Marx e Keynes oggi. Intervista a Marco Veronese Passarella
- 01 Ottobre 2018

Marx e Keynes oggi. Intervista a Marco Veronese Passarella

Scritto da Lucio Gobbi

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Marco Veronese Passarella e una soluzione marxista alla grande crisi?

Ci può dare una spiegazione marxista dell’ultima crisi?

Marco Veronese Passarella: No. Credo sia sbagliato cercare nell’opera di Marx la spiegazione di questa o quella crisi particolare. Marx ci spiega perché le economie capitalistiche sono condannate a sperimentare crisi ricorrenti, ci dice che proprio la soluzione di ogni crisi spiana la strada alla crisi successiva (tema poi ripreso e approfondito da Hyman Minsky) e ci dice inoltre che l’intensificarsi delle crisi apre a possibilità (ahinoi, non già a necessità) di cambiamento radicale della struttura sociale ed economica. Se la caduta del saggio di profitto è da considerarsi la tendenza di fondo del sistema nel lungo periodo (una tendenza da assimilarsi alla legge di gravità per i sistemi fisici), le contro-tendenze (legate al processo di mondializzazione e alle pratiche imperialistiche dei paesi del centro capitalistico, ma anche allo sviluppo tecnologico) possono in ogni momento battere la tendenza. Il sistema si muove sempre lungo un sentiero scosceso, che si situa tra la crisi di realizzo determinata dall’impoverimento relativo della classe lavoratrice e la caduta tendenziale del saggio generale di profitto. Ma la crisi – chiarisce Marx – può manifestarsi anche in forma di squilibri settoriali o commerciali, di guerra tra capitali a differente base nazionale, ovvero come speculazione (rialzista prima, una volta esaurita la fase ascendente del ciclo economico-produttivo, e ribassista poi) sui mercati finanziari. La cosiddetta Crisi Finanziaria Globale e la sua coda europea, la Crisi dei Debiti Sovrani, si sono manifestate in pressoché tutte le forme appena descritte, tutte minuziosamente annotate e descritte da Marx nelle proprie opere. Perciò, non ha molto senso chiedersi se, per esempio, la Crisi Finanziaria Globale sia stata causata dalla finanza e dall’esplosione delle disuguaglianze, come sostiene la maggior parte degli economisti di formazione keynesiana, oppure dalla caduta del saggio del profitto e dalla crisi settore reale, come sostengono i marxisti più ortodossi. La crisi è stata causata dal… capitale.

Mi sento di farle una provocazione, ci può dare una soluzione marxista?

Marco Veronese Passarella: Provocazione per provocazione, dico di sì. Benché Marx si rifiuti di fornire ricette di politica economica, si possono trarre alcune chiare indicazioni dalle sue riflessioni. Per esempio, se si accetta la sua analisi, nessuna forma di trasferimento monetario ai lavoratori può mutare la distribuzione reale tra classi sociali, né tantomeno può intaccare la struttura della produzione, risolvendosi invece in un sussidio indiretto alle imprese. Anche le politiche fiscali espansive di tipo keynesiano devono essere considerate insufficienti nel medio-lungo periodo, perché le scelte su composizione e livello della produzione rimangono prerogativa delle imprese private. La soluzione “marxista” alla crisi si chiama, perciò, piano per il lavoro (ossia la trasformazione del settore pubblico in occupatore di prima istanza della forza-lavoro), fornitura pubblica diretta di beni e servizi fondamentali (edilizia, educazione, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ecc.), restrizione della libertà di movimento dei capitali, nazionalizzazione dei settori chiave dell’economia, stretto coordinamento tra Tesoro e banca centrale (al fine di contemperare la stabilità del potere d’acquisto con la piena occupazione), e tassazione fortemente progressiva dei redditi e delle ricchezze. L’obiettivo deve essere il controllo pubblico – usiamo pure la parolaccia, “statale” – della produzione nazionale: del suo livello e soprattutto della sua composizione. Un controllo esercitato in modo democratico, seppure necessariamente mediato, volto al raggiungimento del pieno impiego, alla riduzione delle disparità sociali e alla difesa dell’ecosistema. Quello della conquista del potere rimane perciò un tema ineludibile. La macchina statale va conquistata e sottratta al controllo delle classi proprietarie, sia di quelle “predatorie globali” che di quelle “parassitarie nazionali”. Ecco perché va rigettata ogni forma di “codismo” – come ci ricorda giustamente Emiliano Brancaccio. Detto diversamente, all’universalismo astratto e immediato delle non-più-sinistre eurunioniste e atlantiste (vale a dire di quegli ex-compagni che vorrebbero esportare i diritti civili sui caccia bombardieri e che plaudono al ruolo disciplinante dei mercati, ma alla bisogna pure delle squadracce naziste ucraine), non si può contrapporre un particolarismo identitario, invero altrettanto astratto e pericoloso (e qui mi riferisco a quei settori della ex-sinistra radicale che flirtano con le piccole borghesie nazionali sconfitte dai processi di globalizzazione, mentre finiscono per alimentare una lotta fratricida tra lavoratori nativi e immigrati). Lo sviluppo di un punto di vista autonomo del lavoro non può che fondarsi su un universalismo mediato e progressivo, che rimetta la classe dei salariati al centro delle proprie riflessioni e soprattutto del proprio agire politico, al fine di ripensare le forme dell’inclusione (non dell’esclusione) sociale. Proporre “soluzioni marxiste” significa, insomma, non accettare lo stato di cose dato, ma riuscire ancora ad immaginare e lottare per realizzare un cambiamento nel sistema che prefiguri un cambiamento di sistema. Significa rigettare ogni teleologia della sconfitta, ma, al contempo, anche ogni tentazione codista. Sarà durissima e ci vorrà molto tempo. Ma nessuno si schiera con il “lato cattivo della storia” per rendersi la vita facile.

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Scritto da
Lucio Gobbi

Nato nel 1987 a Rimini. Laureato in discipline economiche all'Università Bocconi. Attualmente dottorando in Economia e Management all'università di Trento.

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