Da Valletta a Marchionne: la comparsa dei “ricchi lavoratori” nelle disuguaglianze

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Dati e contesto teorico

Cominciamo col fornire qualche dato. Un voluminoso corpus statistico, messo insieme da economisti quali i già citati Atkinson e Piketty (che è stato raccolto recentemente nel World Inequality Database e sul quale l’economista francese ha basato il suo best-seller Il capitale nel XXI secolo), ha certificato l’aumento generalizzato delle disuguaglianze di reddito nei paesi sviluppati, nel corso degli ultimi 30-40 anni[1]. Ad aver guidato questo incremento sarebbe stato soprattutto l’aumento della quota di reddito nazionale affluente ai cosiddetti top incomes, cioè al 10% e all’1% più ricco della popolazione[2]. All’interno di questo trend generale, i dati evidenziano due sotto-trend decisamente interessanti e connessi fra loro: da una parte, si nota come nella composizione dei redditi alti abbia acquisito una importanza sempre maggiore il reddito da lavoro, al contrario di quanto accadeva nei decenni precedenti, quando a prevalere era il reddito da capitale[3]; dall’altra parte, si è osservato un analogo fenomeno di concentrazione “verso l’alto” dei redditi da lavoro e dei salari[4]. Quindi, la causa della crescente disuguaglianza sarebbe da cercare anche nelle disparità salariali: i “supersalari” di alti dirigenti pubblici e privati, professionisti e star dello sport e dello spettacolo sono cresciuti vertiginosamente, mentre i redditi delle classi medie e basse sono rimasti stagnanti o sono addirittura diminuiti[5]. Questa ipotesi affianca dunque quella più “classica” di un ribaltamento nella distribuzione del reddito fra capitale e lavoro (la cosiddetta distribuzione funzionale del reddito), con un prepotente ritorno del primo a discapito del secondo, ipotesi che rimane comunque di fondamentale importanza in questo discorso, essendo il pilastro principale del lavoro di Piketty.

Queste tendenze, come detto, sono state osservate più o meno uniformemente in tutti i paesi sviluppati. L’Italia non fa eccezione, anche se in misura minore rispetto ai paesi anglosassoni, dove sono state registrate le dinamiche più pronunciate[6]. Andiamo nel dettaglio: nel 1984, l’indice di Gini[7] calcolato sul reddito di mercato (cui si fa riferimento per andare a vedere come viene distribuito il reddito prima dell’intervento dello Stato attraverso imposte e trasferimenti) era pari allo 0,387; trent’anni più tardi, nel 2013, si arriva a un valore dello 0,516[8]. Si può quindi affermare con certezza che il reddito totale di mercato sia distribuito oggi in maniera molto più diseguale. Pur non disponendo di dati aggiornatissimi al riguardo, la dinamica dei top incomes descritta precedentemente si è verificata anche nel nostro paese, dove la quota di reddito di mercato dell’1% più ricco è passata dal 6,90% del 1980 al 9,38% del 2009 (ultimo dato disponibile), mentre quella del 10% più ricco è salita dal 30,5% al 33,87%[9]. Anche la composizione dei redditi alti è cambiata in maniera simile alle altre economie avanzate: la quota del reddito da lavoro (sia dipendente che autonomo) all’interno del percentile più alto ammonta oggi al 70,9%, contro il 46,4% del 1980[10]. A questo riguardo l’Italia rappresenta però un’eccezione rispetto al resto dei paesi sviluppati. Infatti, nel nostro Paese i redditi da lavoro autonomo coprono una quota più ampia, fenomeno dovuto probabilmente alla peculiare struttura della nostra economia, con la ben nota abbondanza di imprese di dimensioni minori, dove la figura del manager e quella del proprietario spesso coincidono[11]. Infine, anche in Italia la crescita dei top incomes è stata guidata soprattutto dalla concentrazione verso l’alto dei redditi da lavoro[12].

Arrivati a questo punto, possiamo dire che l’evidenza statistica indica che la disuguaglianza, in Italia come nel resto del mondo occidentale, è aumentata, e che quello dei “ricchi lavoratori” diventa un fenomeno sempre più consistente. È quindi confermato anche da questi dati come Marchionne guadagnasse molto più di Valletta in relazione al salario medio dei rispettivi operai. Quello che rimane da capire adesso, è quali sono le cause nascoste dietro ai numeri.

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[1] Cfr. Piketty T., Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.

[2] Fonte: piketty.pse.ens.fr/files/capital21c/pdf

[3] Cfr. Piketty T., op. cit., pp. 420-429.

[4] Cfr. Atkinson A., Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2015, pp. 30-32.

[5] Cfr. Franzini M. e M. Pianta, Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Roma-Bari, Laterza, 2016, pp. 47-48.

[6] Cfr. Piketty T., op. cit., pp. 483-488.

[7] La più utilizzata misura della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, assume valore compreso fra 0 e 1, dove lo 0 indica un reddito distribuito in parti esattamente uguali e l’1 indica una concentrazione massima.

[8] Fonte: OCSE, “OECD Income Distribution Database”.

[9] Fonte: World Inequality Database.

[10] Fonte: Franzini M., Granaglia E., Raitano M., Extreme Inequalities in Contemporary Capitalism. Should We Be Concerned About the Rich?, Berlino, Springer, 2016, pp. 5.

[11] Cfr. Franzini M., Granaglia E., Raitano M., op. cit., pp. 3-6 e 19-24.

[12] Cfr. Alvaredo, F. e E. Pisano, “Top Incomes in Italy, 1974–2004”, in A. B. Atkinson e T. Piketty, Top Incomes: A Global Perspective, Oxford, Oxford University Press, 2010.


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Dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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