Marine Le Pen: la Francia e il male nero dell’Europa

Il risultato delle elezioni francesi è stato -una volta tanto- quello previsto dai sondaggi. Il Front National è il primo partito di Francia e, nei ballottaggi dei prossimi giorni, assisteremo a una sfida fra la destra repubblicana guidata da Sarkozy e l’ultradestra sciovinista della signora Le Pen. I socialisti, usciti dalle urne senza alcuna speranza, si stanno già macerando nel risentimento e, con tutta probabilità, dovranno sostenere i candidati repubblicani.

I recenti attentati di Parigi nonché la minaccia costante e opprimente del terrorismo jihadista hanno sicuramente pesato sul cuore e sul voto dei francesi ma sarebbe un errore leggere questa tornata elettorale con le sole lenti dell’integralismo islamico. Certo, la correlazione fra la scia di sangue che Daesh sta spargendo in europa e il revanscismo dei movimenti parafascisti è evidente ma non spiega del tutto quello che sta avvenendo in Francia.

L’Europa sta affrontando tre ordini di problemi, sovrapposti e complementari fra loro: la debolezza politica delle sue istituzioni, le pressioni internazionali e il perdurare della crisi economica.

Sul primo punto risulta sempre più evidente che l’Unione Europea e i suoi Stati Membri non hanno gli strumenti – e tantomeno la volontà- per far fronte alle tensioni del mondo globalizzato. La gestione della vicenda greca ha portato al limite la già fragile struttura istituzionale europea, mentre l’emergenza profughi si è risolta con un colossale sfilacciamento di uno dei pilastri europei, la libertà di circolazione.

Il fronte internazionale non è migliore: le stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan hanno portato il Presidente Hollande a reagire in maniera scomposta, prima bombardando la Siria senza alcun mandato internazionale, poi proclamando uno stato di emergenza trimestrale con pochi uguali dal secondo dopoguerra. Laddove sarebbero serviti calma e coordinazione si è assistito a una cacofonia di posizioni e voci: la responsabile della Politica Estera dell’Unione Federica Mogherini, reduce dall’ottimo lavoro in Iran, si è trovata sommersa dai proclami dei Capi di Stato e di Governo. Il risultato, ancora una volta, è sotto gli occhi di tutti: a fronte di un’America sempre più restia a impegnarsi come gendarme globale, l’Europa unita oscilla fra Putin e un’ingenua fiducia nel proprio soft power.

Infine lo scenario economico: il QE di Draghi sta funzionando solo in parte, siamo nella più classica trappola della liquidità di keynesiana memoria: il cavallo non ha sete e dunque non beve, non importa quanto l’abbeveratoio sia pieno. Pure qui siamo davanti a un fallimento dell’Unione: la politica monetaria funziona solo se accompagnata da misure fiscali, occupazionali e industriali coerenti. Ritenere che il quantitative easing della BCE sarebbe stato sufficiente a far ripartire l’economia è stato un errore grosso quasi quanto il mantra dell’austerità espansiva.

Di fronte a questo ircocervo politico/istituzionale si trovano i cittadini, soprattutto quelli appartenenti ai ceti sociali più disagiati: nelle banlieu parigine, a Brixton o a Molenbeek va in scena quotidianamente il più grande fallimento degli ultimi vent’anni, che si misura nell’aver reso in taluni casi la prospettiva del martirio religioso un’opzione preferibile rispetto all’inserimento in società. I giovani di seconda generazione, privi di prospettive per il futuro, magari disoccupati e con genitori appena sopra la soglia di povertà, vedono nelle tradizioni ancestrali una boa capace di sostenerli fra le tempeste della globalizzazione.

Òrban, Le Pen, Alba Dorata, UKIP, i clericoconservatori polacchi, Salvini non sono forti a causa degli attentati o meglio, l’estremismo è servito da innesco, questi movimenti nascono nelle profondità del nostro continente, in quelle cittadine un tempo industriali e oggi ridotte a paesi dormitorio o nei quartieri dove la polizia non vuole entrare.

Il cupio dissolvi della sinistra francese (e di quella polacca, ungherese e greca) segna il fallimento di una classe dirigente arrivata alla prova del governo senza aver risolto le sue contraddizioni interne. Hollande ha aperto i cancelli dell’Eliseo alla famiglia Le Pen perché non ha saputo rilanciare l’economia francese, rifiutando sdegnosamente ogni riforma. Il mito della grandeur d’oltralpe ci ha fatto chiudere gli occhi sulle condizioni di un paese con conti pubblici peggiori di quelli Italiani, un mercato del lavoro sclerotizzato e una situazione industriale ai limiti del protezionismo.

Derubricare la vittoria del Fronte a un mero riflesso pavloviano causato dai fatti di Parigi è un grave errore. I partiti costituzionali, nati dalla ricostruzione postbellica, hanno garantito per sei decenni sviluppo, sicurezza e benessere fondando la loro legittimità sul riconoscimento popolare. Oggi non è più così: la realtà politica è polarizzata fra classi dirigenti chiuse in una gestione oligarchica del potere, e una massa di cittadini estranei alla cosa pubblica, lasciati in balìa del caos morale e valoriale, e di avvenimenti violenti che ne acuiscono l’ isolamento e la paura.

La fiamma tricolore di Marine Le Pen continuerà a bruciare le fondamenta della casa europea finché non si sarà in grado di proporre una visione del futuro altrettanto radicale ma capace di coniugare umanità e crescita.


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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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