“Migrazioni nel Mediterraneo” a cura di Giuseppe Acconcia e Michela Mercuri

Migrazioni

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Nord Africa e Medio Oriente

Nella prima parte si indaga il fenomeno migratorio negli stati a Sud e a Est del Mediterraneo. L’originalità di questa pubblicazione, come detto, sta nello studiare quei paesi – Libia, Egitto, Siria, Giordania, Turchia – che normalmente sono considerati solo in virtù del loro essere un punto di partenza verso l’Europa, nel loro rapporto con le immigrazioni provenienti da altri stati e con le comunità migranti ivi stabilitesi nel lungo periodo.

Il primo capitolo, a cura di Michela Mercuri, tratta della regione libica del Fezzan, situata a Sud al confine con Niger e Ciad. A seguito della caduta di Gheddafi e della guerra civile questa regione ha raggiunto un discreto livello di autonomia e autogestione. Meno popolata rispetto alla costa e storicamente periferica rispetto ai centri economici libici, questa regione ha visto una sorta di “rinascita” a seguito dell’arrivo di migranti dagli stati confinanti in fuga da persecuzioni e carestie. Inizialmente accolte da Gheddafi per fini politici e militari, queste popolazioni hanno finito con il creare reti commerciali con i paesi del Sud, sviluppando in alcuni casi una discreta ricchezza e dando vita a grossi centri abitati informali. Tuttavia si tratta per lo più di commercio illecito e di gestione della tratta dei migranti, ma questo non deve indurre a sottostimare la loro importanza per la stabilità della regione (e la conseguente diminuzione di flussi migratori clandestini) qualora fosse offerto loro, tramite incentivi economici mirati, la possibilità di un’alternativa lecita agli attuali traffici.

Comunità migranti poi hanno anche conseguenze profonde sui movimenti politici dei paesi ospitanti. Giuseppe Acconcia traccia un parallelismo tra due momenti storici importanti nella vita di due paesi chiave nella regione: Egitto e Siria. Sia nel periodo compreso tra il 1918 e il 1920, sia durante le proteste delle primavere arabe del 2011, infatti, le comunità straniere residenti in Egitto – nazionalisti pan-arabi e pan-islamici in fuga da altri stati nel primo caso, profughi palestinesi e successivamente siriani nel secondo – hanno contribuito attraverso reti alternative a formare nuovi mezzi di mobilitazione popolare che hanno portato a profondi cambiamenti di sentire politico sia in Egitto sia, di riflesso, in Siria. In entrambe le epoche questi movimenti hanno però dovuto lasciar spazio a populismi e a retoriche nazionalistiche spesso xenofobe, come nel caso dell’Egitto di al-Sisi.

Lorenza Perini, nel suo saggio sulle donne del campo profughi di Zaatari, in Giordania, affronta il tema della permanenza dei migranti nei campi profughi, un momento psicologicamente delicato in quanto i loro abitanti sperimentano il passaggio dallo status precario di profugo in fuga (con la prospettiva di un ritorno a breve) allo status di abitante stabile del campo, con tutto il conseguente carico emotivo di ridefinizione della propria esistenza, del proprio ruolo familiare e sociale e dei propri spazi, che da mobili e momentanei diventano stabili come una vera casa. Questo momento è particolarmente delicato per le donne, che spesso si trovano nella difficile situazione di essere capifamiglia in una società tipicamente patriarcale.

Le migrazioni poi, è bene ricordarselo, sono un pericolo per i nazionalismi. È il caso della Turchia dove, come ricorda il capitolo curato da Alberto Gasparetto, il partito di Erdoğan, l’AK Parti, nonostante le aperture politiche ai diritti per i curdi in nome di una comune sovra-identità islamica e nonostante negli ultimi anni la Turchia si sia trasformata in un paese prevalentemente di immigrazione, non ha riservato un trattamento omogeneo ai profughi in arrivo dalla Siria. Anzi, secondo alcune fonti avrebbe attivato politiche di respingimenti in diverse regioni periferiche, in particolare quelle a maggioranza curda. La tesi di Gasparetto è che per il governo di Ankara la composizione etnica (e quindi la maggioranza turca) della Turchia sia ben più importante dell’islamismo spesso associato a Erdoğan. Le aperture ai curdi turchi in nome della comune religione seguirebbero quindi logiche elettorali e non una vera volontà di inclusione identitaria.

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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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