Il Marocco e la piazza come espressione politica

Marocco

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Il ruolo dei partiti e della monarchia

In questo contesto politico ogni formazione politica ha tentato di cavalcare il dissenso popolare in modo diverso. Il PJD ha puntato prevalentemente sulla sua legittimazione democratica a governare derivata dalle elezioni e, in concomitanza con le elezioni del 2016, ha ricominciato a parlare dell’egemonia del re sulla vita politica. Il PAM dall’altro lato ha cercato di ritrarre il suo avversario come una formazione anti-democratica e ostile al progresso necessario al paese, assumendo un ruolo strategico fra il favore verso il re e l’opposizione al governo, che lo ha premiato proprio in quelle regioni dove il dissenso era più forte ed espressione delle fasce più giovani.

Infine i partiti tradizionali hanno cercato di cambiare la propria pelle con risultati alterni. Dopo il passaggio all’opposizione il PI, indebolito dagli scontri fra le correnti, ha cercato di mutare in parte la sua retorica, intercettando soprattutto il voto degli immigrati marocchini nelle regioni meridionali del Sahara Occidentale. Il RNI dall’altro lato ha cercato di contendere al PAM il modernismo e la difesa della democrazia, ma la sua posizione all’interno del governo e nel novero dei vecchi partiti gli ha impedito di risollevarsi davvero.

In mezzo al conflitto politico sembra invece resistere la monarchia di Muhammad VI. Egli è infatti riuscito a imporsi con un ruolo di arbitrato fra le forze politiche, uno “spettatore critico”, che si è progressivamente appropriato del lessico del cambiamento. Con questa legittimazione il re è riuscito a rappresentare sia le istanze dell’opposizione sia quelle del governo e, sfruttando la spinta del RNI interna all’esecutivo, ha potuto allontanare Benkirane, che era stato formalmente riconfermato alle elezioni del 2016.

Come nuovo primo ministro è stato scelto un altro esponente del PJD, Saadeddine El Othmani, già Ministro degli Esteri per due anni fino al 2013, che ha allargato la coalizione all’USFP e un altro partito di posizioni filomonarchiche, l’Union constitutionnelle (UC). Il nuovo esecutivo ha inoltre cercato fin da subito di far fronte alle richieste delle nuove proteste, formulando una legge finanziaria fortemente concentrata sulle politiche sociali, che recupera anche la cosiddetta tassa di solidarietà sociale, l’imposta applicata alle grandi imprese che alimenta il Fondo di coesione sociale e il RAMED (Régime d’Assistance Médicale aux Èconomiquement Démunis).

Un altro terreno di scontro che si è sbloccato con l’avvicendamento ai vertici dell’esecutivo è stato poi quello della nuova legge contro la violenza sulle donne, che rappresenta un altro tassello del progetto di modernizzazione del paese iniziato dal re stesso nel 2003 con la riforma del codice di famiglia e che il PJD aveva tentato di ritardare. Alla fine, anche grazie alla spinta interna della ministra Bassima Hakkaoui, esponente del partito di maggioranza, il provvedimento è entrato in vigore, ma non ha soddisfatto i movimenti femministi marocchini, che sono comunque scesi in piazza e hanno manifestato soprattutto contro alcuni emendamenti che hanno ridimensionato molto le sanzioni previste per i colpevoli e l’accesso a meccanismi di protezione per le donne vittime di violenza.

L’inizio del 2019 ha inoltre dimostrato che anche le riforme sociali promosse dal governo Othmani non sono bastate a quietare la piazza e già il mese di gennaio ha visto una serie di scioperi di dipendenti pubblici, indetti dai principali sindacati marocchini, per protestare contro le condizioni di lavoro di molti di loro e il fallimento dei tentativi di intesa con il governo. Lo sciopero, che ha avuto una notevole risonanza, ha potuto diffondersi anche perché ha finito per saldarsi con una serie di rivendicazioni diverse, non solo a carattere locale, ma anche di categoria, come quelle degli insegnanti che fin dall’inizio dell’anno scolastico protestano per i salari troppo bassi.

Di fronte a queste pressioni la classe politica marocchina sembra incapace di fornire risposte nuove. Per quanto si caratterizzi come un paese in forte crescita, il Marocco sta infatti pagando il prezzo di uno sviluppo asimmetrico, che lascia fuori alcune zone e categorie. In piazza scendono infatti soprattutto gli abitanti delle regioni periferiche e i giovani le cui richieste, pur trovando in parte un appiglio politico nel PAM, sono spesso inascoltate. La crescita delle manifestazioni di piazza rispecchia proprio questa volontà di partecipazione di una parte della popolazione, che rimane esclusa dal dibattito politico e da una crescita economica concentrata geograficamente soprattutto alle regioni atlantiche e indirizzata ad alcuni settori, in primis quello turistico, a scapito di altri.

Inoltre, nonostante i cambiamenti politici avvenuti a partire dal 2011, la classe politica è ancora lontana dal riuscire a intercettare queste richieste e continua a riprodurre i vecchi schemi di potere, soprattutto a livello locale, spostando sempre più il confronto politico e l’espressione del dissenso verso le piazze. Allo stesso tempo però la frammentazione dello spazio pubblico marocchino impedisce un’unione delle proteste in un unico fronte, soprattutto a causa dell’eterogeneità e talvolta contraddittorietà delle rivendicazioni portate avanti dai vari movimenti.

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BIBLIOGRAFIA

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Zaireg, R., Comment la rue est devenue le principal acteur politique du Maroc, Middle East Eye, 3 luglio 2018.


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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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