Il Marocco e la piazza come espressione politica

Marocco

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Il Marocco nelle due grandi stagioni di protesta: il 2011 e il 2016

La portata di questi cambiamenti deve comunque essere ridimensionata alla luce anche di quello che non è stato invece toccato dalla revisione costituzionale, fra cui spicca ad esempio il potere regio di emanare decreti senza l’approvazione parlamentare. Inoltre il riconoscimento della lingua hassaniya, formalmente il dialetto arabo delle popolazioni saharawi del Sahara Occidentale, non ha realmente accolto in pieno le richieste di quello che è stato un vero e proprio “altro 2011”, caratterizzato da richieste ben diverse e partito da El Aayun, la capitale ufficiosa della regione meridionale contesa fra Rabat e le forze indipendentiste del Fronte Polisario.

Ad ogni modo comunque gli effetti della riforma costituzionale sono stati lo stesso evidenti subito dopo le elezioni del novembre 2011, vinte dal Parti de la Justice et du Développement (PJD), una formazione islamista moderata che, nonostante i buoni risultati elettorali, era rimasta a lungo esclusa dal governo per il suo rapporto di latente conflitto con la monarchia. Abdel-Ilah Benkirane, leader della formazione e convinto sostenitore della cosiddetta “democrazia islamica”, è stato quindi nominato dal re a capo di un governo comunque di coalizione, in cui confluirono comunque anche alcune forze politiche della Koutla, e il Mouvement Populaire (MP), una formazione berberista di centro-destra.

Anche il ruolo di principale opposizione è stato assunto da un’altra forza politica emergente e relativamente nuova, nata dalla fusione di altri più piccoli movimenti, il Parti authenticité et modernité (PAM). Questa formazione si presenta come un partito di orientamento modernista e liberale, ma comunque vicino alla monarchia, come dimostra la vicenda del suo fondatore, Fouad El Himma, diventato consigliere personale del re un mese dopo le elezioni, ed è riuscita ad intercettare una buona parte dell’elettorato giovanile, sfruttando le debolezze del governo Benkirane e dei suoi alleati. Il nuovo primo ministro infatti, indebolito dall’eterogeneità della sua maggioranza, ha cercato di tenere quanto più possibile una posizione intermedia, oscillando fra un passivo conformismo alle scelte della monarchia e un dissenso sotterraneo, tenuto a freno soprattutto dopo l’uscita del PI dal governo, che ha costretto Benkirane ad accettare l’ingresso del RNI per mantenere l’incarico.

Le proteste del 2016 nel Rif si inseriscono proprio in questo mutato e precario contesto politico e scoppiano sul pretesto della morte di Mohcine Fikri, un pescivendolo di Al Hoceima, uno dei centri principali della regione, che, dopo la confisca della sua merce da parte delle forze di polizia, era finito schiacciato da un compattatore di rifiuti mentre tentava di recuperarla.  In breve tempo questo fatto di cronaca fu trasformato nel simbolo del disinteresse di Rabat per lo sviluppo del Rif, la regione a maggioranza berbera fra le più colpite dalla disoccupazione e allo stesso tempo fra le meno interessate dai piani di investimenti nazionali, ridando vigore alla protesta sociale.

Grandi manifestazioni furono organizzate soprattutto sulla spinta del neonato Hirak Rif, di cui uno dei principali leader, Nasser Zefzafi, è stato recentemente condannato a 20 anni di carcere proprio per aver guidato la nuova ondata di dissenso. Nonostante alcuni tratti in comune tuttavia, le differenze fra questi sollevamenti e quelli del 2011 appaiono fin da subito evidenti già a partire dal tipo di rivendicazioni. La dialettica di Hirak Rif si è infatti indirizzata soprattutto al “blocco economico” di cui soffre la regione, chiedendo un maggiore sforzo sul piano dello sviluppo tramite la creazione di nuovi posti di lavoro, l’estensione delle infrastrutture e la creazione di un’università nella regione.

Un altro punto non trascurabile ha riguardato poi il dibattito attorno all’alto numero di casi di cancro registrati nella zona, da cui deriva la richiesta di costruzione di un centro oncologico ad Al Hoceima e di riconoscimento del legame fra l’incidenza di queste malattie e l’uso del “gas mostarda” nella guerra del 1921-26. Più complesso è invece il rapporto con il movimento secessionista, talvolta presente in alcune manifestazioni: se da un lato nelle piazze spesso si sono visti i simboli dell’effimera Repubblica del Rif, soppressa appunto nel 1926 e simbolo dell’indipendenza della regione, dall’altro il peso degli autonomisti è stato comunque marginale, anche se il governo e gli indipendentisti stessi hanno provato, per ragioni opposte, a sostenere il contrario.

Se le proteste del 2011 avevano preso la forma essenzialmente di una contestazione dell’assetto politico, quelle del 2016 si distinguono per il carattere socio-economico delle rivendicazioni, portando alla luce quindi un insieme di problematiche a lungo sopite e legate prevalentemente al modello di sviluppo marocchino. Negli anni infatti, a fronte di una crescita vertiginosa delle regioni atlantiche e più urbanizzate sulla spinta del turismo e degli investimenti infrastrutturali, si è assistito anche alla stagnazione di alcune regioni periferiche, spesso tralasciate dai piani di intervento governativi.

Su una simile base sono da leggere anche le proteste scoppiate alla fine del 2017 e poi protrattesi per gran parte del 2018 a Jerada, città ex mineraria  e deindustrializzata della regione Orientale. Anche qui le manifestazioni si sono originate a partire da un fatto di cronaca, comunque esemplificativo della situazione sociale della provincia, che ha dato inizio all’ondata di scioperi. La scintilla è stata infatti la morte di due fratelli in un pozzo dismesso di estrazione di carbone, dove i due si trovavano dopo la sua riapertura clandestina. Il governo anche in questo caso aveva risposto con una strategia simile a quella impiegata per il Rif, arrestando gli esponenti principali della protesta ed elaborando poi un piano di sviluppo economico d’urgenza, che tuttavia sembra non aver soddisfatto pienamente i manifestanti.

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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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