La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti
- 12 Aprile 2018

La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti

Scritto da Jaka Makuc

14 minuti di lettura

Giacomo Matteotti non fu mai un teorico della politica; non lo fu, e fu sempre orgoglioso di non esserlo mai stato. Nel ritratto che ne tracciò, Piero Gobetti seppe cogliere in profondità questo aspetto della cultura politica del deputato socialista:

Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo[1]. 

Questa osservazione di Gobetti è importante: essa ci rammenta, infatti, che l’agire politico di Matteotti, benché improntato a un praticismo d’efficienza, a una infaticabile ─ a tratti ossessiva ─ analisi del dato giuridico ed economico, presupponeva una formazione teorica rigorosa, alla cui robustezza e ricchezza Matteotti tenne sempre moltissimo.

Matteotti (1885-1924) si considerava un «turatiano, riformista e gradualista»[2]: dopo la formazione socialista avvenuta sotto l’influenza di Badaloni nelle campagne del Polesine, si avvicinò al riformismo di Turati, con cui si legò in una profonda amicizia che travalicava il sodalizio politico. Il suo socialismo fu tuttavia diverso da quello del maestro: «un riformismo anomalo anche rispetto a quello di Filippo Turati, più pedagogico che politico […]»[3]. Durante la sua attività amministrativa prima e parlamentare poi, Matteotti seppe distinguersi per l’eccezionale capacità organizzativa e l’impegno costante nella lotta politica:

Dunque non uomo di corrente o di fazione, ma portavoce di volontà e di energie esperimentate nella diuturna opera organizzativa e nei luoghi di lavoro, e mai come in quel momento pronte e disponibili per azioni di massa. Egli non sottovalutava l’importanza delle questioni dottrinarie, ma le vedeva indirizzate a un fine concreto, limitato nel tempo e il più possibile di pratica attuazione. La dottrina per la dottrina non lo interessava […][4].

Nelle pagine che seguono, si tenterà di mettere in evidenza alcuni tratti peculiari propri del pensiero politico del deputato socialista.

L’assiomatica concettuale che definisce l’idealità politica matteottiana è assai articolata e le seguenti (e sommarie) considerazioni non possono esaurirne la ricchezza; esse hanno invece l’obbiettivo di chiarire al lettore uno dei nodi tematici fondamentali del pensiero politico di Matteotti: l’imprescindibile convergenza di morale e politica.

Ora, il nesso tra questi due ambiti non è da accettarsi ingenuamente; senza tracciare una genealogia del problema[5], basti qui ricordare che la maturazione personale e socialista di Matteotti avvenne durante l’“età giolittiana”; e che Giolitti rappresentò ─ se non di fatto, certamente per una parte del socialismo di quegli anni ─ il simbolo di una politica spregiudicata e svincolata, appunto, da qualsiasi legame con la dimensione morale della vita sociale.

 

Matteotti e Giolitti

È qui impossibile ripercorrere l’intricato rapporto politico tra giolittismo e socialismo. Occorre tuttavia precisare che «la nuova veduta di governo» promossa da Giolitti troverà, quantomeno nei suoi esordi, proprio nel riformismo turatiano un alleato imprescindibile (in particolare, si pensi al governo Zanardelli, reso possibile grazie al sostegno offerto dai socialisti). Tale intesa politica non può, a nostro giudizio, essere semplicemente ridotta a logiche parlamentaristiche: essa rivela, al contrario, un’affinità d’intenti più profonda. Come ha osservato Emilio Gentile, «Turati considerava il liberalismo giolittiano l’unica via possibile per lo sviluppo industriale dell’Italia e ne riconosceva il carattere progressista. L’incontro fra riformismo e giolittismo avvenne su un campo neutro, per così dire, cioè distante egualmente dall’adesione allo Stato liberale e da una radicale opposizione ad esso. Riducendo le funzioni dello Stato all’amministrazione e il parlamento a un’assemblea di uomini pratici, Giolitti rendeva la sua prassi politica accettabile anche all’opposizione ─ se l’opposizione ammainava la bandiera dell’intransigenza antisistema»[6]. L’opposizione intransigente al giolittismo maturerà nel socialismo italiano parallelamente all’esacerbazione del contrasto tra riformisti e massimalisti su temi strutturali, come la “questione meridionale”[7].

