Un mondo senza amianto? Il ruolo degli accordi internazionali
- 26 Gennaio 2018

Un mondo senza amianto? Il ruolo degli accordi internazionali

Scritto da Rebecca Paraciani

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Una crescente consapevolezza sull’amianto

Il primo di questi studi risale al 1943, commissionato dalla Turner & Newall. L’80% dei topi testati sviluppa, in tre anni dal contatto con la polvere d’amianto, un cancro ai polmoni. Per tutelare l’immagine delle aziende e continuare a garantirsi la lavorazione dell’amianto, questo cartello di mutuo aiuto decise di non divulgarli. Verranno resi noti solamente negli anni Novanta. Un altro studio censurato dalla SAIAC risale al 1946, condotto dal dottor Hardy, medico del dipartimento di medicina preventiva della Harvard Medical School, il quale aveva dimostrato la relazione tra l’utilizzo dell’amianto e l’insorgere del cancro alla pleura. Anche questa volta fu proibita la pubblicazione dei risultati. Sempre l’industria inglese, nel 1954, commissiona uno studio epidemiologico che dimostra che il rischio medio di ammalarsi di asbestosi[3] tra uomini che lavorano a contatto con l’amianto da oltre venti anni, risulti dieci volte maggiore rispetto a quello della popolazione generale[4]. Altro episodio che risale allo stesso anno coinvolge il dottor Knox, medico del lavoro della Turner, il quale commissionò al dottor Doll un ulteriore studio epidemiologico sugli effetti dell’amianto tra i lavoratori della fabbrica. Considerando 113 lavoratori esposti professionalmente all’amianto per almeno 20 anni, egli notò una ricorrenza di cancro polmonare di 10 volte maggiore rispetto a quella della popolazione non esposta[5]. Anche questa volta, per salvaguardare gli sporchi profitti della lobby, sarebbe stato opportuno non divulgare gli esiti della ricerca, ma Doll si oppose pubblicando sul “British journal of industrial medicine” gli sconcertanti risultati.

Sul finire degli anni Cinquanta, alla 2° Conferenza Internazionale sulla Pneumoconiosi, si parla per la prima volta di mesotelioma, un tumore letale, e di come questo tipo di tumore sia correlato all’amianto[6]. Il tempo di latenza di questo cancro può raggiungere i quarant’anni. Gli studiosi Wagner e Webster riportano i risultati di una loro indagine condotta in Sud Africa, in un’area nella quale veniva estratta e lavorata la crocidolite[7]. Su trentatré casi di mesotelioma, in solo otto di essi era chiaramente rintracciabile un’esposizione ad amianto che poteva essere ricondotta al lavoro; nei rimanenti casi l’esposizione era riconducibile all’aver vissuto nei pressi dell’area considerata. Per la prima volta il mesotelioma diventa tema di discussione all’interno di una situazione pubblica, considerato non più come rara conseguenza dell’asbestosi, ma come causato dall’esposizione ad amianto, che non è vista più come potenziale conseguenza lavorativa, ma che può colpire anche soggetti che vivono vicino alle zone contaminate. Nel 1964, un altro incontro risulterà importante per la conoscenza delle ombre che l’amianto porta con sé. Irving Selikoff, pietra miliare della battaglia civile contro i pericoli dell’amianto, presiede presso l’Accademia di Scienze di New York una tavola rotonda sui mesoteliomi. In questa occasione di confronto anche un italiano, Vigliani, presentò i risultati di una ricerca condotta sui lavoratori indennizzati per asbestosi tra il 1943 e il 1965 nelle province di Torino e Alessandria. Tra i soggetti affetti di asbestosi, i casi di mesotelioma e carcinoma polmonare erano di gran lunga superiori che trai soggetti affetti da silicosi[8] (patologia respiratoria che insorge a seguito dell’inalazione di silicio).

Sono però gli anni del dopoguerra e la ricostruzione che li caratterizza sembra non poter procedere senza amianto, che infatti registrerà, sino agli anni Settanta, un’impennata nei consumi. Le fabbriche decidono di mettere in atto strategie di cronicizzazione, adottando piccoli accorgimenti adatti a garantirsi una progressione più lenta delle malattie asbesto correlate e che, quindi, destasse meno scalpore nell’opinione pubblica[9]. Vengono individuate all’interno degli stabilimenti zone dove il pericolo di esposizione è presente e zone dove invece “non vi è alcun rischio”. Viene detto che è possibile abbattere le polveri d’amianto con l’implementazione di apposite ventole. Non vengono informati i lavoratori, non vengono spostati in settori meno nocivi i lavoratori già ammalati, non vengono disposti per i lavoratori controlli medici periodici.

In questo stato di crescente consapevolezza, le industrie si ingegnano per invertire il flusso di informazioni a proprio vantaggio. Vincolante è l’incontro del 1971 a Londra, durante la Conferenza Internazionale degli organismi di informazione sull’amianto. Lo scopo è uno: veicolare le informazioni in modo tale da difendere l’amianto, mettendo in atto strategie comuni per continuare ad incrementare i propri profitti. A questo scopo organizzano due tipi di azioni, positive e difensive. Le azioni positive consistono nella creazione di campagne pubblicitarie, documentari, film e materiale informativo che cercano di far immaginare un mondo senza amianto. Campagne come «dove saremmo senza l’amianto?» oppure «cosa faremmo senza l’amianto?» mettono in luce tutte le qualità del miracoloso materiale, facendo leva sul suo essere naturale, sulle sue capacità ignifughe e ancora sul suo indispensabile utilizzo per la ricostruzione, per il funzionamento dei trasporti pubblici e privati. Le azioni difensive consistono nel difendere l’asbesto con le unghie e con i denti. Non è sufficiente mettere in luce le sue potenzialità straordinarie, occorre ridurre al minimo le informazioni relative alla sua tossicità. Il modo per farlo è spiegato da Howard, segretario della conferenza del 1971: «occorre situare nella giusta prospettiva le informazioni sulla salute, ogni volta che vengono trasmesse al pubblico in maniera fuorviante»[10].

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Scritto da
Rebecca Paraciani

Dottoranda in Sociologia e Ricerca Sociale presso l'Università di Bologna. Studia le irregolarità lavorative utilizzando la prospettiva della street level bureaucracy, si occupa principalmente di lavoro e azione pubblica.

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