittimità dei suoi claims sugli arcipelaghi Paracel, Pratas e Spratly risalgono a diversi decenni fa, precisamente alla fine degli anni ’40. Già all’epoca difatti sarebbe stata rivendicata sovranità cinese (sia dal governo di Taipei che da quello di Pechino) su tutti i territori compresi nell’ipotetica demarcazione territoriale nota, nel mondo anglosassone, come ‘Nine-dash Line’, un’area marittima che comprende la quasi totalità del Mar Cinese Meridionale. I territori inclusi in questa delimitazione, secondo Pechino, sarebbero stati da restituire legittimamente alla Cina una volta liberati dall’occupazione giapponese, in quanto parte integrante del suo territorio. Tuttavia l’entrata in gioco, dopo la Seconda Guerra Mondiale, degli altri attori elencati sopra ha decisamente complicato le cose negli ultimi decenni. Per una serie di motivazione storiche, la dottrina della ‘Nine-dash Line’ (che a piacimento delle autorità di Pechino è stata anche modificata in ‘Ten-dash’ o addirittura ‘Eleven-dash Line’) non ha argomentazioni fondate, e non può dunque essere considerata attendibile. Dunque, è logico dedurre che l’unica ragione per cui la Repubblica Popolare Cinese insista così fermamente sulla legittimità di tali rivendicazioni sia che tali territori nel Mar Cinese Meridionale, con le loro relative risorse naturali e le eccellenti posizioni strategiche, vengano considerati core interests da Pechino, e dunque, interessi fondamentali e irrinunciabili per la sicurezza nazionale cinese.

Storicamente, tra gli attori-Stato prima elencati, soltanto il Vietnam ha imbracciato le armi contro la Cina per risolvere le dispute nel Mar Cinese Meridionale. I conflitti per le Paracel, nel 1974, e quello per le Spratly, nel 1988, si sono risolti in umilianti sconfitte per il Vietnam, nonostante ciò oggi giorno le rivendicazioni vietnamite sono tutt’altro che sopite, e nonostante le Paracel siano de facto sotto il pieno controllo della Repubblica Popolare Cinese, così come diverse isole nelle Spratly, il Vietnam controlla ancora una ventina di entità nelle Spratly Islands, e nel giugno 2012 Hanoi ha emanato una legge secondo la quale la totalità di ambo gli arcipelaghi sia da considerarsi internazionalmente come territorio sovrano vietnamita. Inevitabile è stata l’irritazione cinese, così come la crescita delle tensioni. È certamente un bene che non si sia ancora verificato un terzo conflitto armato tra Vietnam e Repubblica Popolare Cinese per gli arcipelaghi contesi, purtroppo però non si è nemmeno profilato all’orizzonte una convergenza di interessi tra i due attori, tale da poter calmare le tensioni e stabilizzare i rapporti sino-vietnamiti.

Un alleato in bilico: i precari rapporti Filippine-USA

La serietà  della  questione  poi  aumenta  quando  si  guarda  dalla  prospettiva  delle Filippine, che reclamano sovranità sulla totalità dell’arcipelago delle Spratly Islands. A differenza del Vietnam, le Filippine non hanno ancora avuto dirette ostilità con le forze armate cinesi nelle Spratly, tuttavia hanno portato la contesa alla Corte d’Arbitrato Internazionale dell’Aia. Il verdetto del contenzioso, avendo applicato le norme della Convenzione ONU sul diritto del Mare, ha visto la Corte accettare gran parte delle istanze filippine e, soprattutto, affermare che i principi invocati dalla Cina per legittimare i claims territoriali nelle Spratly (e quindi la già citata ‘Nine-dash Line’) non abbiano nessun tipo di titolo giuridico, rendendo le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale inaccettabili secondo il diritto internazionale.

