“Marx e il conflitto” di Gennaro Imbriano
- 19 Ottobre 2020

“Marx e il conflitto” di Gennaro Imbriano

Recensione a: Gennaro Imbriano, Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 144, 9 euro (scheda libro)

Scritto da Giulio Pignatti

6 minuti di lettura

Il solo levare i calici a quella Marx renaissance che sempre più ha preso corpo negli ultimi anni non è più sufficiente. Questo è il chiaro messaggio di Marx e il conflitto: non si tratta solamente di far rivivere il filosofo di Treviri, risollevandolo dall’oblio a cui sembrava condannato dopo le sconfitte storiche del socialismo scientifico e riconoscendone finalmente la grande capacità analitica anche rispetto alla società attuale. Si tratta anche e soprattutto di riflettere su quale Marx si stia rievocando. Per Gennaro Imbriano, ricercatore e docente all’Università di Bologna, infatti, quello attualmente oggetto di pubblicazioni e convegni – ma anche di interessi e tributi più pop – è un Marx pacificato, neutralizzato. Un Marx «“classico” depotenziato e privato della sua carica disturbante, inquietante, imbarazzante» (pp. 8-9) – in ultima analisi, del suo potenziale politico rivoluzionario, volto alla trasformazione radicale dell’esistente. Ecco che infatti il titolo completo del libro edito da DeriveApprodi (nella collana «Input», dedicata alla formazione militante) suona: Marx e il conflitto. Critica della politica e pensiero della rivoluzione.

Ad essere solitamente obliterata è la “differenza” marxiana. Questo il tema centrale dell’agevole libro di Imbriano, e il vero e proprio Leitmotiv che tiene insieme i diversi argomenti affrontati. Frutto di un seminario svolto a Bologna presso la Mediateca “Gateway”, infatti, Marx e il conflitto risale il pensiero del Moro affrontandone le varie tappe e i punti di svolta, tutti accumunati dalla rottura con le posizioni mainstream della sinistra del suo tempo. Sempre uguale la direzione, messa a fuoco anno dopo anno più lucidamente: il riconoscimento del conflitto – dello sfruttamento implicato nel modo capitalistico di produzione e della conseguente lotta tra classi – come anima costitutiva della società moderna.

Ciò vuol dire, ad esempio, per il giovane Marx porre una “differenza” rispetto al proprio ambiente di formazione, quello della Sinistra hegeliana, e in particolare rispetto all’amico Bruno Bauer. L’emancipazione non può avvenire a livello solamente politico, attraverso un’integrazione e un allargamento dei diritti di cittadinanza, perché una tale prospettiva disconosce che, della differenziazione operata da Hegel e caratteristica della modernità tra Stato e società civile, la sfera reale, concreta, fondante è quest’ultima, caratterizzata dai rapporti di proprietà e dalla divisione del lavoro. Ogni posizione – da Robespierre a Hegel, fino a Bauer stesso – che attribuisce al politico un’autonomia e una priorità che ne investirebbero l’intervento di una potenzialità emancipatoria rappresenta un illusorio rovesciamento: è la società civile «il teatro di ogni storia», e la rivoluzione politica – che per Marx è sinonimo di Rivoluzione francese – non è che un primo, parziale, passo verso l’emancipazione umana. Ed ecco allora che, per il tramite dell’indagine sulla società civile, il pensatore di Treviri si trova a rinnegare anche quel Feuerbach che gli aveva insegnato a sgominare coloro che facevano camminare l’uomo sulla testa. Questi aveva interpretato l’alienazione religiosa come un “errore” della coscienza umana, senza vederne la radice sociale; mentre al Marx dei decisivi anni 1843-1845 è ormai chiaro che è il lavoro il motore della storia e il principio creatore del mondo. Lì la sorgente dell’alienazione, lì la possibilità della trasformazione.

