Da Valletta a Marchionne: la comparsa dei “ricchi lavoratori” nelle disuguaglianze

lavoratori ricchi Marchionne

È ormai ben noto come il rapporto fra i guadagni annuali del recentemente scomparso amministratore delegato della FCA, Sergio Marchionne, e il salario medio dei lavoratori dipendenti italiani fosse enormemente maggiore rispetto ai tempi del “boom” e del suo predecessore Vittorio Valletta. Questo fatto, ben lontano dall’essere solo un luogo comune, coglie in pieno uno dei temi sollevati dalle più recenti analisi del problema della disuguaglianza dei redditi: dietro al suo incremento ci sarebbe infatti un aumento della forbice fra i redditi da lavoro alti e quelli medi e bassi. Se questo è un dato ormai abbastanza consolidato e accettato da tutti gli economisti, è invece meno uniforme il consenso sulle cause che hanno generato l’aumento di questo differenziale. C’è comunque da specificare che in questo ambito ricoprono un ruolo importante anche i redditi da capitale, la loro distribuzione e la conseguente disuguaglianza, che però non saranno oggetto di analisi in questa sede.

È opinione abbastanza diffusa, tanto in ambito accademico quanto al di fuori, che a giustificare la distanza fra Valletta e Marchionne siano le grandi differenze fra i contesti in cui i due manager operavano. Rispetto a Valletta, Marchionne doveva fare i conti con un mercato globalizzato, con problematiche che tuttora richiedono competenze sempre più specifiche, con una competizione sempre maggiore. Tutti fattori, insomma, che richiedono al top management delle grandi imprese più skill e più talento rispetto ai loro predecessori. In termini più generali, l’aumento dei redditi da lavoro alti in relazione a quelli medi e bassi non sarebbe altro che la giusta remunerazione della più ampia dotazione di capitale umano di cui i top manager dispongono rispetto ai loro sottoposti. L’implicazione più importante di questa ipotesi è che, in fin dei conti, l’accresciuta disuguaglianza è il risultato di una efficiente allocazione di risorse da parte del mercato, ed è dunque giustificabile in termini economici.

Eppure, non tutti sono convinti che la storia finisca qui. Numerosi economisti, fra i quali Stiglitz, Atkinson e Piketty, pur riconoscendo il ruolo di questi fattori, affermano che c’è spazio anche per altre spiegazioni, forse anche più determinanti. Infatti, non si tratterebbe solo di un problema di aumentata competizione sul mercato del lavoro, ma anche di mutati rapporti di forza. Andrebbe quindi considerata l’importanza di fattori quali il ruolo dei sindacati, la (ri)comparsa di forti poteri di monopolio da parte delle grandi imprese, il peso delle relazioni personali/familiari e dei network, e via dicendo. Tutti fattori, in ultima analisi, che hanno a che fare col concetto fondamentale di potere, e che avrebbero consentito ai “lavoratori ricchi” di estrarre delle rendite (cioè una remunerazione eccedente il contributo effettivamente fornito in termini di produttività). In questo modo, cadrebbe inoltre ogni giustificazione economica dell’aumento delle disuguaglianze, che sarebbero quindi non più il fisiologico risultato del funzionamento di un mercato concorrenziale, ma al contrario di distorsioni e imperfezioni del mercato stesso.

Prima di procedere con l’analisi e il confronto fra queste due ipotesi, è bene inquadrare questo dibattito all’interno delle più recenti rilevazioni statistiche e teorie economiche. Il prossimo paragrafo sarà dedicato a questo, mentre il successivo approfondirà le posizioni in campo.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Introduzione

Pagina 2: Dati e contesto teorico

Pagina 3: Le cause: il mercato o le rendite?


Crediti immagine: Razvan Chisu, [CC0 Creative Commons], attraverso unsplash.com


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Dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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