Storicamente, le Filippine sono considerate un bastione americano nel Pacifico di assoluta importanza strategica, un alleato cruciale al fianco di Giappone e Corea del Sud. Anche se i rapporti fra Manila e Washington risalgono ai primissimi anni del ‘900 (dopo la decolonizzazione spagnola), l’alleanza fra i due è stata considerata imprescindibile solo dalla Seconda Guerra Mondiale, quando gli USA hanno liberato l’arcipelago filippino dall’occupazione giapponese. Il trattato di mutua difesa militare del 1951 (per certi aspetti rafforzato dal trattato EDCA firmato più recentemente, nel 2014) ha poi definitivamente sancito l’alleanza. Tuttavia da allora diversi decenni sono passati, e se anche gli Stati Uniti rimangono tutt’oggi la principale potenza militare del mondo, gli ultimi vent’anni hanno visto prendere piede un processo di lento e logorante ‘invecchiamento’ del vigore americano a livello internazionale.

Per quale ragione? Ce ne sono diverse (alcune le ho accennate nel mio articolo ‘Il Cowboy e il Dragone’), ma la più rilevante in questo contesto è senz’altro quella per cui l’immagine degli USA come leader e garanti di un certo tipo di ordine internazionale non sia più congrua alla realtà dei fatti. Negli ultimi due decenni tale percezione degli Stati Uniti si è diffusa tra molti dei suoi tradizionali alleati, Filippine in primis.

Se si osserva l’attuale situazione domestica filippina da questa prospettiva non è dunque difficile spiegarsi fenomeni come l’ampio supporto di cui gode il nuovo leader Rodrigo Duterte, il quale è un autentico falco in politica estera e interna, e una figura politica che indubbiamente riflette i profondi cambiamenti geopolitici che stanno avvenendo nell’area del Mar Cinese Meridionale, dove gli Stati Uniti vantano ancora punti di appoggio importanti, ma stanno già facendo i conti con una sempre più crescente influenza cinese.

L’incontro tra Duterte e il leader cinese Xi Jingping che ha avuto luogo a Pechino lo scorso ottobre ha sancito, per certi aspetti, l’inizio di un processo di trasformazione degli equilibri di potenza nell’area del Mar Cinese meridionale. Le affermazioni di un leader come Duterte, che sono state di totale apertura alla Cina e alla Russia, potrebbero risultare frasi di circostanza, o tentativi malriusciti di bandwagoning nei confronti della Cina (si pensi all’insulto diretto all’ex presidente Obama o alla tuonante affermazione ‘Ora siamo noi tre contro il mondo: la Russia, la Cina e le Filippine’), tuttavia nessun osservatore attento può farsi sfuggire il fatto che affermazioni simili, pronunciate dal leader di un paese formalmente alleato con gli USA, sarebbero state oltre l’immaginabile soltanto dieci anni fa.

Se le Filippine sono un attore-Stato interessato alla massimizzazione della propria sicurezza, potrebbero rapidamente, tramite una figura come il loro attuale leader, ‘sorvolare’ (o quantomeno trovare compromessi) su molti dei contenziosi sulle Spratly Islands e sulla Scarborough Shoals con la Cina, consolidando una conveniente alleanza con questa, e progressivamente rivedere i propri rapporti con Washington, dal quale tuttavia non è comunque ancora realisticamente possibile una netta separazione, visti i vincoli militari che legano i due paesi.

A quando una rottura definitiva dei rapporto filippino-americani? Ci sarà mai veramente? Se la risposta dovesse essere positiva, gli USA dovrebbero affrontare un fallimento strategico nel Mar Cinese Meridionale di gravità paragonabile alla perdita dell’Iran di Pahlavi in Medio Oriente nel 1979. Una tragedia geopolitica per la Casa Bianca.