La concezione materialistica della storia è il «traguardo decisivo degli anni di Bruxelles» (p. 64): la società capitalista, lungi dall’essere un dato “naturale”, è il risultato storico della relazione tra forze produttive e rapporti di produzione; relazione che, sviluppata, cessa di essere progressiva e dà origine a un conflitto insanabile. La priorità del momento della produzione su quello dello scambio e della circolazione delle merci costituisce la grande rottura che Marx opera nell’ambito dell’economia politica, e che gli consente di svelare il “segreto dello sfruttamento” (questo il titolo del quarto capitolo del libro). E così si traccia anche la differenza marxiana rispetto alle altre forme di socialismo contemporanee: né illusione in una possibilità di armonizzare questa contraddizione strutturale (contra Proudhon), né astratta nostalgia di una condizione premoderna tanto irrecuperabile quanto poco auspicabile (contra il socialismo “reazionario”), né balzo in avanti che non guarda ai movimenti reali della lotta (contra il socialismo utopista). Bensì un’acuta teoria dell’organizzazione politica, ricalibrata secondo le diverse stagioni politiche – e in seguito alle molteplici sconfitte delle quali Marx fu partecipe –, volta a dare forma al conflitto sociale in una direzione autenticamente politica e rivoluzionaria.

Su un primo livello, dunque, Marx e il conflitto può essere affrontato come un’introduzione all’opera di Karl Marx, intesa per chi, pur non del tutto neofita, desidererebbe averne un quadro globale. L’intenzione di Imbriano di «contribuire a “salvare” Marx […] da quel senso comune che ne fa uno dei tanti autori da inserire nel calderone del rinascente pensiero critico alla moda» (p. 9), l’intenzione di presentare – insomma – un Marx senza veli e colto nella sua irriducibilità, dischiude delle pagine che, presentando gli snodi teorici decisivi, nonché i principali episodi biografici e della militanza, coprono l’arco di tutta la vita e produzione del Moro. Tuttavia, già nella postura polemica di quest’operazione “disoccultante” è racchiuso un secondo livello di lettura del libro di Imbriano. Come architrave delle argomentazioni vi è infatti una convinzione che emerge solo “carsicamente”, secondo cui la differenza marxiana non solo è stata tradita da tutti quei recuperi che fanno di Marx (soltanto) un filosofo “classico”, ma, se ben compresa, permetterebbe di liberare il campo della maggior parte delle discussioni politiche e teoriche della sinistra odierna. Per l’autore, infatti, Marx avrebbe rotto con tutta una serie di prospettive che oggi si ripropongono – in forma solo esteriormente mutata –, spesso pretendendo tra l’altro di rifarsi all’eredità marxiana.

