Da Valletta a Marchionne: la comparsa dei “ricchi lavoratori” nelle disuguaglianze

lavoratori ricchi Marchionne

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Le cause: il mercato o le rendite?

In apertura si è detto come ci siano due principali visioni contrapposte quando si tratta di definire le cause delle crescenti disuguaglianze di reddito.

Ha avuto discreta fortuna la teoria secondo la quale dietro all’apertura della forbice dei salari c’è la tendenza del mercato ad aumentare i salari degli individui altamente qualificati ed istruiti o molto talentuosi. In altre parole, l’aumento della dispersione dei salari è il risultato della maggiore remunerazione garantita ai lavoratori che posseggono grandi quantità di capitale umano (sia esso più o meno intrinseco, come nel caso del talento di uno sportivo o di un artista, o frutto di un investimento in istruzione e formazione). In sostanza, i lavoratori più talentuosi o più istruiti vengono identificati dal mercato come una “risorsa scarsa”, e poiché, come da manuale, al diminuire dell’offerta di un bene aumenta il suo prezzo, i loro “compratori” sono disposti ad offrire loro una remunerazione molto alta pur di assicurarsi i loro servizi.

Il primo a proporre una spiegazione di questo genere è stato l’economista americano Sherwin Rosen, già nel 1981. Nella sua teoria delle superstar, viene delineato un tipo di mercato super-competitivo, in cui basta una piccola differenza in termini di talento per determinare una grande disparità di remunerazione fra due individui. Questo non solo perché il lavoratore più talentuoso viene percepito come risorsa scarsa, motivo per cui i suoi compratori non otterrebbero la stessa utilità da due lavoratori con minor talento (chiunque preferirebbe ascoltare un concerto di Pavarotti piuttosto che di due tenori con meno reputazione insieme), ma anche perché la struttura del mercato consente alla singola superstar di coprire una larga quota di mercato senza degradare troppo la qualità del servizio offerto. Quindi, a determinare il differenziale di remunerazione è tanto l’effetto prezzo, per cui alla superstar viene riconosciuta una remunerazione maggiore, quanto l’effetto quantità, per cui la superstar agisce come monopolista di fatto anche in presenza di concorrenza perfetta. In sintesi, il mercato delle superstar (che possono essere artisti e sportivi, ma anche professionisti e manager) è tale per cui “chi vince prende tutto”. Come già notato nell’introduzione, l’implicazione fondamentale è che tutto il fenomeno della disuguaglianza dei redditi da lavoro si spiega in una cornice di mercati concorrenziali e che la concentrazione di guadagni e quote di mercato nelle mani di pochi agenti è in realtà il sintomo di un’efficiente allocazione delle risorse, che premia coloro che risultano essere i migliori nel loro campo.

Non sono però pochi i punti critici di questa teoria. Il primo ordine di problemi riguarda l’esistenza di asimmetrie informative: in che modo si identifica il talento e perché si reputa un individuo più dotato di un altro? Non sempre è possibile farlo in maniera diretta ed inequivocabile. È proprio qui che potenzialmente entrano in gioco fattori di non-mercato: spesso sono degli intermediari a dirci che un determinato individuo è “il migliore”, per cui le reti di relazioni potrebbero contare molto più del talento o delle qualifiche. Secondo poi, si può affermare con certezza che tutti i talenti offrono benefici alla società? Pensiamo al caso di un broker cui viene riconosciuto un cospicuo salario da una società di investimenti altamente speculativi: sarà sicuramente molto talentuoso e qualificato, ma è possibile giustificare i suoi alti guadagni in termini di efficienza, quando il suo lavoro provoca probabilmente turbolenze finanziarie? Per tacere poi del fatto che, anche ammettendo che i lavoratori ricchi siano oggi più istruiti e qualificati di ieri, rimane comunque difficile pensare che la quantità di talento sia oggi tanto maggiore rispetto agli anni del boom economico. Questi ed altri fattori lasciano quindi spazio a distorsioni ed imperfezioni di mercato, che come abbiamo visto nell’introduzione determinano poteri di monopolio. Da questi deriva quindi la possibilità di estrarre una rendita, cioè di ottenere remunerazioni superiori al contributo che si dà alla creazione di ricchezza nel sistema economico. Questo vuol dire, in termini economici, che le disuguaglianze non pongono solo un problema di equità, ma anche di efficienza.

È proprio da qui che prende le mosse il filone teorico che individua nei cambiamenti istituzionali verificatisi a partire dai tardi anni Settanta la causa principale delle disparità di reddito. Questi cambiamenti sono avvenuti abbastanza omogeneamente in tutte le economie sviluppate: l’abbandono di un sistema fiscale strettamente progressivo e il ridimensionamento del welfare State, la spinta a de-sindacalizzare e frammentare il mondo del lavoro e la deregolamentazione generalizzata dei mercati (finanziari e non), che ha riportato sulla scena le grandi imprese monopolistiche e ha canalizzato risorse verso settori caratterizzati da grandi rendite. Il risultato è stato quindi un mutamento drammatico nei rapporti di forza, non solo fra capitale e lavoro, a favore del primo, ma anche all’interno del lavoro stesso, provocando una concentrazione di potere, e quindi di reddito, nelle mani dei più ricchi.

Se questa ipotesi è verificata (e i dati disponibili lo suggeriscono, visto che l’inversione di tendenza nelle statistiche sulle disuguaglianze coincide temporalmente con l’inizio di questo grande processo di riforma del sistema economico) e se è accertato che questi cambiamenti non hanno portato a una maggiore remunerazione del capitale umano, ma hanno creato sacche di potere di mercato e di rendita, le implicazioni di politica economica non sono banali. Anzitutto, laddove ci sono rendite ed esternalità, la teoria economica standard suggerisce la necessità di un intervento pubblico. Secondo poi, è importante che questo intervento non miri solo a rafforzare la redistribuzione del reddito, ma anche la sua “pre-distribuzione”, cioè a correggere il funzionamento dei mercati stessi, in modo tale da chiudere queste sacche, riequilibrare i rapporti di forza i lavoratori “ricchi” e gli altri e garantire un sistema economico non solo più equo, ma anche più efficiente.

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Dottorando presso la Scuola di Dottorato in Economia dell'Università La Sapienza di Roma, si è laureato in Economia politica presso la stessa università. Studia le disuguaglianze e la distribuzione del reddito. Ha conseguito il diploma triennale della Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS). È membro della rete italiana di Rethinking Economics.

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