Marx e Keynes oggi. Intervista a Marco Veronese Passarella
- 01 Ottobre 2018

Marx e Keynes oggi. Intervista a Marco Veronese Passarella

Scritto da Lucio Gobbi

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Le conseguenze dello sviluppo tecnologico

L’ultima ondata di sviluppo di tecnologico ci consegna un mondo in cui la capacità di calcolo e di raccolta di informazioni è sempre maggiore. Lei ritiene che allo stato attuale della tecnica la questione della pianificazione possa essere riproposta con rinnovata forza? La ritiene una tematica degna di essere approfondita o il dibattito tra Hayek e Oscar Lange rimane da lasciare ai libri di storia?

Marco Veronese Passarella: Certo. Credo che non solo debba essere approfondita sul piano teorico, ma vada ripristinata come tema centrale nell’agenda politica delle forze progressiste. D’altra parte, per le stesse ragioni già evocate in merito alle politiche keynesiane, sappiamo anche che incontrerà un’opposizione crescente da parte della classe dominante, o almeno di una parte di essa. Resta il fatto che, non soltanto la crescente divaricazione sociale nei paesi di prima industrializzazione, ma anche il cambiamento climatico e il depauperamento delle risorse naturali imporranno giocoforza delle scelte radicali nei prossimi decenni. La pianificazione appare come l’unica via d’uscita dalla crisi sociale ed ambientale che si profila all’orizzonte. La vera sfida non è, o non è solo, quella di imporre quello strumento, ma di far sì che stia saldamente nelle mani delle classi lavoratrici.

Contestuale allo sviluppo tecnologico vi è sempre, in forma più o meno marcata, la presenza di disoccupazione tecnologica. Fino ad oggi potremmo dire che le economie capitalistiche avanzate sono sempre state in grado di riassorbire tali forme di disoccupazione. Nel libro Il capitale monopolistico Baran e Sweezy mostrano come il sistema in queste fasi si organizzi in modo da distribuire il surplus creato nel sistema produttivo attraverso la creazione di lavori “improduttivi”. Ritiene questa analisi valida o secondo lei questa fase è diversa da altre fasi caratterizzate da alto sviluppo tecnologico che il capitalismo ha vissuto?

Marco Veronese Passarella: Fin dai tempi della clamorosa ritrattazione di David Ricardo, che infine ammise la possibilità che il progresso tecnico potesse danneggiare i lavoratori, quello della disoccupazione tecnologica è sempre stato un tema controverso. Se osserviamo i dati, emerge un paradosso evidente: i paesi a maggior grado di robotizzazione sono oggi quelli caratterizzati dai minori tassi di disoccupazione e dai più alti tassi di occupazione (si pensi a Germania, Sud Corea e Giappone, solo a titolo di esempio). D’altra parte, nessuno sosterrebbe che il maggior tasso di disoccupazione che caratterizza il Sud Italia rispetto al Nord sia il risultato del divario tecnologico a favore del primo. Quello della disoccupazione tecnologica rischia, in effetti, di diventare l’alibi dietro il quale si cela la volontà della classe dominante di garantirsi un esercito industriale di riserva permanente in alcune aree della periferia, esercitando così una pressione costante sui lavoratori del centro. Insomma, se è vero che l’uso di macchinari in Sud Corea può avere effetti occupazionali perversi in Europa, non c’è niente di naturale o inevitabile in tutto ciò. Si tratta, al contrario, di una delle forme concrete assunte dalla lotta di classe nella sfera della produzione, nonché della guerra tra capitali a differente base nazionale. Rapporti di potere di cui le tesi sulla fine o presunta “scarsità” del lavoro, benché spesso avanzate in buona fede, rappresentano la sovrastruttura ideologica. Ma bisogna leggere più Marx e meno letteratura distopica per riconoscerlo… Venendo ai lavoratori improduttivi, io – come sapete – vivo e lavoro in uno dei paesi in cui la loro percentuale sulla popolazione attiva è tra le più elevate. Sono lavoratori che non producono valore macroeconomico in modo diretto (anche se ne consentono il realizzo sul piano microeconomico, il che è peraltro fonte di continui abbagli e fraintendimenti anche da parte di chi si richiama a Marx), ma che possono accelerare ovvero rallentare il processo di accumulazione di capitale. Io stesso sono un lavoratore improduttivo, così come lo sono gli operatori della City di Londra. In effetti, si tratta sovente di professioni ed attività rapaci, che consentono ai capitali del centro capitalistico di “succhiare” valore dal resto del mondo. Che consentono, dunque, ad una economia decotta come quella britannica di continuare a prosperare.

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Scritto da
Lucio Gobbi

Nato nel 1987 a Rimini. Laureato in discipline economiche all'Università Bocconi. Attualmente dottorando in Economia e Management all'università di Trento.

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