Nuova Delhi ‘in trasferta’: gli interessi indiani nel Mar Cinese Meridionale

L’India è a buon titolo puntualmente accostata alla Cina come esempio di gigante geoeconomico del prossimo futuro, un paese che è già avviato ad una super-crescita del PIL, che prima del 2050 potrebbe superare addirittura quello americano, e per certi aspetti forse destinato a riequilibrare gli assetti di potere regionali. E’ rilevante sottolineare il ruolo indiano nella vicenda del Mar Cinese Meridionale in quanto l’India è, come attore-Stato, direttamente coinvolta nelle tensioni che stanno aumentando nell’area, a causa degli interessi che l’agenzia statale indiana ONGC (Oil and Natural Gas Corp) ha nei giacimenti petroliferi sottomarini prossimi alle Paracel Islands. Invece che puntare su una fruttuosa partnership con la Cina, l’India ha (più o meno direttamente) sfidato Pechino nel 2011, siglando un’importante intesa di sfruttamento dei giacimenti scoperti nel Mar Cinese Meridionale con la vietnamita PetroVietnam. Tale operazione non è da intendere come mero sfruttamento economico delle risorse naturali di un’area, ma va interpretata come un’intelligente operazione di balancing geoeconomica che ha con tutta probabilità peggiorato i rapporti tra Nuova Delhi e Pechino, ma gli ha indubbiamente migliorati con Hanoi, permettendo al Vietnam di beneficiare di una linea di credito indiana di 500 milioni (in dollari US) per acquisti militari. Inoltre, il commitment indiano nei confronti del Vietnam è stato ribadito poco dopo aver siglato la partnership strategica, in quanto l’allora ammiraglio Devendra Kumar Joshi, ha affermato che l’India interverrà militarmente nel Mar Cinese Meridionale nel caso il normale proseguimento delle esplorazioni congiunte indo-vietnamite venisse minacciato.

L’India ha storicamente dei precedenti militari con la Repubblica Popolare Cinese, ambo le guerre combattute tra i due ‘giganti asiatici’ hanno visto Pechino spuntarla, ma negli ultimi decenni la situazione tra i due attori è parsa stabilizzarsi. Purtroppo, la gigantesca mole dei rapporti economici che al momento si è sviluppata tra i due attori non può realisticamente essere considerata una garanzia di pace a lungo termine tra le due parti, bisogna tuttavia vedere fino a che punto l’India è disposta a considerare lo sfruttamento dei fondali nel Mar Cinese Meridionale un suo core interest. Un eventuale aumento di presenza militare e potere relativo cinese nel Mar Cinese Meridionale potrebbe realisticamente vedere Pechino optare per un terzo conflitto con il Vietnam, se l’India non fosse disposta a prenderne parte sarebbe con tutta probabilità ‘invitata’ a cedere sulla questione delle esplorazioni petrolifere nell’area. Se invece l’India fosse determinata a difendere fino all’ultimo gli interessi economici della ONGC nelle acque contese prossime alle Paracel, e di conseguenza a combattere accanto al partner vietnamita, le conseguenze potrebbero essere seriamente destabilizzanti.

USA: cos’è cambiato e cosa ci si può aspettare

La complessità dello scenario del Mar Cinese Meridionale è tale anche, e soprattutto, perché sarebbe semplicista etichettarlo quale ‘scenario regionale’, in quanto è inevitabile un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti, vista la presenza di basi militari nell’area (soprattutto nelle Filippine). Profonde sono infatti le differenze, in politica estera, tra le ultime tre amministrazioni della Casa Bianca, le quali hanno assunto atteggiamenti assai differenti riguardo la questione.

Le disastrose campagne di ‘lotta al terrore’ e State-building in Afghanistan e Iraq, sotto la presidenza Bush Jr., hanno focalizzato il commitment americano in politica estera quasi esclusivamente sul Medio Oriente, prestando attenzione solo marginalmente alla rapidissima e costante crescita economica cinese (e alle sue plausibili implicazioni militari e diplomatiche nel vicino futuro).

La svolta, perlopiù diplomatica, al Dipartimento di Stato americano ha preso piede con l’insediamento di Barack Obama, quando si è iniziata a perseguire una strategia di offshore balancing nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, una strategia caratterizzata da grande apertura diplomatica ed economica alla Cina (il ricevimento dell’allora leader cinese Hu Jintao alla Casa Bianca nel 2011 è forse l’esempio più simbolico), ma anche da un’attenzione particolare alle evoluzioni della strategia di salami slicing messa in atto dalla marina militare cinese nel Mar Cinese Meridionale. Sotto Obama, il segretario alla Difesa Leon Panetta ha fatto presente che le forze della US Navy verranno diminuite nell’Atlantico per essere riallocate nel Pacifico entro il 2020.

Oggi, sotto la presidenza Trump, assistiamo ad ambigue affermazioni e toni spesso volubili. Mi piace definire tale prassi ‘diplomazia lunatica’, se non fosse che tale atteggiamento è messo in atto perlopiù dal Presidente stesso, più che dai veri diplomatici americani. Il commitment anti-cinese preso da Trump in campagna elettorale viene al momento rispettato, tramite costanti minacce di carattere geoeconomico e geopolitico (si pensi a quando Steven Bannon, ora consigliere di Trump, aveva in passato accennato alla possibilità che la contesa nel Mar Cinese Meridionale fosse il casus belli sino-americano).

