Mediterraneo orientale, un mare di gas: sfide od opportunità?
- 25 Ottobre 2019

Mediterraneo orientale, un mare di gas: sfide od opportunità?

Scritto da Alberto Mariotti

10 minuti di lettura

Il quadrante del Mediterraneo orientale nel corso degli ultimi anni è stato al centro di un crescendo di interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali. Qui infatti in tempi recenti – anche grazie alle nuove tecnologie che ne hanno permesso la ricognizione, l’esplorazione e l’estrazione – sono stati individuati nuovi potenziali giacimenti di gas naturale.

Come prevedibile, la prospettiva di opportunità economiche in tale settore ha attirato le attenzioni di compagnie energetiche e governi, ognuno dei quali con proprie modalità e interessi strategici paralleli all’aspetto economico. La corsa alle esplorazioni e allo sfruttamento del gas naturale dell’area pone, dal punto di vista politico-economico, due sfide in particolare. Da un lato, come emerso recentemente, rischia di provocare un revival di vecchie tensioni sopite e mai risolte nelle relazioni tra alcuni paesi della regione, come la questione cipriota. Dall’altro, data la natura della risorsa e il sistema economico globale degli idrocarburi, pone i vari attori mediterranei di fronte a nuove sfide e opportunità di cooperazione internazionale circa l’intero processo di estrazione, stoccaggio, trasporto e rivendita della materia prima.

Gli Attori in Gioco

Il “grande gioco del gas” in questo settore geografico si sta caratterizzando, dunque, come un’arena di competizione per le risorse e le infrastrutture non solo tra quei paesi che – affacciati sulle acque che ricoprono i giacimenti già scoperti o potenziali – hanno un interesse diretto e possono rivendicare il diritto di sfruttamento (Zona Economica Esclusiva o EEZ); ma che coinvolge anche attori esterni, pronti a sfruttare nuove occasioni, di ordine meno economico e più geopolitico, per promuovere i propri interessi.

Tra i primi possiamo annoverare certamente come paesi di primo piano Egitto, Israele, Cipro e Turchia. Tra i secondi è il caso di sottolineare l’attivismo statunitense e quello dell’Unione Europea; quest’ultima in gioco su più livelli: da quello sovranazionale a quello di singoli paesi membri (d’altro canto la stessa Cipro è membro a pieno titolo dell’Unione, ma un elevato grado di interesse e attività è mostrato anche da Parigi, Atene e Roma). Anche la Russia, di converso, ha ed avrà un certo ruolo. Mosca infatti non solo è attualmente il maggior fornitore di gas dell’intero continente europeo, ma è al contempo promotrice di piani infrastrutturali per il trasporto del gas in parte in competizione[1] con quelli pensati dai paesi occidentali.

Nel giro di un decennio si è avuta una concentrazione non indifferente di attività da parte di gran parte delle maggiori compagnie energetiche nell’area. A partire dal 2009, infatti, la compagnia americana US Noble Energy e quella israeliana Delek Drilling hanno iniziato a rilevare giacimenti offshore sfruttabili, scoprendo – tra i più importanti per dimensione – Leviathan (2010) di fronte alle coste di Tel Aviv, e Aphrodite (2011) all’interno della Zona Economica Esclusiva di Cipro. [Foto 1],

Sebbene di dimensioni non sufficienti da elevare tali paesi ad attori pivot in ambito energetico, ma piuttosto utili per soddisfare il mercato interno, tali scoperte hanno suscitato l’interesse delle compagnie energetiche, pronte ad avviare ulteriori esplorazioni alla ricerca di nuovi potenziali giacimenti ben più promettenti. Questi non tardarono ad arrivare, con la scoperta nel 2015 – da parte della compagnia italiana ENI – del maxi-giacimento Zohr nell’offshore egiziano (190 km di fronte a Port Said), di dimensioni tali da fare dell’Egitto un potenziale futuro esportatore di gas (liquefatto). Negli anni successivi venne annunciata la scoperta di nuovi giacimenti in acque cipriote da parte di ENI e Total – Calypso – e nuove riserve adiacenti allo stesso Zohr da parte di Exxon e Qatar Petroleum – Glaucus – stimando in aggiunta ulteriori sacche sfruttabili di gas di fronte alle coste libanesi e di Gaza.

