“Moneta e civiltà mediterranea” di Carlo M. Cipolla
- 07 Novembre 2020

“Moneta e civiltà mediterranea” di Carlo M. Cipolla

Recensione a: Carlo M. Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, il Mulino, Bologna 2020, pp. 136, euro 13 (scheda libro)

Scritto da Andrea Raffaele Aquino

7 minuti di lettura

A vent’anni dalla scomparsa dello storico ed economista Carlo M. Cipolla (1922-2000), il Mulino ripubblica un suo volume miscellaneo composto da cinque saggi sulla moneta tra Medioevo e Rinascimento frutto di lezioni tenute dal professore, all’epoca poco più che trentenne, nel 1953 all’Università di Cincinnati. Lo stesso titolo dell’opera, come accade in taluni casi, contiene in sé la tesi principale del suo autore: moneta e civiltà mediterranea, storia economica e storia politico-sociale, malgrado la loro apparente distanza (oggi assottigliatasi rispetto al secolo scorso, anche nel senso comune), si configurano come inscindibili. L’approccio di Cipolla, lungimirante e innovativo, non fu pienamente compreso negli anni Cinquanta e valse allo studioso, come ricorda Ignazio Visco nella sua prefazione, critiche sia da parte degli storici (che lo accusavano di tradire il mestiere mediante astrazioni di stampo tipicamente modellistico), sia da parte degli economisti (che lo reputavano troppo pragmatico). Oggi, invece, i lavori di Cipolla, per quanto datati e in un certo senso superati, si configurano come ineludibili per quanti si occupano di storia economica, tecnologica, sociale o di storia della mentalità, tra Medioevo ed Età Moderna. Impossibile dimenticare Vele e cannoni (il Mulino, 2005), Storia economica dell’Europa pre-industriale (il Mulino, 2002), Miasmi e umori (il Mulino, 1989) o l’ormai best-seller dal carattere divulgativo Le leggi fondamentali della stupidità umana (il Mulino, 2015).

 

La moneta al tramonto dell’Impero: tra deflazione e nuove forme di ricchezza

Al tradizionale concetto di “caduta”, che prevedeva un’identificazione puntuale della “data di scadenza” dell’Impero Romano (variamente identificata nel 378, nel 410, nel 455 o nel 476) oggi è subentrata la più complessa dizione di “crisi e mutamento”, che identifica, diacronicamente, nel cosiddetto Tardoantico[1] un lungo momento di transizione e di scollamento, ancora incosciente[2], dalla costruzione politica, sociale, economica e religiosa precedente.

È assolutamente da rigettare l’ipotesi, per qualche tempo veicolata dagli studiosi e radicata in una certa opinione comune (e, purtroppo, ancora nella manualistica scolastica) secondo cui nell’Alto Medioevo la moneta sarebbe scomparsa del tutto, lasciando l’egemonia dello scambio al baratto, così come quella che legge l’economia del medesimo periodo come esclusivamente di sussistenza. Cipolla spiega bene, nel primo saggio del volume in questione, come nell’Alto Medioevo vi fosse certamente un elevato numero di obbligazioni convenute e saldate in natura, ma altre prevedevano un pagamento in moneta, mentre altre ancora, le cosiddette opzionali, lasciavano libertà di scelta al pagatore.

Questo tipo di discrezionalità che apprendiamo dalla lettura delle fonti relative al periodo in questione promana dalla sostanziale rarefazione della moneta, a sua volta dovuta alla scarsa disponibilità di metalli preziosi sul continente (l’andamento deflattivo europeo proseguirà fino all’importazione dell’oro e dell’argento americano[3]) e alla diffusa tendenza al tesoreggiamento (diretta conseguenza sociale delle difficoltà politiche di gestione dei territori). La moneta non scompare, semplicemente viene utilizzata di meno rispetto ai secoli precedenti e, di conseguenza, ribaltando un fortunato assunto teorizzato da Marc Bloch (la moneta come un «sismografo che, non contento di segnalare i terremoti, talvolta li provocasse»), non è in grado di “riprodursi”, di generare altra moneta e catalizzare attorno a sé evoluzioni di carattere economico-sociale.

A questa altezza cronologica altomedievale la moneta sembra perdere la sua funzione di “trasferimento del valore”, mentre conserva quella di “misurazione del valore”. In sintesi, alla moneta metallica, come nota Cipolla nel primo saggio, subentra una “moneta primitiva” (bestiame, oggetti, terra) che progressivamente la affianca (contribuendo a delineare nuove forme di ricchezza), fin quasi ad eguagliarla nel valore di scambio e, dunque, a sostituirla. Il tutto in un contesto di assenza delle istituzioni, le quali si dimostrano, in questo frangente, incapaci di imporre l’uso della moneta come mezzo legale di pagamento. Cipolla sembra suggerire, anticipando la tesi di Douglas North, una centralità delle istituzioni in campo economico-sociale. Secoli più avanti (XIII-XIV), in un quadro istituzionale completamente diverso, l’annoso problema deflattivo sarà risolto, almeno in parte, ricorrendo ad uno straordinario strumento di credito, quale la lettera di cambio, forma avanzata di moneta-segno[4].

