Mascolinità emergenti: una lente di genere per la realtà iraniana contemporanea
- 05 Febbraio 2021

Mascolinità emergenti: una lente di genere per la realtà iraniana contemporanea

Scritto da Rassa Ghaffari

9 minuti di lettura

Chiunque si appresti per la prima volta allo studio dell’Iran noterà immediatamente l’enorme quantità di ricerche, analisi politiche, sociali, giuridiche ed economiche (ma anche romanzi e film) sulla condizione femminile e sull’evoluzione del ruolo e dell’immagine della donna nella società iraniana. Questa preponderanza di studi incentrati sull’universo femminile non sorprende, e può essere ricondotta a due motivi principali: da una parte, l’evidente attenzione che lo Stato iraniano stesso ha sempre rivolto alla figura femminile, da ben prima della nascita della Repubblica Islamica. Sin dall’avvio del processo di modernizzazione di Reza Khan, la posizione della donna è sempre stata definita in termini di interesse nazionale: il progresso della società doveva coincidere con un parallelo progresso della condizione femminile, poiché le donne, «carriers of national traditions and customs» il cui status «is inseparably tied to the status of the nation»[1], erano incaricate di «teach their husbands lessons on manhood»[2]. È la condizione delle donne quella che ha subito le più importanti e rapide trasformazioni all’indomani del 1979, senza che, tuttavia, venisse alterata in modo significativo l’architettura patriarcale e gerarchica vigente durante la monarchia Pahlavi. Nessun altro elemento della società ha subito una trasformazione altrettanto radicale dei ruoli e delle identità di genere, che vennero costruiti come categorie politiche e rivoluzionarie attraverso la reclamazione dell’autorità religiosa sulle politiche sessuali e sui corpi.

D’altra parte, è innegabile una certa fascinazione dell’accademia e dell’opinione pubblica internazionali che, in particolare dal 2001 in poi, hanno prodotto una nutrita schiera di ricerche e prodotti culturali sullo status e il corpo femminili: oggetti privilegiati di una analisi che stenta ancora ad emanciparsi dalla retorica orientalista che ha dominato le narrazioni sul Medio Oriente, portando Paola Caridi a scrivere nel 2015: «Nelle copertine, solo donne. E solo donne velate. Donne del cui viso si vede poco, pochissimo, addirittura nulla»[3].

Una delle conseguenze più evidenti è la relativa scarsità di studi e ricerche sulla condizione maschile: sulle trasformazioni che la rappresentazione ufficiale della mascolinità ha subito nel corso del tempo; sulle voci, narrazioni e istanze degli uomini stessi; sui fattori al di là dell’Islam che influiscono sulle loro vite. Sebbene costituiscano metà della popolazione, gli uomini e le mascolinità iraniane come categoria sociale sono stati finora considerati solo marginalmente dalla letteratura. Questa tendenza riflette la mancanza di un dibattito coerente all’interno della società stessa: in Iran, nota Gerami, «masculinity is so standardized that most Iranians do not see it as a category. Khomeini’s manhood is taken-for-granted knowledge in the national consciousness. He may be analysed as a revolutionary leader, an Imam, a politician, or even a dictator, but not as a man»[4].

Come già stabilito in merito alle identità femminili, anche le mascolinità sono plurime, fluide, in perpetua trasformazione e profondamente determinate dal contesto nel quale si sviluppano, confermando la loro natura tutt’altro che naturale e biologica. Rivelarne le dinamiche si rivela quindi essenziale per rendere visibile e problematizzare la posizionalità degli uomini stessi; una lente, quella del genere maschile, attraverso cui osservare e comprendere le trasformazioni della società più in generale. Per capire tali fenomeni è indispensabile presentare le voci ed esperienze dirette di questi attori: permettere che siano gli uomini iraniani stessi a raccontare le loro esistenze e i cambiamenti a queste associati, onde evitare una trasposizione dei nostri costrutti teorici e delle nostre interpretazioni. L’obiettivo della seconda parte di questo contributo è dunque offrire al lettore esempi concreti che permettano di immergersi sul campo e ascoltare le parole dei protagonisti di questa analisi; quella che segue è difatti una rielaborazione degli esiti principali di una ricerca condotta dall’autrice a Tehran con due generazioni di uomini dai vissuti personali e dalle convinzioni politiche e religiose molto diverse, accumunati dalla appartenenza alla classe media urbana della capitale. La profondità di indagine della ricerca – condotta attraverso interviste narrative – non consente alcuna generalizzazione di questi risultati alla totalità della popolazione maschile; si propone piuttosto come uno sguardo in profondità alle esperienze e narrazioni di uno specifico campione, che può segnalare tuttavia alcuni fenomeni e processi più generali della società nel suo complesso.