Giova ricordare che la politica giolittiana, memore degli eccessi del governo Crispi, mostrò attenzione alle esigenze della massa lavoratrice. La severità di giudizio espressa da Matteotti sull’operato di Giolitti è comprensibile solo se contestualizzata storicamente. Matteotti fu eletto alla Camera nel 1919 (XXV legislatura); è chiaro che, mentre Turati e Treves «non esitavano però ─ negli ultimi anni ─ a riconoscere Giovanni Giolitti meritevole della riconoscenza nazionale per il contributo sostanziale da lui dato, con la sua attività di governo, alla trasformazione in popolo della misera plebe italiana[8]», al contrario egli pensava al Giolitti del «lungo ministero» e della guerra di Libia, cioè a quella “dittatura” giolittiana che «suscitò le vivaci proteste dell’opinione pubblica e dei parlamentari che rifiutarono di essere «giolittizzati»: alla stabilità parlamentare del giolittismo corrispondeva, nel paese, una diffusa insofferenza per i suoi metodi di governo, per la prosaicità della sua politica, per l’influenza deleteria che il trasformismo giolittiano sembrava avere sulla vita e sull’azione dei partiti»[9]. Matteotti appartiene a quella generazione socialista che nasce dalla crisi del giolittismo; ma la crisi del sistema giolittiano implica, proprio per quanto detto in precedenza, anche il fallimento del riformismo turatiano, giacché «la crisi del riformismo non era soltanto un problema interno al partito socialista, ma un aspetto sintomatico della crisi del sistema giolittiano, che nella fiducia o nel «neutralismo» dei socialisti riformisti aveva uno dei suoi più validi sostegni»[10]. Il singolare profilo teorico di “riformismo rivoluzionario” in Matteotti si spiega solo alla luce di questa volontà di riscatto dal fallimento del riformismo di Turati, di una inestinguibile volontà di vittoria dell’ideale socialista.

Il Parlamento giolittiano pare dunque godere di un’autosufficienza istituzionale che acuisce la distanza tra la classe politica italiana e le grandi masse dei lavoratori. La politica si impone come professione e la sua progressiva tecnicizzazione la allontana da chi non è capace di comprenderne il linguaggio[11].

Compito del socialismo propugnato da Matteotti[12] fu proprio quello di lavorare per annullare lo iato tra politica e massa lavoratrice (al contrario di Gramsci, Matteotti opererà non nella fabbrica ma nel contesto agrario); solo attraverso la politicizzazione educativa del proletariato se ne renderà possibile l’elevazione spirituale e, in ultima istanza, la redenzione storica.

Condizione preliminare per ristabilire tale connessione sarà recuperare l’ambito morale a quello politico:

Oggi dobbiamo ricostituire quella unità morale e politica del proletariato, che minacciava di rompersi; a costo anche di qualche sacrificio delle nostre ideologie[13].

Ora, prima di procedere nella nostra analisi, occorre notare che, nel pensiero matteottiano, la morale rappresenta quel terreno umano a partire da cui si rende possibile ogni forma di convivenza civile e non barbara tra i popoli e, nello specifico, tra le persone. Il binomio ossimorico civile/barbaro è frequente negli scritti matteottiani e lo si può intendere in questi termini: per Matteotti, la storia pare godere di uno speciale statuto normativo tale da imporre, a chi vive in un determinato periodo storico, di esserne in qualche modo all’altezza. Occorre difatti ricordare che il pensiero di Matteotti rivela una forte caratura positivistica, che determina una credenza incrollabile nel «movimento ascensionale della civiltà»[14]. Naturalmente, il grado massimo di civiltà sarà raggiunto coll’attuazione del socialismo; questa però, al contrario di quanto pensavano Turati e i teorici classici, non si sarebbe realizzata inevitabilmente, ma solo attraverso un costante e inflessibile sforzo volitivo volto all’educazione del proletariato.

Pertanto, la morale non può essere limitata a un singolo perimetro della vita umana, giacché essa permea l’intero insieme delle declinazioni della vita sociale (giurisprudenza, economia etc.)[15]; spetterà quindi alla politica, intrinsecamente moralizzata e moralizzante, raccogliere questo insieme di discipline e impiegarle come instrumenta per realizzare il proprio fine ultimo (che, per Matteotti, coincide naturalmente col socialismo).

Ecco allora che il discorso giuridico, ad esempio, non rimarrà più comprensibile ai soli specialisti della giurisprudenza, ma dovrà sempre essere strumento intrinsecamente morale e politico: se non si accetta questa collimazione concettuale, si svuota di senso e finalità qualsivoglia disciplina sociale[16].

 

Antibellicismo e antifascismo

Alla luce di quanto scritto, dovrebbe risultare chiaro l’intransigente rifiuto che Matteotti riservò alla concezione stessa della politica di Giolitti: il caso più emblematico è forse rappresentato dall’inflessibile opposizione alla guerra di Libia prima e al conflitto mondiale poi.