Mediterraneo orientale

[Foto 1] – Fonte: CSIS (Center for Strategic & International Studies) 

Problematiche

Queste scoperte più recenti hanno confermato le potenzialità e la centralità che in futuro potrà avere il Mediterraneo orientale per la regione. Parlare di questo quadrante geografico, tuttavia, richiede cautela e una certa dose di realismo. Le sfide poste di fronte a un buono sfruttamento delle potenzialità energetiche rilevate sono infatti molte: alcune prettamente politiche e peculiari della regione, con radici profonde e di manifesta difficoltà risolutiva; altre determinate a livello globale e dai contorni sfumati. D’altronde, per quanto riguarda il piano economico, il mercato energetico globale è in piena evoluzione, con continue fluttuazioni e riassestamenti che dipendono da una varietà di fattori. È vero infatti, come riporta il Global Gas Report 2018, che il gas è l’unica fonte di energia il cui consumo è previsto in crescita nel lungo termine secondo tutti gli scenari – superando il carbone come seconda risorsa a partire dal 2040 (il petrolio rimarrà primo) – e che, in particolare, i consumi di gas nel 2017 sono cresciuti del 3,7%, più che raddoppiando in questo modo la crescita media annuale del quinquennio precedente (1,5%) e superando la crescita della domanda energetica globale (2,1%). Tuttavia, nonostante gli sviluppi positivi degli ultimi anni, la quota del gas all’interno della domanda globale di energia è rimasta praticamente invariata dal 2010, con una crescita marginale appunto nel 2017. Ciò soprattutto a causa dell’alta competitività nei prezzi del mercato energetico dovuto alle fonti alternative al gas, dall’accessibilità di rifornimenti sicuri e al dibattito ancora aperto circa il ruolo che potrà avere il gas nella promozione di politiche di sostenibilità ambientale.

Di particolare interesse per gli attori dell’area, statali e non, sono i prezzi sul mercato e la complessa struttura delle reti logistiche di rifornimento e trasporto, giustificabili
dunque solo da una soddisfacente produzione interna e relativa domanda esterna della materia, condizioni ancora tutte da verificare.[3]

A complicare il quadro economico vi sono poi, come già sottolineato, i fattori geopolitici. L’area in questione è caratterizzata, infatti, da rivalità storiche e da un alto grado di conflittualità e instabilità, elementi che rischiano di impedire da una parte quel livello di cooperazione interstatale richiesta per lo sviluppo dei progetti regionali, dall’altra di allontanare potenziali investitori.

A collegare i due piani – sviluppo economico e instabilità politica – e a tentare di darne una lettura prescrittiva nel medio-lungo termine vi è stata, fin dalle prime scoperte dei giacimenti, un’ampia gamma di policy-makers, diplomatici e analisti fedeli alla teoria della “Pace Economica”. Tale nozione – secondo cui un’integrazione economica rafforza l’impegno tra alleati e crea al contempo spazi per cooperazione e fiducia tra attori che presentano invece risentimenti politici – è stata una componente centrale del coinvolgimento diplomatico americano per lunghi anni, in ultimo con la Presidenza Obama.[4] Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale il dibattito ha assunto un’importanza primaria per l’Unione Europea, poiché lega insieme due pilastri importanti dell’azione di Bruxelles in tale contesto: la stabilità in prossimità della sua frontiera esterna e gli interessi energetici del continente. Tuttavia, nonostante gli entusiasmi iniziali e la fiducia riposta nella possibilità che gli interessi e i benefici economici possano spezzare impasse politici e portare gli attori a un avvicinamento, ben presto si sono alzate voci più scettiche e pragmatiche pronte a ridimensionare le aspettative. O quantomeno hanno rilevato come il raggiungimento di una vera stabilità per la cooperazione non possa fare affidamento sul solo aspetto economico, ma necessiti di un approccio più olistico che affronti le questioni politiche parallelamente agli aspetti economici.[5]

In questa prospettiva, risulta utile prendere in esame i progetti nell’agenda politica dell’Unione Europea in quest’area; progetti che sembrano incarnare i problemi e le potenzialità della cooperazione inter-regionale per lo sviluppo del mercato energetico.