A confermare l’estrema variabilità e complessità delle identità maschili sono quindi innanzitutto gli uomini stessi: la riformulazione dei discorsi di genere ha costituito una delle componenti centrale dell’ideologia rivoluzionaria, tesa a promuovere nuovi modelli e valori di mascolinità quali il martire sciita (shahid), i membri del clero islamico (mullah), l’uomo adulto eterosessuale socialmente e sessualmente dominante, e la categoria dei mostazafin, i dispossessati riabilitati dalla rivoluzione.

Leggere e interpretare la condizione maschile solamente attraverso la narrazione ufficiale, tuttavia, equivale ad una ipersemplificazione della realtà iraniana che ne esclude le complessità e ambivalenze, nonché i profondi sebbene spesso impercettibili mutamenti della Repubblica stessa. Come diverse autrici hanno evidenziato[5], gli anni della ricostruzione post-bellica (sāzandegī), ad esempio, si sono distinti per una graduale emarginazione delle narrative rivoluzionarie e la retorica di redenzione dei martiri tipiche del periodo post-rivoluzionario, lasciando spazio ad una innovativa rappresentazione dell’uomo iraniano sponsorizzata dallo Stato: protagonista di questa nuova era è la classe media, prepotentemente chiamata in causa per contribuire alla ricostruzione economica del Paese, impegnato in una decisa navigazione verso un’economia di stampo capitalista e neoliberista. L’homo islamicus ha ceduto quindi il passo ad un nuovo modello che rispecchia in pieno il cambio di rotta dei governi di Rafsanjani (1989-1997) e Khatami (1997-2005): ambizioso, alla moda, competitivo in un sistema che alla solidarietà collettiva dei «senza scarpe» della rivoluzione preferisce ora l’individualismo imprenditoriale, che ama e ricerca il lusso.

La ricerca presentata in questo articolo, al contrario, è avvenuta lungo il corso del 2018 e 2019: un periodo segnato da un drammatico peggioramento della situazione economica, affossata dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) e dalla reintroduzione delle sanzioni internazionali, e sociale, con un crescente malcontento della popolazione verso il mancato miglioramento delle proprie condizioni di vita paventato dalla firma dell’accordo. Sebbene siano generalmente le fasce più vulnerabili della popolazione, come le donne, ad accusare con maggiore intensità le conseguenze di tali crisi, appare interessante soffermarsi su come gli uomini iraniani vivono e descrivono la propria condizione in un momento storico e politico così delicato.

Indifferentemente dalle proprie posizioni politiche o religiose e i diversi vissuti, gli intervistati hanno concordato col definire la propria esperienza di uomini iraniani come più complessa e difficile di quanto possa apparire. Le difficoltà menzionate sono strettamente correlate ai cambiamenti sociali, economici e politici dell’architettura della società iraniana nel corso degli anni, e anche al conseguente mutamento dei ruoli di genere considerati tradizionali. In un sistema patriarcale in cui il modello del bread-winner maschile è ancora dominante, l’indipendenza economica è il primo e più importante requisito per una corretta e socialmente riconosciuta transizione allo status di «uomo». I dati censuari[6] dimostrano come nel corso degli anni, la percentuale di uomini occupati sia sempre stata sensibilmente più alta di quella delle donne, raggiungendo spesso oltre i 40 punti percentuali di differenza. Confrontando i dati economici con quelli relativi allo status civile, inoltre, emerge una discrepanza interessante: mentre la stragrande maggioranza degli uomini sposati risulta occupata, le donne sposate sono registrate perlopiù come casalinghe, escluse dalla forza lavoro formale. Se, quindi, il matrimonio sembra agire ancora da deterrente per l’occupazione femminile, avere un impiego è requisito imprescindibile affinché un uomo si sposi e crei una famiglia.

Non sorprende, di conseguenza, che quasi tutte le interviste condotte condividano preoccupazioni più o meno evidenti per il proprio status economico e sociale; gli uomini più giovani, nati negli anni Novanta, hanno descritto le incertezze e difficoltà del guadagnarsi l’indipendenza in un mercato del lavoro sempre più rigido e precario laddove, afferma Ramin[7], disoccupato di 27 anni, «avere un buon lavoro è ancora oggi ciò che definisce un uomo, ancora più del matrimonio».

