Un mercato dei valori per riconciliare economia ed etica, capitalismo e democrazia, individuo e comunità?
- 24 Ottobre 2019

Un mercato dei valori per riconciliare economia ed etica, capitalismo e democrazia, individuo e comunità?

Scritto da Marco Senatore

6 minuti di lettura

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di Marco Senatore, come spunto di riflessione e discussione sulle importanti tematiche trattate.


I recenti sviluppi politici ed economici confermano la tendenza delle società contemporanee, manifestatasi già da alcuni decenni, a privilegiare una dimensione meramente materiale del benessere, a separare gli individui piuttosto che a favorire la loro cooperazione, e, inoltre, a subordinare le scelte pubbliche a criteri di efficienza economica, a scapito degli obiettivi di equità. Le crescenti disuguaglianze e i danni inferti all’ambiente su scala globale sono solo alcune delle conseguenze più visibili di tali tendenze.

In questo contesto, un mercato dei valori morali, organizzativi e culturali favorirebbe una maggiore autonomia individuale, la costituzione di comunità inclusive e l’adozione di politiche sostenibili anche dal punto di vista ambientale, contribuendo più in generale a un riavvicinamento dell’economia all’etica. 

 

Una politica ed un’economia senza comunità

La contrapposizione fra populismo e liberaldemocrazia, che ha dominato il dibattito politico almeno a partire dal 2016, ha grande rilevanza in ambiti quali la tutela delle minoranze, l’accoglienza dei migranti, e in generale il rispetto dei diritti umani. L’uso strumentale di concetti quali la nazione, l’identità, la religione è particolarmente insidioso, perché pare legittimare, agli occhi di molti, il ricorso a politiche discriminatorie.

Tuttavia, accanto alle innegabili differenze esistenti tra partiti che si dichiarano progressisti e movimenti di destra, occorre rilevare sostanziali analogie, innanzitutto per quanto attiene al modo di interpretare il ruolo della politica. Entrambi gli orientamenti, infatti, si muovono nel contesto di quella che Niklas Luhmann definì una società priva di centro, nella quale cioè la politica ha perso il ruolo di forza organizzatrice del sistema sociale, assolvendo piuttosto alla funzione di produrre potere, mediante decisioni vincolanti per la collettività.

Si rileva spesso che la politica ha perso la propria autonomia nei confronti dell’economia. Anche le misure adottate in ambiti quali la sostenibilità ambientale partono dal presupposto che le attività di imprese e cittadini, più che motivate sotto il profilo valoriale, vadano soprattutto incentivate in termini economici, o sanzionate dal punto di vista giuridico.

D’altra parte, come già rilevato da Jürgen Habermas nel suo testo Fatti e norme, denaro e potere amministrativo, pur essendo due elementi essenziali per l’integrazione della società, necessitano di essere affiancati da valori, norme e processi d’intesa.

 

Il ruolo dei valori e dell’autonomia nello sviluppo delle comunità

Proprio il concetto di valore rimanda alla caratteristica di fondo dei nostri sistemi socioeconomici, tanto fondamentale quanto accettata pacificamente o spesso ignorata. Con una distinzione che risale a Max Weber, si può osservare che la continua ricerca dell’efficienza economica – variamente declinata nel liberismo anglosassone degli anni Ottanta dello scorso secolo, nella crescente globalizzazione dei mercati nel decennio successivo e nella quarta rivoluzione industriale iniziata negli ultimi anni – è la traduzione della razionalità strumentale (Zweckrationalität), ossia della ricerca dei mezzi migliori per conseguire il profitto o l’utilità. Ma la razionalità ispirata ai valori (Wertrationalität), quale capacità di individuare ciò che è intrinsecamente meritevole di essere perseguito, è del tutto assente, come già rilevato a suo tempo dalla Scuola di Francoforte.

In un contesto nel quale il lavoro (per Hannah Arendt solo la prima delle forme di vita attiva) è per la maggioranza degli individui il solo strumento per accedere al denaro e dunque per vedere garantita la propria sussistenza, i valori, le visioni del mondo sono del tutto subordinati al ruolo sociale che si svolge. Ad esempio, chi è impiegato in imprese che utilizzino combustibili fossili non può che guardare con sospetto a politiche ambientali a favore delle energie rinnovabili. E giova ricordare che quanti sostengono movimenti populisti e forme di protezionismo commerciale rientrano spesso tra le fasce sociali svantaggiate dalla globalizzazione (come dimostra il consenso plebiscitario tributato dalla Rust Belt statunitense a Donald Trump in occasione dell’elezione presidenziale del 2016).

D’altra parte, subordinare i propri valori al proprio ruolo sociale significa essere privi di quella che in un mio testo (Scambiare autonomia. Le motivazioni interiori come risorse per affrontare le crisi del nostro tempo, Aracne 2013) ho definito autonomia funzionale, quale condizione in cui sono i valori a determinare i ruoli sociali. E da tale assenza deriva a sua volta la mancanza di autentiche comunità: laddove i criteri di giudizio su ciò che “dovrebbe essere” (più spesso ciò che il governo dovrebbe fare) sono un mero riflesso della propria particolare biografia (esperienze passate, attuale occupazione, speranze per il futuro), gli individui non hanno alcun incentivo a confrontare i propri orientamenti con i criteri di giudizio detenuti dagli altri.

Le nostre società sono profondamente divise, anche in quanto ridotte ad arene in cui i valori individuali non vengono comparati discorsivamente, e scelti in base al principio dell’argomento migliore. I valori vengono al più nascosti, come espediente retorico, nello scontro dei prodotti, delle carriere politiche, dei palinsesti televisivi, delle periferie intimorite dal cambiamento.