Progetto EastMed

Da tempo obiettivo di lungo periodo per l’Unione Europea, la questione della sicurezza energetica – intesa come capacità di assicurarsi un accesso continuo di risorse tali da soddisfare la domanda interna – è divenuta di interesse sempre maggiore a seguito della crisi russo-ucraina del 2014 e ai nuovi ambiziosi obiettivi volti ad una transizione verso un mondo a basse emissioni di anidride carbonica per il prossimo ventennio.

Questi fattori – varietà maggiore nel mix energetico e desiderio di una diversificazione nei paesi di approvvigionamento – hanno ridefinito le aspettative dell’Europa verso la regione in questione. Sebbene infatti esistano altre opzioni alternative al gas russo, soprattutto a seguito della shale gas revolution[6] targata USA che sta rifornendo il mercato energetico di LNG (liquefied natural gas) a basso prezzo portando ad un eccesso di offerta nel breve termine, l’Unione Europea non ha mancato negli scorsi anni di incentivare lo sviluppo e la cooperazione nel Mediterraneo orientale. Sperando di potervi trovare una potenziale fonte di gas a prezzo ragionevole in grado di sostenere i consumi europei previsti nel medio-termine anche considerando parallelamente una riduzione delle importazioni via russa. A favorire questa direzione è anche la prospettiva di una maggiore integrazione energetica e coesione tra il paesi dell’Europa Meridionale, probabili terminal finali delle vie energetiche.

Non a caso a partire dal 2015 la Commissione Europea ha inserito tra i Projects of Common Interests[7] (PCI) il progetto EastMed pipeline. (Foto 2) L’ambizioso progetto consiste in un corridoio energetico sottomarino per trasportare il gas proveniente da Cipro e Israele (bacino Leviathan) attraverso la Grecia e l’Italia nell’Europa Meridionale, costituendo così, se mai verrà realizzata, la più lunga pipeline sottomarina[8 e 9].

Confermato il sostegno dell’Unione Europea negli anni seguenti[10], il progetto ha trovato anche il beneplacito e l’appoggio degli Stati Uniti; Washington infatti vede positivamente un futuro smarcamento del mercato energetico europeo dal gas russo[11], oltre a favorire una collaborazione nell’area da parte di governi filo-occidentali in un teatro dove regna l’instabilità e il sentimento anti-americano. Ancora di più visto il costante allontanamento di vedute e priorità tra Ankara e Washington. In tal senso Washington sta sostenendo attivamente i colloqui intergovernativi[12] tra Atene, Nicosia e Tel Aviv che vanno delineandosi sempre più verso una forma istituzionalizzata.

Nonostante le spinte, gli appoggi e la volontà dell’Occidente nel promuovere tale progetto, le sfide che dovrà affrontare sono molteplici. Come sottolinea Nikos Tsafos, guardando il mercato energetico sud-europeo infatti «…selling gas into this region is not easy: there are a lot of supply options, and demand is weak. This is not a booming market desperately in need of gas».[13]

In secondo luogo, il progetto in questione è stato basato sull’idea che il gas di questo bacino necessitasse di uno sbocco extra-regionale. Se da una parte questo può esser vero, negli ultimi anni i consumi di gas dei paesi costieri e interni alla regione si sono dimostrati robusto e, pur considerando l’instabilità e la precarietà dei vari equilibri in loco, niente lascia escludere che in un prossimo futuro possano crescere. In più, se anche le riserve energetiche necessitassero di essere esportate al di fuori, la complessa infrastruttura di EastMed potrebbe non costituire la migliore scelta. Vie alternative potrebbero esser l’esportazione tramite gasdotto sottomarino verso la Turchia (circa 600 chilometri, con fondali non profondi) per integrarsi con la rete di gasdotti internazionali in fase di completamento (TANAP e TAP)[14] – opzione fattibile dal punto di vista economico e tecnico, improbabile ad oggi da quello politico e ancora di più a seguito degli ultimi stravolgimenti in terra siriana, con il disimpegno americano a cui è seguita l’operazione “Peace Spring” voluta da Erdoğan per crearsi una zona cuscinetto nel nord della Siria, allontanando in questo modo sempre di più Ankara dall’Unione Europea –, oppure collegarsi ai terminali egiziani ad oggi sotto-sfruttati per esportarlo sotto forma liquefatta[15].