A differenza delle generazioni più anziane, agevolate spesso da un ingresso nel mondo lavorativo mediato dalle famiglie, di cui si usava seguire le orme, i giovani che raggiungono la maggiore età oggi devono confrontarsi non solo con le proprie aspettative mancate – incoraggiate in parte dall’ormai istituzionalizzato spirito della realizzazione individuale menzionato prima – ma anche con quelle familiari e sociali: «Mio padre si lamenta che mia sorella ha un lavoro vero fuori casa, mentre io faccio il freelance a casa», ha raccontato Sepehr, un traduttore di 25 anni, mentre Kian, un insegnante di Inglese di 27 anni, ha descritto le apprensioni della madre, che «non capisce che il lavoro ormai non è più quello che pensa lei, in ufficio dalle 9 alle 5. Ora è flessibile».

Speculari le parole della generazione nata negli anni Sessanta, che ha raccontato le pressioni percepite sia nella società – in una classe media «che sta lentamente svanendo» – sia nella famiglia. Glorificata come la principale protagonista degli sforzi post-bellici, la classe media urbana emerge da questi racconti come un’entità sempre più astratta e precaria, privata del peso sociale, economico e politico che l’aveva un tempo distinta. Parole particolarmente dure sono quelle di Kian, un imprenditore di 55 anni secondo cui, «essere un uomo in Iran non è bello. Le donne sentono delle differenze tra i sessi, ma io non penso siano ragionevoli. Noi non stiamo meglio di loro. Anche noi sentiamo queste pressioni. Poiché viviamo in una società definita patriarcale, tutti si concentrano su quanto un uomo ha successo, e questo determina il modo con cui è trattato dalla società e dalla famiglia».

Poiché il genere è un concetto eminentemente relazionale, non stupisce che le donne costituiscano elementi essenziali nella strutturazione delle identità e dei ruoli di genere descritti da questi uomini; e quando si parla di donne, le ambivalenze e complessità sembrano moltiplicarsi esponenzialmente.

Benché ne sia spesso sottolineato lo spirito progressista ed innovatore, la classe media iraniana non presenta una visione coerente ed omogenea della famiglia, della sessualità e del ruolo femminile. Secondo diversi autori[8], il processo di empowerment femminile, iniziato già dal secolo scorso, può aver innescato un generale senso di ansia collettiva nei confronti dell’identità maschile e delle sue trasformazioni. Ciò si è riflesso sia in una proliferazione di dibattiti e pubblicazioni su un presunto indebolimento della figura maschile, sia nelle interviste condotte, dove declinate in maniera differente per ciascuna generazione, sono emerse la consapevolezza di un profondo cambiamento dei ruoli di genere e una diffusa incertezza su come affrontare tale processo.

A differenze dei propri padri e nonni, agli uomini nati negli anni Sessanta oggi non viene più richiesto solamente di provvedere al mantenimento economico della famiglia: è necessario anche un nuovo e massiccio contributo emotivo nella vita coniugale, nelle faccende domestiche, nell’educazione dei figli e nell’organizzazione della vita casalinga. Sposati con donne istruite e spesso impiegate fuori casa, essi descrivono relazioni e dinamiche familiari in cui il potere decisionale è sempre più condiviso con la moglie ed i figli; queste inedite sollecitazioni hanno portato alcuni degli intervistati a definire la realtà in cui vivono come una «zansalari», neologismo composto da «zan» (donna) e «salari» (dominio), in contrapposizione a «mardsalari» (patriarcato): un sistema in cui l’autorità sarebbe più frequentemente nelle mani delle donne, «sempre più moderne ed esigenti» e dei figli.

Mentre la generazione più anziana appare attivamente coinvolta in un processo di rinegoziazione dei ruoli familiari e sociali un tempo attribuiti alla figura maschile e paterna, quella più giovane racconta una realtà profondamente influenzata dalla nuova circolazione di beni, servizi, modelli di consumo e tecnologie globali che, associate ai cambiamenti sociali interni, contribuisce allo sviluppo di innovative immagini della virilità e del corpo maschile. In confronto ai propri padri, questi giovani appaiono più consapevoli e sensibili alle discriminazioni di genere e ai propri privilegi in quanto uomini, ma anche nei loro racconti non mancano contraddizioni e rappresentazioni stereotipate tra cui, la più diffusa, quella della giovane donna iraniana vittima del consumismo e della superficialità occidentali.