Tuttavia, se si riconosce il fatto che una complessa politica estera come quella americana può essere determinata anzitutto dagli interessi di specifici gruppi burocratico-industriali (e che quindi non sia il frutto soltanto dell’azione presidenziale), allora è credibile che anche se davanti a un costante aumento delle tensioni sino-americane, Washington potrebbe effettivamente decidere di raggiungere un compromesso che prevenga lo scoppio di dirette ostilità fra il Cowboy ed il Dragone, anzi, ciò sarebbe soprattutto nell’interesse di Pechino, visto che al momento la Repubblica Popolare Cinese ha ancora un enorme gap tecnologico e strategico-militare da colmare rispetto agli USA, in termini di sofisticatezza degli armamenti.

È dunque poco credibile che, allo stato attuale delle cose, la Cina possa optare per aprire dirette ostilità con l’America di Trump in un conflitto di scala globale, d’altro canto però è anche difficile negare che il vantaggio strategico di cui gli USA godevano fino ad alcuni decenni fa nel Mar Cinese Meridionale stia seriamente venendo eroso, vuoi per uno shift di posizione di alcuni alleati (in parte è il caso delle Filippine di Duterte), o vuoi per una sempre maggiore presenza della marina militare cinese. Il timore espresso dal primo ministro giapponese Shinzo Abe, ossia che nel giro di qualche tempo il Mar Cinese Meridionale sarà da considerare un ‘lago pechinese’, potrebbe prendere forma senza che gli USA abbiano la volontà concreta di impedirlo, tuttavia questo comporterebbe un grave peggioramento delle relazioni coi suoi alleati nell’area.

Conclusione

Si è dunque giunti a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle del Mar Cinese Meridionale, e ad ottenere uno scenario molto eterogeneo, con attori che competono per massimizzare la propria sicurezza e altri che perseguono solo interessi economici (in un’ottica per certi aspetti strettamente mercantilista). Politiche estere aggressive, altre meramente difensive, altre volte ad un riallineamento degli equilibri di potere della regione. Ma senza ombra di dubbio profondi cambiamenti, che seppur sviluppatisi in una limitata area geografica tra attori regionali (medie potenze come Vietnam o Filippine), possono seriamente destabilizzare i rapporti a livello mondiale tra attori globali, dunque grandi potenze quali USA e Cina. Difficile è prevedere con esattezza fino a che punto uno scenario non stabile, come quello analizzato in questo articolo, possa degenerare, altrettanto difficile è trovare dei punti di incontro tra gli attori in campo tali per cui si possa effettivamente giungere a negoziati proficui. Facile, a mio avviso, è invece riconoscere la serietà della posta in gioco, e le sue implicazioni a livello mondiale, in quanto scenario di diretta contrapposizione tra l’unica superpotenza militare ed economica (ancora per quanto?) rimasta al mondo, e la potenza rivale (e in costante ascesa). Non bisogna, allo stato attuale, dubitare della possibilità di una congruenza degli interessi di USA e Cina nel prossimo futuro, tuttavia bisogna avere la serietà intellettuale di tenere in considerazione anche lo scenario più critico: il giorno in cui i core interests di Pechino saranno inevitabilmente in totale contrapposizione con quelli di Washington, la ‘prossima burrasca’ sarà inevitabile e particolarmente violenta.


Riferimenti bibliografici

Gilpin, ‘War and Change in World Politics’, Cambridge University Press, 1981.

Mearsheimer, ‘The Tragedy of Great Power Politics’, Norton & Company, 2001.

Jacques, ‘When China Rules the World’, Penguin Books, 2012.

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Classe '94, di Bologna. Si è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. I suoi principali interessi accademici sono nell'ambito degli Studi Strategici, della conflittualità internazionale e della geopolitica. Si è occupato di progetti di policy games MUN (Model United Nations) e ha svolto, come studente, attività di analisi geopolitica al Geneva Institute of Geopolitical Studies.

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