Questa tesi purtroppo però non è particolarmente sviluppata all’interno del libro, il quale si limita a trattare del divorzio del Moro da prospettive e movimenti del proprio tempo – e i riferimenti alla contemporaneità rimangono spesso soltanto delle “frecciate”, le quali tuttavia non possono non innescare delle riflessioni. Se in relazione all’attuale dibattito politico è infatti abbastanza intuibile quale insegnamento possa derivare dall’individuazione marxiana del modo di produzione come sede del conflitto radicale – il che mette fuori gioco ogni soluzione che si mantenga sul mero piano politico o parlamentare, nonché ogni prospettiva che faccia leva soltanto sulla cooperazione o, peggio ancora, sulla filantropia, lasciando immutato lo status quo dei rapporti di produzione –, più complicato è comprendere la disputa teorico-filosofica e la provocazione a quello che, fin dalle prime pagine, sembra essere l’obiettivo polemico principale di Imbriano, cioè il pensiero critico contemporaneo. L’autore è netto a riguardo, e parla addirittura di «inconciliabilità» del pensiero marxiano, se colto in tutta la sua politicità eversiva, con le «prospettive sedicenti critiche che si impongono nello scenario odierno», «dalla filosofia della differenza al post-strutturalismo, dal filantropismo umanista alle teorie della decrescita, dalle rinnovate forme di mutualismo alle teorie sulla democrazia radicale» (pp. 9-10). Queste posizioni critiche, che spesso si richiamano a un Marx “annacquato”, non solo non si pongono al livello di una critica radicale, che faccia emergere il conflitto in tutta la sua cruda materialità, ma soprattutto – per Imbriano – pretendono di risolvere tutte le contraddizioni sul piano del pensiero. Il secondo capitolo di Marx e il conflitto, intitolato «Miserie della filosofia», è dedicato proprio a quelle opere marxiane, come l’Introduzione del 1844 o La sacra famiglia, in cui si trova criticato l’intellettualismo di filosofi come i Giovani hegeliani, per i quali il superamento dell’alienazione deve avvenire secondo un movimento concettuale tutto interno all’autocoscienza. Imbriano sottolinea – con una vis polemica che chiaramente non interpella solamente i contemporanei di Marx – anche il carattere implicitamente classista di tale critica filosofica: «Tipico è il tic che i teorici della sinistra filosofica mostrano a corollario della loro intima convinzione che l’autocoscienza è tutto: la massa che non pensa, la massa che non filosofa, è guardata dall’alto con distanza e intesa nella sua esistenza solo in quanto negazione dello spirito» (p. 55). Come noto, per Marx la critica teorica, seppur importante, dopo aver esposto il conflitto in tutta la sua radicalità deve lasciare lo spazio alla prassi rivoluzionaria, avendo individuato quel soggetto storico – dal 1844, il proletariato – intrinsecamente capace dell’emancipazione umana. Questo “modello” è prospettato – auspicato? – anche da Imbriano, secondo il quale solo ponendosi al livello materiale del conflitto sociale e incanalando quest’ultimo in forme politiche organizzate, si può davvero procedere a una trasformazione effettiva dell’esistente – scopo ultimo, questo, di ogni “marxismo”.

È in tale passaggio – non argomentato e solo accennato in alcuni punti – da un necessario e ben riuscito lavoro di restituzione del pensatore di Treviri in tutta la sua carica politica alla riproposizione immediata di pratiche (teoriche, critiche, militanti…) le quali, in Marx più che in ogni altro, nascono e assumono vigore da determinate congiunture storiche che risiede la “soglia” del libro. È indubbio che una critica che voglia fregiarsi di radicalità, brandendo legittimamente il Marx renaissant, non può che porre in questione – ora come allora – innanzitutto l’organizzazione dei meccanismi della produzione. Ma sarebbe invece ingenuo pensare che nel mondo contemporaneo il conflitto tra classi – certo presente, e spaventosamente stridente – sia palese come negli anni della rivoluzione industriale, e non invece frammentato, complessificato, e soprattutto coperto da una spessissima coltre ideologica che ha totalmente saturato l’immaginario collettivo. Per quanto il «pensiero critico alla moda» di cui parla Imbriano rischi spesso di essere un autoreferenziale dibattito interno a ristrette cerchie di élite accademiche, intellettuali, sociali, è anche vero che un esercizio della critica – una critica che sappia far emergere le contraddizioni e i conflitti nel loro fragore – sembra essere oggi più necessario ancora che ai tempi di Marx. E allora la questione potrebbe riguardare le modalità di un pensiero critico che sappia mobilitare gli animi, farsi massa – non denunciarla come “non pensante” –, guadagnare un’effettività collettiva e materiale nello svelare conflitti e abbattere miti ideologici. Il momento dell’organizzazione e dell’azione politica è certo inaggirabile, ma in un periodo storico in cui il There is no alternative è una convinzione ideologicamente radicata nella mente dei più – e non uno status quo imposto con la spada da re, imperatori e industriali –, forse andrebbe ripensato innanzitutto un lavoro efficace di decolonizzazione della coscienza collettiva.

Rispetto a questo genere di problemi, tuttavia, Marx e il conflitto si ferma prima: il libro è innanzitutto un’agevole e lucida ricostruzione del Marx pensatore del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Il resto rimane da pensare e da discutere.

Scritto da
Giulio Pignatti

Studia Filosofia all’Università di Padova. Si interessa anche di attualità e il suo sogno è quello di far congiungere le due passioni.

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