Bisogna sottolineare come quest’ultima soluzione non sia per forza di cose incompatibile con il progetto EastMed, ma affinché si sviluppi è imprescindibile che si verifichino le condizioni di cui sopra, ovvero una crescente domanda europea di gas naturale e una più consistente offerta proveniente dai giacimenti in questione. Su quest’ultimo punto, data l’eterogeneità geografica delle riserve – disperse tra vari giacimenti in ZEE appartenenti a paesi plurimi – e le loro modeste capacità prese singolarmente, risulta imprescindibile una governance comune regionale che metta in comune le risorse per trarne maggiori benefici ed efficienza nell’intero processo di estrazione, integrazione e trasmissione.

Abbiamo già sottolineato come possa sembrare quasi utopico auspicare un processo di governance così complesso in quest’area geografica. Si rende necessario infatti, oltre a investimenti economici, supporto tecnico e un quadro più chiaro nel definire un regime regolatorio condiviso, un lungo processo politico volto a una risoluzione delle tante questioni aperte – la definizione comune e pacifica delle ZEE tra Cipro, Turchia, Grecia, Libano e Israele; la pacificazione e ricostruzione della Siria, una risoluzione in senso federale della questione cipriota, la stabilizzazione dell’Egitto…– sulla spinta di un interesse regionale di sviluppo e sicurezza comune. In questo serve dunque un attore chiave che si ponga come “leader” aggregatore e che promuova – equilibrandoli – gli interessi delle rispettive parti in gioco riuscendo a trovare stabili compromessi. L’Unione Europea, con la sua esperienza in materia di multilateralismo e confidence building, visti gli interessi in gioco e le relazioni storiche con vari paesi, deve riuscire a trovare la compattezza interna per proiettare all’esterno l’immagine di arbitro ed equo promotore di una governance da cui tutti hanno da guadagnare.

Come noto, ad oggi pare che gli idrocarburi del Mediterraneo orientale abbiano dato avvio ad una polarizzazione degli interessi e ad una competizione per lo sfruttamento, con la Turchia sempre più assertiva e non intenzionata a rimanere esclusa nella “partita del gas” da una parte, e una sempre più ampia collaborazione tra Grecia, Cipro, Israele ed Egitto dall’altra.

Il primo passo per l’Unione Europea – con il supporto di Washington, i cui interessi in quest’area e materia, abbiamo visto, tendono a collimare – per quanto spinoso alla luce della politica complessiva intrapresa da Ankara negli ultimi anni, è quello di elaborare una strategia chiara che ponga un argine alla sconsiderata intraprendenza turca e che districhi le non banali frizioni tra i vari attori facilitando le parti ad un compromesso accettabile e duraturo, ponendosi in ultimo come promotrice e garante della sua implementazione e stabilità.


[1] Si fa riferimento in particolare al TurkStream

https://fas.org/sgp/crs/row/IF11177.pdf

[2] https://www.csis.org/analysis/east-med-tensions-rise-again

[3] “The abundance of gas in Europe and the challenging pricing terrain, combined with US supply and Russian reserves, mean that Europe may not for the time being be a realistic market destination for East Med hydrocarbons.” 

https://www.iai.it/it/pubblicazioni/eastern-mediterranean-hydrocarbons-prospects-need-pragmatic-geopolitical-assessment

[4]https://www.ecfr.eu/publications

[5]https://www.ecfr.eu/publications

[6]http://www.limesonline.com/shale-gas-e-rivoluzione-energetica-leta-del-petrolio-non-e-ancora-finita/47049

[7] Indicativo il fatto che per esser designato PCI, il progetto debba rispecchiare criteri quali: impatto sui mercati energetici di almeno due paesi membri; rafforzare la competizione nel mercato interno EU; diversificare le risorse; contribuire agli obiettivi europei sulle rinnovabili.

