Il Marocco e la piazza come espressione politica

Marocco

Il nuovo anno in Marocco è iniziato con uno sciopero generale dei dipendenti pubblici, che si è andato ad aggiungere alla già numerose proteste, con conformazioni anche molto eterogene fra loro, scoppiate in varie località del Paese. In un certo senso si potrebbe dire che il 2019 sia iniziato per Rabat esattamente come si sono aperti e chiusi gli ultimi tre anni: con una nuova ondata di manifestazioni e nuove istanze disattese dall’esecutivo marocchino, ormai incalzato su più fronti dalle contestazioni di piazza.

Le ultime città che nello scorso anno avevano visto crescere il malcontento erano state Jerada e Zagora, rispettivamente situate nella regione Orientale e di Draâ-Tafilalet, che si sono aggiunte alle manifestazioni continue che, a partire dal 2016, vedono protagonista il Rif. Si tratta però solo di alcuni dei maggiori esempi di una protesta politica sempre più diffusa, che fin dal 2011 è ormai diventata una costante della politica marocchina, pur cambiando molto la propria natura nel tempo e nello spazio.

Nel contesto delle sollevazioni generali avvenute nel 2011 in quasi tutto il mondo arabo il Marocco aveva infatti in un certo senso rappresentato un’eccezione, sia di contesto che di risultato. Le manifestazioni si erano infatti sviluppate all’interno di una delle poche società democratiche della zona e si erano concluse con un referendum costituzionale che aveva accolto parte delle richieste della piazza. Nel corso di questi eventi inoltre non era stata mai davvero messa in discussione la monarchia alawide, strettamente legata anche ad una serie di aspetti religiosi, quanto piuttosto la preponderanza politica del re sul governo e la conseguente lontananza di quest’ultimo dalle richieste della popolazione.

Prima della riforma costituzionale il re possedeva infatti un potere in teoria pienamente discrezionale nella scelta del primo ministro e del governo e aveva dato vita negli anni a esecutivi retti soprattutto da tecnici vicini alla monarchia. Una quota rilevante del governo era stata poi riservata al Rassemblement National des Indépendants (RNI), un partito filomonarchico fondato nel 1978 dall’ex primo ministro e cognato del re Hassan II, Ahmed Osman.

L’unico contrappeso politico era in un certo senso rappresentato dalla cosiddetta Koutla, un ampio coalizione di partiti storici del Marocco, fra cui spiccavano soprattutto il Parti de l’Istiqlal (PI), la storica formazione dell’indipendenza marocchina, l’Union Socialiste des Forces Populaires (USFP), nata da una scissione dallo stesso PI e collocata su posizione meno conservatrici, e il Parti du Progrès et du Socialisme (PPS). Tuttavia anche queste forze avevano ripetutamente preso parte negli esecutivi formati dal re e avevano finito in parte per rappresentare l’immobilismo della classe politica marocchina.

Nel giugno 2011 le istanze dei manifestanti sembrarono quindi trovare una certa soddisfazione nel referendum costituzionale. Le novità principali erano essenzialmente due: veniva creato un legame stretto fra il risultato delle elezioni e il capo di governo, stabilendo che il re avrebbe dovuto scegliere il primo ministro nel partito principale della maggioranza parlamentare, e si riconoscevano in Costituzione le minoranze linguistiche amazigh e hassaniya.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il Marocco come eccezione?

Pagina 2: Il Marocco nelle due grandi stagioni di protesta: il 2011 e il 2016

Pagina 3: Il ruolo dei partiti e della monarchia


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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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