 

I «dollari» del Medioevo e «il grosso problema della moneta piccola»

Se oggi l’espressione «dollari del Medioevo» si limita ad incuriosire il lettore medio, spingendolo ad approfondire questa bizzarra dizione, possiamo soltanto immaginare la capacità evocativa di tali parole quando vennero pronunciate e scritte, negli anni Cinquanta del secolo scorso, in un contesto geopolitico all’interno del quale il dollaro cominciava a configurarsi davvero (o meglio, aspirava a farlo) come una valuta quasi mondiale. A coniare questa espressione non fu Carlo M. Cipolla, ma un altro eccellente storico dell’economia italiano (poi naturalizzato statunitense), Roberto Sabatino Lopez, con l’intento di designare, come antesignano del dollaro, il solidus bizantino, vera moneta forte mediterranea, almeno fino al XIV secolo. Cipolla nota come, oltre a tale moneta, ve ne fossero altre tre che soddisfacevano tutti i requisiti necessari per essere definite “dollari”: il dinar arabo, il fiorino fiorentino e il ducato veneziano, monete “grosse”, del peso compreso tra 3,5 e 4,5 grammi, completamente auree. Altre importanti monete d’oro risultano tuttavia escluse dal concetto di dollaro: l’augustale di Federico II, il genovino, le coniazioni inglesi sotto Enrico III. Dollaro, infatti, nell’accezione di Cipolla, è quella valuta che non solo possiede un alto valore unitario ed ha una «stabilità intrinseca», ma partecipa al commercio internazionale ed è anche sostenuta da un’economia robusta.

Tuttavia, a differenza della contemporaneità, il Medioevo presentava, quasi ovunque, non uno, ma due sistemi monetari distinti, con scopi diversi. Se i cosiddetti “dollari” o, più in generale, le monete grosse, prevalentemente d’oro e d’argento, servivano per commerci più estesi (sia geograficamente, sia quantitativamente)[5], le monete piccole di leghe più povere regolavano il commercio interno, e, nello specifico, quello quotidiano.

Questi sistemi sono distinti, ma non indipendenti, nell’interpretazione di Cipolla. La moneta piccola che regolava il sistema interno dei prezzi, in effetti, proprio in virtù della sua progressiva riduzione del fino e in mancanza di volontà o possibilità da parte delle istituzioni di controllarne la quantità, sostenne quella grande, evitando, nel lungo periodo, condizioni deflattive plurisecolari disastrose. Cipolla esemplifica citando l’esempio degli Stati italiani: essi, interessati a mantenere la stabilità di peso e di lega delle loro monete d’oro senza venire travolti dalla deflazione, vi riuscirono mediante il ricorso ad una moneta piccola svalutata alla quale si ancorava il sistema interno dei prezzi.

 

Le monete che non “esistono”

Esaminando fonti medievali, di carattere notarile o documentario, si nota la presenza di nomenclature di monete mai rintracciate, monete «fantasma», come le definisce Cipolla. Tecnicamente, la peculiare forma della moneta a cui facciamo riferimento è significativamente detta «di conto», poiché serviva a facilitare le operazioni di calcolo, in particolare per le grandi cifre. Una importante differenza fra il sistema monetario medievale e quello attuale risiede, in effetti, nella disorganicità del primo che, in sintesi, mancava di multipli. A tale lacuna si sopperiva, dall’età carolingia, con le monete di conto, nate forse da monete di conio progressivamente divenute instabili (inizialmente libbra e soldo; la prima equivalente a 20 soldi e a 240 denarii, il secondo dal valore di 12 denarii). Come dimostra Cipolla nel suo quarto saggio, anche queste monete di conto, come le monete metalliche, generarono ulteriore moneta, sempre di conto, fino a creare nei secoli bassomedievali delle vere e proprie «famiglie di fantasmi». Il “successo” di tali monete, tuttavia, non dipese soltanto dalla praticità aritmetica che esse veicolavano, ma, soprattutto, dalla loro rilevanza nell’ambito degli instabili rapporti di cambio tra le diverse unità di moneta effettive. Considerate le frequentissime variazioni di tali rapporti, continua a spiegare lo storico pavese, appoggiarsi, come unità superiori di conto, sul soldo e sulla lira, per definizione multipli del denaro (12 e 240), in sostituzione degli instabili valori effettivi, si presentava come scelta vantaggiosa. A differenza di lire e soldi il fiorino di conto si stabilizzò, invece, localmente su valori diversi. Nella generale moltiplicazione delle monete di conto si assiste alla formazione di due sistemi di conto diversi: uno fondato sulla stabilità della moneta grossa (sul ducato o sul fiorino), l’altro invece su monete che si deterioravano (i diversi tipi di denari). La prevalenza dell’uno o dell’altro nelle varie società favoriva i creditori (il primo) o i debitori (il secondo). In sintesi, nascita ed esistenza delle monete di conto, conclude Cipolla, furono «dovute all’incapacità delle autorità monetarie a mantenere in circolazione pezzi monetali di taglio diverso in razionale e costante rapporto tra di loro»[6].