[8] Il progetto si suddivide in verità in due parti: la prima (EastMed) collega il bacino levantino alla Grecia continentale passando per Creta; la seconda (Poseidon), collega Grecia e sud-Italia.

[9]https://www.ilsecoloxix.it

[10]https://www.agenzianova.com

[11] Motivo per cui, parallelamente, ha a lungo osteggiato il progetto NordStream2.

[12] “Secretary Pompeo underlined U.S. support for the trilateral mechanism established by Israel, Greece and Cyprus, noting the importance of increased cooperation; to support energy independence and security; and to defend against external malign influences in the Eastern Mediterranean and the broader Middle East,” affirming “…their shared commitment to promoting peace, stability, security and prosperity in the Eastern Mediterranean region.”

[13] https://www.csis.org/analysis/can-east-med-pipeline-work

[14] https://energiaoltre.it/gas-il-tanap-e-stato-collegato-a-tap/

[15] Sembra esser proprio questa la soluzione scelta dalle società che sviluppano i due giacimenti Leviathan e Tamar, che hanno siglato il 2 ottobre scorso un accordo storico con la formalizzazione di contratti per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni, a partire dal prossimo 2020. https://www.ilsole24ore.com/
(NDR:  l’accordo in questione è stato stipulato e riportato successivamente la stesura di questo articolo, così come l’iniziativa turca in Siria).


FONTI:

Congressional Research Service, TurkStream: Another Russian Gas Pipeline to Europe, 11 aprile 2011

Nikos Tsafos, East Med Tension Rise (Again), Center for Strategic Studies (CSIS), 29 luglio 2019

Nikos Tsafos, Can the East Med Pipeline Work?, Center for Strategic Studies (CSIS), 22 gennaio 2019

Global gas report 2018;  Snam, International Gas Union and The Boston Consulting Group, 27 giugno 2018

Harry Tzimitras, Eastern Mediterranean Hydrocarbons Prospects: In Need of a Pragmatic Geopolitical Assessment, Istituto Affari Internazionali (IAI), Roma, marzo 2019

Charles Ellinas, East Med Gas: The Impact of Global Gas Markets and Prices, Istituto Affari Internazionali (IAI), Roma, febbraio 2019

Charles Ellinas, Optimism over gas drilling, but it’s the sharing that counts, Cyprus Mail, 18 novembre 2018

Tareq Baconi, Pipelines and Pipedreams: How the EU can support a regional gas hub in the Eastern Mediterranean, European Council on Foreign Relations (ECFR), aprile 2017

Tareq Baconi, A flammable peace: Why gas deals won’t end conflict in the Middle East, European Council on Foreign Relations (ECFR), dicembre 2017

Angelantonio Rosato, Shale gas e rivoluzione energetica: l’età del petrolio non è ancora finita, Limes – Rivista italiana di geopolitica (online), maggio 2015

Marco Bresolin, L’opposizione di Roma blocca a Bruxelles il gasdotto dei record, Il secolo XIX, 6 marzo 2019

Chiara Rossi, Nord Stream 2, gli Usa minacciano con le sanzioni le aziende impegnate nella costruzione, Policy Maker, 16 gennaio 2019

Anastassios Tsiplacos, The “3+1” meet during a summer full of challenges, SemedEnergyDefense, 6 agosto 2019

Giampaolo Cantini, Michelangelo Celozzi, La partita del Gas nel Mediterraneo orientale, Limes – Rivista italiana di Geopolitica (online), 30 giugno 2017

Scritto da
Alberto Mariotti

Laureato in scienze politiche all’Università di Pisa con una tesi sulla politica estera turca negli anni Novanta. Attualmente è iscritto alla Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Bologna, Campus di Forlì. Appassionato di Politica Internazionale.

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