Se a ciò si aggiungono l’iperspecializzazione e la dominante divisione del lavoro, le narrazioni e i valori che si è disposti a sostenere sono limitati a pochi principi, privati di ogni autentico rapporto con la complessità della realtà.

 

Giustizia e validità delle norme secondo Rawls e Habermas

Nella seconda metà del secolo scorso John Rawls ha proposto che la scelta dei principi di giustizia venga effettuata sotto un velo di ignoranza, ovvero non conoscendo, nel momento in cui essi vengono definiti, quale sarà la posizione che si occuperà nella società. Habermas, dal canto suo, ha elaborato un’etica del discorso, secondo cui possono avere pretesa di validità soltanto quelle norme che potrebbero incontrare il consenso di tutti gli interes­sati quali partecipanti ad un discorso pratico. Per quanto meritevoli, nessuno dei due approcci è riuscito a definire le condizioni che potrebbero concretamente consentire alla società di pervenire, rispettivamente, ad una posizione originaria quale quella teorizzata da Rawls o alla situazione discorsiva ideale concepita da Habermas.

Il paradigma weberiano della razionalità strumentale, vera e propria gabbia d’acciaio, è così stringente da impedire ad individui, comunità e organizzazioni di assumere sistematicamente una prospettiva neutrale rispetto alle proprie convenienze più o meno immediate.

Eppure, consentire alla società di favorire l’autonomia è assolutamente essenziale. Ciò è necessario per la costituzione di comunità inclusive, animate da spazi di libero confronto sul bene comune. È inoltre indispensabile per promuovere la visione olistica di un tema quale la sostenibilità ambientale, trascendendo dunque i ristretti ambiti degli standard settoriali e delle regolamentazioni tecniche.

 

Il potenziale contributo di un mercato dei valori all’autonomia individuale e allo sviluppo delle comunità

Il paradigma della Zweckrationalität, tanto statico nella sostanza quanto dinamico nell’utilizzare le forme mutevoli dell’innovazione tecnologica, potrebbe essere superato con i suoi stessi mezzi: le transazioni di mercato, e l’impulso a conseguire il loro frutto più diretto, ovvero quella che Marx chiama estrazione di plusvalore.

Occorrerebbe però che a essere scambiati sul mercato non fossero più soltanto beni e servizi, vale a dire merci che, rappresentando dei mezzi e al più delle funzioni sociali, non hanno alcuna rilevanza dal punto di vista valoriale dei fini. Occorrerebbe che sul mercato venissero scambiati – consentendo di generare plusvalore – direttamente dei valori come l’ambientalismo, l’inclusione delle minoranze, la giustizia sociale.

Un tale mercato, descritto nel testo Scambiare autonomia, offrirebbe un incentivo economico a scegliere, adottare e applicare principi indipendenti dal proprio particolare ruolo sociale, di conseguenza superando anche il principio della divisione del lavoro.

In particolare, comunità locali, imprese e individui scambierebbero esperienze relative ai vantaggi derivanti dall’applicazione di determinati principi. Il ricorso a tali valori sarebbe provato da indicatori fissati per legge. Ad esempio, nel caso dell’ambientalismo una impresa potrebbe aggiungere una propria esperienza qualora dimostrasse di aver ridotto in una certa misura le proprie emissioni inquinanti, oppure di impiegare una data percentuale di addetti che non necessitano di utilizzare l’automobile per raggiungere il luogo di lavoro. Per le comunità locali, l’applicazione dell’ambientalismo potrebbe essere verificata mediante un determinato aumento delle aree verdi e, per gli individui, mediante un certo contributo economico ad associazioni green.

Tali esperienze sarebbero descritte in documenti scambiabili con altri riferiti ad altri valori, o con beni e servizi. Il prezzo delle esperienze riferite a ciascun valore sarebbe determinato dalla domanda (da parte di quanti intendono intraprendere attività al fine di sperimentare i benefici già sperimentati tramite quel valore) e dall’offerta (da parte di quanti hanno aggiunto proprie esperienze ai documenti acquistati in precedenza e riferiti al medesimo valore). Inoltre, il prezzo di ciascun documento sarebbe proporzionale al numero delle esperienze in esso descritte.

L’incentivo economico a partecipare a tale mercato sarebbe rappresentato dalla possibilità di rivendere i documenti a un prezzo maggiore di quello di acquisto. Ciò sarebbe reso possibile da un lato dalla scelta e applicazione – aggiungendo nuove esperienze – di un determinato valore (e dunque dall’esercizio della propria autonomia), dall’altro dall’aumento del prezzo delle esperienze riferite a tale valore (e dunque dalla capacità di prevedere tale aumento, come forma di sensibilità alle preferenze sociali).

Un mercato dei valori consentirebbe di considerare i valori come una forma di capitale (al pari del denaro, delle merci, e del capitale produttivo).

Tale strumento sarebbe in grado di riconciliare posizioni teoriche quali quelle di Max Weber, Friedrich von Hayek, John Rawls, Jürgen Habermas e Amartya Sen, favorendo, mediante transazioni di mercato, l’avvicinamento di economia ed etica, ma anche promuovendo l’autonomia individuale e la costruzione di comunità inclusive.

Infine, la possibilità per i legislatori di stabilire quali parametri, e dunque quale tipo di esperienza siano degni di caratterizzare un determinato valore morale, organizzativo e culturale offrirebbe alla politica un ruolo di coordinamento tra settori della società, sintesi delle loro istanze, e in definitiva autentica integrazione sociale.

Scritto da
Marco Senatore

Marco Senatore (Genova, 1975) è un funzionario che ha lavorato presso l’Executive Board del Fondo Monetario Internazionale e il Ministero dell’Economia e delle Finanze. È autore del testo “Scambiare autonomia” (Aracne, 2013) e di articoli relativi a temi economici e culturali.

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