Il volume di Carlo M. Cipolla si chiude con un saggio, intitolato Civiltà e prezzi e con un’appendice sulla storia dei prezzi in Italia che inquadrano e chiariscono il rapporto tra moneta e civiltà mediterranea già menzionato. L’originalità dell’analisi di Cipolla risiede nell’aver dimostrato che i prezzi non vanno letti esclusivamente con sguardo descrittivo, ma inquadrati all’interno di dinamiche sociali ampie, in relazione con la vita quotidiana degli uomini e delle donne del passato. Allo stesso modo la storia economica, che Cipolla ha contribuito a delineare nella sua declinazione moderna e italiana, si situa davvero in posizione mediana, come, del resto, lo stesso professore pavese, tra l’eccessivo attaccamento ai documenti degli storici e la tendenza alla costruzione di sistemi ideali tipica degli economisti. Moneta e civiltà mediterranea, per la sua stessa natura miscellanea e la sua consistenza agile, non offre una trattazione sistematica, manualistica, delle grandi questioni nelle quali si immerge, ma spalanca finestre, più o meno ampie, che restituiscono al lettore (sia a quello più esperto, sia al meno navigato) la complessità di problematiche economiche e sociali che, pur affondando le radici nel Medioevo, arrivano, talvolta, alla nostra contemporaneità.


[1] Si prende qui in considerazione la periodizzazione III-VI secolo, con la consapevolezza dell’interpretazione variegata del concetto di Tardoantico.

[2] Si comincerà ad averne coscienza, lentamente, dall’VIII secolo in avanti e, più compiutamente, dal XIV.

[3] Tendenzialmente nel Medioevo il sistema economico si trova in un cronico stato di deflazione, dovuto all’insufficienza nell’offerta di moneta comparata alla sua domanda, al suo conseguente caroprezzo e ad una circolazione, specialmente nei secoli dell’Alto Medioevo, non uniforme, fatte salve importanti e significative differenziazioni diacroniche e diatopiche, che non è possibile prendere in considerazione in questa sede. Come sottolinea Luciano Palermo «nelle aree meglio fornite [di moneta], ovvero in Italia, in Francia o nelle Fiandre, la situazione era migliore e si è potuto parlare persino di una qualche situazione di inflazione nella fase culminante della crescita, nel XIII secolo; anche la forte diminuzione della popolazione, in conseguenza della peste del 1348-50 potrebbe aver portato, secondo alcuni studiosi, a una temporanea minore pressione della domanda di moneta; tuttavia, se si guarda alla crescita europea nel suo complesso, nel lungo periodo è stata piuttosto caratterizzata da una strisciante tendenza deflattiva». La stessa ben nota crisi del Trecento si configura come crisi deflattiva, causata da quantità di moneta non adatte a sostenere l’espansione. Proprio la tendenziale insufficienza di moneta indusse ad un graduale perfezionamento degli istituti creditizi, che consentirono, insieme ad altri fattori, la ripresa quattrocentesca affiancando la moneta coniata. Cfr. A. Cortonesi, L. Palermo, La prima espansione economica europea. Secoli XI-XV, Roma, Carocci, 2019, pp. 80-81.

[4] La moneta-segno è una delle tradizionali forme della moneta medievale consistente in una forma di credito assimilata, a tutti gli effetti, ad una moneta di conio grazie alla fides publica di chi la emette.

[5] Anche tra di esse vigeva una gerarchia funzionale, resa flessibile dalle continue oscillazioni di valore.

[6] C. M. Cipolla, Moneta e civiltà mediterranea, Bologna, il Mulino, 2020, p. 92.

Scritto da
Andrea Raffaele Aquino

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico “Torquato Tasso” di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche presso l’università “La Sapienza”, curriculum medievistico-paleografico e frequenta la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Roma. È inoltre membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

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