La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti non fu mai un teorico della politica; non lo fu, e fu sempre orgoglioso di non esserlo mai stato. Nel ritratto che ne tracciò, Piero Gobetti seppe cogliere in profondità questo aspetto della cultura politica del deputato socialista:

Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo[1]. 

Questa osservazione di Gobetti è importante: essa ci rammenta, infatti, che l’agire politico di Matteotti, benché improntato a un praticismo d’efficienza, a una infaticabile ─ a tratti ossessiva ─ analisi del dato giuridico ed economico, presupponeva una formazione teorica rigorosa, alla cui robustezza e ricchezza Matteotti tenne sempre moltissimo.

Matteotti (1885-1924) si considerava un «turatiano, riformista e gradualista»[2]: dopo la formazione socialista avvenuta sotto l’influenza di Badaloni nelle campagne del Polesine, si avvicinò al riformismo di Turati, con cui si legò in una profonda amicizia che travalicava il sodalizio politico. Il suo socialismo fu tuttavia diverso da quello del maestro: «un riformismo anomalo anche rispetto a quello di Filippo Turati, più pedagogico che politico […]»[3]. Durante la sua attività amministrativa prima e parlamentare poi, Matteotti seppe distinguersi per l’eccezionale capacità organizzativa e l’impegno costante nella lotta politica:

Dunque non uomo di corrente o di fazione, ma portavoce di volontà e di energie esperimentate nella diuturna opera organizzativa e nei luoghi di lavoro, e mai come in quel momento pronte e disponibili per azioni di massa. Egli non sottovalutava l’importanza delle questioni dottrinarie, ma le vedeva indirizzate a un fine concreto, limitato nel tempo e il più possibile di pratica attuazione. La dottrina per la dottrina non lo interessava […][4].

Nelle pagine che seguono, si tenterà di mettere in evidenza alcuni tratti peculiari propri del pensiero politico del deputato socialista.

L’assiomatica concettuale che definisce l’idealità politica matteottiana è assai articolata e le seguenti (e sommarie) considerazioni non possono esaurirne la ricchezza; esse hanno invece l’obbiettivo di chiarire al lettore uno dei nodi tematici fondamentali del pensiero politico di Matteotti: l’imprescindibile convergenza di morale e politica.

Ora, il nesso tra questi due ambiti non è da accettarsi ingenuamente; senza tracciare una genealogia del problema[5], basti qui ricordare che la maturazione personale e socialista di Matteotti avvenne durante l’“età giolittiana”; e che Giolitti rappresentò ─ se non di fatto, certamente per una parte del socialismo di quegli anni ─ il simbolo di una politica spregiudicata e svincolata, appunto, da qualsiasi legame con la dimensione morale della vita sociale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’agire politico di Matteotti

Pagina 2: Matteotti e Giolitti

Pagina 3: Antibellicismo e antifascismo


[1] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo marxismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.

[2] G. CASANOVA, Matteotti. Una vita per il socialismo, Bompiani, Milano, 1974, p. 19.

[3] G. ROMANATO, Un italiano diverso. Giacomo Matteotti, Longanesi, Milano, 2011, p. 186.

[4] G. CASANOVA, op. cit., p. 99.

[5] Benedetto Croce, che al rapporto tra morale e politica dedicò pagine celebri, sostenne una posizione antitetica a quella espressa da Matteotti. In Etica e politica si legge «che la politica segua la legge sua propria, diversa dalla legge morale, è verità ricevuta sovente con ritrosia e come di malavoglia […]» (B. CROCE, Etica e politica, Laterza, Bari, 19564, p. 97). Come ha sottolineato Andrea Orsucci, «in realtà, proprio in Croce, negli scritti degli anni di guerra, lo svolgimento delle ragioni di una coerente antiretorica trova il proprio punto focale nel principio dell’autonomia della politica, della sua piena estraneità a considerazioni di ordine etico» (A. ORSUCCI, Politica e ‘alta politica’: Croce e la Germania, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Istituto della Enciclopedia Italiana, Torino, 2016, p. 339). Similmente a De Santis, è in Machiavelli (e, per ragioni differenti, in Vico) che Croce rileva una teorizzazione rigorosa dell’autonomia della politica dalla morale: «ed è risaputo che il Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica, della politica che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta» (B. CROCE, op. cit., p. 256). Sull’interpretazione di Machiavelli nei primi decenni del Novecento italiano: cfr. nota 24.


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Studente di Filosofia presso l’Università di Pavia e alunno dell’Almo Collegio Borromeo. Allo studio della filosofia, accompagna l’interesse per l’ermeneutica biblica, la teoria del pensiero rivoluzionario e la storia del socialismo italiano con particolare riferimento all’opera di Giacomo Matteotti.

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