Marx è tornato. Interroghiamolo ad occhi aperti

Si è svolto il 22-23-24 ottobre ad Alessandria il convegno “I ritorni di Marx” organizzato dalla Fondazione Luigi Longo e dalla rivista Critica marxista in collaborazione con l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi” e la guida scientifica di Stefano Petrucciani e Guido Liguori. Molte le tematiche affrontate di grande interesse anche per Pandora.


Aldo Tortorella, vecchio ma infaticabile direttore della storica rivista Critica marxista, nell’illustrare le motivazioni del convegno ha mosso dalla premessa che la grande crisi del 2008 ha dato inizio ad un nuovo ritorno di Marx, la cui conferma può essere trovata, ad esempio, nella lettura dei tre volumi del Capitale posta da Okwui Enwezor al centro del percorso espositivo della Biennale Arte di Venezia 2015 “All the World’s Futures”. Secondo Tortorella sepolture, l’ultima con il crollo del mondo sovietico nel 1989, e resurrezioni di Marx hanno caratterizzato tutto il secolo scorso, nell’alternarsi di successi e rovesci del capitalismo. Promuovere una ricerca e un confronto su questi ritorni è dunque il significato dell’incontro.

Se è senz’altro vero, come sostenuto da Tortorella, che la riscoperta di oggi è diversa da tutte le altre del secolo scorso perché viene dopo il crollo del mondo sovietico, il trionfo mondiale del neoliberismo e la sua non ultimativa grande crisi, non possiamo non riflettere autocriticamente, da storici del presente nostro malgrado, anche sui caratteri, certamente intellettuali e accademici, del presente ritorno, che anche questo convegno, svoltosi nella sede di un anonimo hotel della zona industriale di Spinetta Marengo, ha mostrato, pure nel generale prevalere di una lettura disciplinare filosofico-interpretativa di Marx.

L’impressione è che in questo contesto sia più facile un distanziamento critico dall’economia politica (tranne per la relazione della neosraffiana Antonella Palumbo, allieva di Pierangelo Garegnani), soprattutto nella sua variante neoclassica contemporanea, che dalla filosofia. Come se Marx stesso e tanti suoi lettori non siano stati anche critici della filosofia e non ci avessero messo in guardia anche dal tentativo della filosofia come strumento di egemonia ideologica e di riassorbimento del pensiero critico di Marx.

In questo senso, dunque, lascia qualche dubbio la perentorietà dell’affermazione tortorelliana secondo cui saremmo di fronte ad un ritorno ad occhi più aperti di Marx anche in quanto questo ritorno si colloca “dopo la fine delle deformazioni dogmatiche e scientiste, dopo la fine degli anacronismi e la collocazione di Marx nel suo tempo, lo studio dei suoi limiti e delle sue lacune”. Come se la lettura e il dibattito presenti potessero non essere privi di continuità con le letture e i dibattiti del passato e soprattutto come se la lettura e il dibattito presenti, soprattutto accademici, potessero non essere segnati da nuove deformazioni.

Così la realtà presente irrompe soprattutto con il Marx critico dell’economia politica.

Vladimiro Giacché, a partire da un confronto con la tesi della stagnazione secolare, risalente almeno ad Alvin Hansen e recentemente riproposta da Lawrence Summers, ha approfondito la concezione marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto. Secondo Giacché questa teoria marxiana, considerata insieme alle sue controtendenze indicate dallo stesso Marx, trova conferma negli ultimi decenni e offre una spiegazione soddisfacente della crisi strutturale e non ciclica del capitalismo, scoppiata nel 2007 e tuttora non risolta. Il capitale produttivo d’interesse, su cui sono imperniati i processi di finanziarizzazione e sviluppo dell’economia del debito, emerge quale controtendenza di maggiore importanza a partire dagli anni Ottanta. Le misure adottate da governi e banche centrali, pur differenti di qua e di là dell’Oceano Atlantico, convergono nel tentativo di rimetterlo in piedi e restituirgli funzionalità. E in questa luce la critica all’Unione economica e monetaria europea a trazione tedesca e alla Banca centrale europea è ferma e senza appello.

Ma anche Mario Pianta, pur muovendo da un approccio influenzato soprattutto dallo studio del lungo XX secolo di Giovanni Arrighi, ha messo al centro della propria relazione proprio i processi di espansione finanziaria in una prospettiva di lungo periodo. Così come Emiliano Brancaccio, che pure ha svolto un approfondimento sulla marxiana tendenza alla centralizzazione del capitale. E tutti e tre, Brancaccio, Giacché, Pianta hanno sottolineato le difficoltà che finanziarizzazione e libertà di movimento dei capitali pongono, specie in chiave europea, a una riorganizzazione internazionale del punto di vista dei lavoratori e l’importanza della dimensione politica internazionale sia per l’analisi economica che per questa stessa riorganizzazione.

D’altronde un’Unione Europea neoliberale che, come dice André Tosel “non è stata, non è una federazione di stati, ma impone la sua sovranità come è definita dalla rete dei poteri finanziari e politici” sembra configurarsi come “un quasi Stato senza popolo europeo”, ma che “rappresenta i mercati finanziari internazionali presso i popoli europei” e dove “lo stato nazionale conserva una funzione ben concepita da Marx: la gestione delle forze lavoro transnazionali, frammentate, divise contro se stesse”.

Più in generale il neoliberalismo appare a Jacques Bidet “come un nuovo regime di egemonia, dove i capitalisti occupano una posizione schiacciante in correlazione con l’emergere di uno Stato-mondo nel tessuto del Sistema-mondo”. Ma è Giorgio Cesarale, che di Bidet critica l’approccio metastrutturale, a contribuire con chiarezza a riportare l’attenzione sui rapporti sociali di produzione, sui rapporti di classe, così potentemente smascherati da Marx nel Capitale, nello studio di questi processi storici.

A tentare di superare le difficoltà che agli occhi di Bidet si pongono in quanto “il soggetto moderno si costruisce in uno spazio più ampio, di fronte alla molteplicità contraddittoria di questo nuovo regime globale di egemonia”, è invece ancora una volta la rilettura del Gramsci studioso dell’ideologia in Marx, qui proposta da Guido Liguori in particolare alla riscoperta proprio del ruolo dell’ideologia nella lotta egemonica.

Peccato che la politica e i lavoratori siano stati per lo più assenti da un dibattito sempre pregevole e partecipato, che ancora deve molto a una delle poche figure rimaste in grado di intrecciare sapientemente politica e cultura, Aldo Tortorella appunto.

Insomma, a occhi aperti di Marx e del suo pensiero critico c’è più bisogno di prima, anche per studiare il suo ritorno nel presente, così ricco in tante discipline scientifiche ovunque nel mondo, nonché e soprattutto per riorganizzare il nostro punto di vista di lavoratori e la nostra smarrita politica.


E' laureato in Discipline economiche e sociali e dottore di ricerca in Istituzioni, amministrazioni e politiche regionali. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte, dove si occupa di valutazione delle politiche regionali, e a livello nazionale coordina il Laboratorio di pratiche valutative di progetto CAPIRe. È membro della direzione regionale del Pd del Piemonte. Il contenuto dei suoi contributi, compreso ogni eventuale errore, è frutto esclusivo del pensiero dell'autore e non impegna l’ente di appartenenza.

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