Aldilà della spesso paventata «crisi della mascolinità», ad emergere è la profonda complessità che contraddistingue la costruzione del ruolo e dell’immagine maschile, dove le inevitabili trasformazioni associate alla contemporaneità hanno creato terreno fertile per una miriade di quelle che Inhorn e Wentzell[9] e Amar[10] definirebbero «mascolinità emergenti»: nuovi modi di «essere uomini» incarnati da individui che, consapevolmente o meno, sfidano le gerarchie e modelli sociali tradizionali praticando relazioni di genere, ideali di virilità e intimità innovative nelle proprie esistenze. Alcuni esempi sono Mehdi, un professore di 40 anni deciso a «mostrare a mia figlia un esempio di padre diverso da quello che ho avuto io», o Sepehr, un personal trainer di 27 anni secondo cui «dicono che un uomo non debba mostrare i suoi sentimenti, per non sembrare meno virile. Non è affatto così».

Nonostante la società iraniana continui a conservare molti dei principi basilari di un sistema patriarcale, gli ideali della mascolinità egemonica e le sue rappresentazioni non sono rimasti costanti nel tempo e attraverso le diverse anime della popolazione. Le interviste hanno descritto una realtà tutt’altro che statica ed immutabile, in cui la percezione di questi uomini della propria identità e della posizione nella società e nella famiglia è profondamente influenzata, tra le altre cose, dalla condizione femminile, che ha subito negli anni cambiamenti significativi in linea, anche, con processi di natura globale.


[1] “Portatrici delle tradizioni e costume nazionali”, J. Afary, Sexual Politics in Modern Iran, Cambridge University Press, Cambridge 2009, p. 12.

[2] “Il cui status è inevitabilmente legato a quello della nazione [incaricate di] insegnare ai loro mariti lezioni di mascolinità”, Ivi, p. 123.

[3] www.invisiblearabs.com.

[4] “La mascolinità è talmente standardizzata che la maggior parte degli Iraniani non la vede come una categoria. La mascolinità di Khomeini è data per scontata nella coscienza nazionale. Egli può essere analizzato in qualità di leader rivoluzionario, Imam, politico o perfino dittatore, ma non come uomo”, S. Gerami, Mullahs, Martyrs, and Men, «Men and Masculinities» 5, (2003), p. 258.

[5] S. Morgana, “Produce and Consume” in the Islamic Republic: The 1990s Myth of the Winner in the Iranian Public Sphere and Its Impact on Workers, «International Journal of Middle East Studies» 52 (2020), pp. 340-344; P. Rivetti, Political Participation in Iran from Khatami to the Green Movement, Palgrave Macmillan, Londra 2020.

[6] Fonte: Centro Iraniano di Statistica, https://www.amar.org.ir/.

[7] Tutti i nomi dei partecipanti sono stati cambiati per preservarne la privacy.

[8] S. Khosravi, Precarious Lives: Waiting and Hope in Iran, University of Philadelphia Press, Philadelphia 2017; A. Najmabadi, Mapping Transformations of Sex, Gender, and Sexuality in Modern Iran, «The International Journal of Social and Cultural Practice», 49 (2005), pp. 54–77.

[9] M. Inhorn&E. Wentzell, Embodying emergent masculinities: Men engaging with reproductive and sexual health technologies in the Middle East and Mexico, «Journal of the American Ethnological Society», 38 (2011), pp. 801-815.

[10] P. Amar, Middle East Masculinity Studies: Discourses of “Men in Crisis,” Industries of Gender in Revolution, «Journal of Middle East Women’s Studies», 7 (2011), pp. 36-70.

Scritto da
Rassa Ghaffari

Nata in Italia nel 1991 ma di origini iraniane, ha sempre viaggiato e vissuto tra i due Paesi. Teaching fellow presso Università degli Studi di Milano Bicocca. Ha conseguito un dottorato in sociologia all’Università di Milano Bicocca con un progetto sui cambiamenti dei ruoli di genere tra i giovani in Iran. In precedenza ha studiato Studi Internazionali a Bologna e Studi Afro-Asiatici a Pavia. I suoi temi di ricerca principali sono l’Iran, le tematiche di genere e la condizione giovanile in Medio Oriente.

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