La guerra di Libia segna uno spartiacque in seno al socialismo italiano di quegli anni: «il «tradimento» consumato da Giolitti verso i riformisti, con la guerra di Libia, tolse qualsiasi giustificazione alla loro scelta filo-giolittiana, che, del resto, non corrispondeva più all’orientamento della base sociale del partito»[17]. La posizione di Matteotti è dunque leggibile in una duplice chiave interpretativa: non solo come appassionata reazione al bellicismo imperante, ma anche come occasione per il socialismo di distaccarsi dal giolittismo in modo inequivocabile. Non è un caso che la sua voce, ancora una volta, si distingua per intensità e contenuto dai colleghi riformisti, assumendo una posizione sul conflitto libico vicina a quella di Salvemini. La «passeggiata militare nella Libia»[18] non trovò, infatti, nel socialismo riformista un’opposizione rigida: «contro il ventilato nuovo disegno di espansione coloniale la reazione del partito socialista e delle varie formazioni di sinistra è assai fiacca. Un congresso anticoloniale a Roma si distingue per la povertà degli argomenti e la tiepidezza dello impegno […]. La scarsa reattività del partito socialista appare però evidente, povero di spunti originali è il dibattito, manca ogni tentativo di analizzare i movimenti di quello che appare un episodio velleitario, ma che in realtà è il sintomo di un fermento che continuerà ad agire nel corpo del paese con un lavorio occulto e la cui portata apparirà manifesta quando l’impresa libica diventerà realtà»[19].

Matteotti parlò contro la guerra (…) e portò le sue tesi in sede metafisica: inutilità della guerra, facendosi tollerare da una generazione nietzscheana per la severità della sua solitudine[20].

Questo tipo di assunzione teorica è semplicemente occlusa al politicismo giolittiano: non ci sono prese di posizione “metafisiche” (ovvero idealità immutabili[21] che determinano l’agire pratico dell’uomo politico), ma solo circostanze d’occasione da sfruttare per la realizzazione di un fine a sua volta contingente; l’eclettismo politico liberale conduce la direzione della politica a una logica trasformistica che la svuota, per l’appunto, di ogni idealità. L’abilità politica di Matteotti si riscontra nella sua capacità di usare le parole delle scienze economica e giuridica per parlare il linguaggio del socialismo: anche se questo era insopportabile per i suoi detrattori, l’universalità del fatto[22] scientifico costringeva l’interlocutore al confronto impietoso con la realtà: e il mezzo avvicinava così al fine ultimo. Perciò, il suo era un pensiero che andava praticato diem ex die e che esigeva di venire attuato; è la politica a essere in grado di fornire gli strumenti attraverso cui compiere il socialismo.

La guerra, dunque, è barbarie non per le ripercussioni che essa comporta sull’economia dello stato belligerante o per i vizi procedurali che ne rendono illegale la proclamazione (benché questi difetti materiali possano essere impiegati come mezzi efficaci per contrastarla sul piano pratico): la guerra è di per sé barbarie perché arresta -invertendolo- il «movimento ascensionale della civiltà» e abolisce le conquiste ottenute durante la lotta di classe, motore perenne della storia.

Saragat seppe cogliere questo passaggio fondamentale quando disse che: 

La guerra non è storia, è preistoria, e la sua causa profonda la troviamo -come dice Treves- nell’eredità selvaggia dei tempi, nell’inumano che è sempre in agguato dalle caverne della preistoria per irrompere nella città civile[23].

E ancora Gaetano Arfè:

Ora, per tutto un settore assai largo del movimento socialista- e in esso è compreso Matteotti- il motivo pregiudiziale della opposizione alla guerra è di natura extra-politica, si motiva con una precisa contrapposizione di ideali a ideali, di valori a valori[24].

L’anti bellicismo assume, pertanto, lo statuto di principio etico-politico della dottrina socialista matteottiana; esso non è confutabile sul piano della logica parlamentare o genuinamente politica, ma esige di essere collocato in una gerarchia valoriale che costituisce l’impalcatura teorica e dottrinaria di una fede: la fede nel socialismo[25].

Domandiamo che al socialismo siano conservati i fini etici di alta umanità e diciamo che tutti gli strumenti, strumento rivoluzionario compreso, siano tutti subordinati a questa altezza di fine etico cui si ispira il socialismo (…) Ora se questo voi dite e confessate, riconoscete il fine etico e morale del socialismo[26].

Ora, avviandoci verso la conclusione di queste considerazioni, pare ragionevole offrire un’epitome di quanto detto sin qui al lettore: si è sostenuto che, se è vero che l’opera politica di Matteotti si declinò sempre in un agire pratico teso alla concretezza dei risultati ed estraneo a formulazioni teoriche esplicite (si pensi qui a Turati), per comprendere appieno la figura storica di Giacomo Matteotti occorre cogliere l’importanza della struttura concettuale a partire dalla quale si dispiega l’azione del deputato socialista. Si è dimostrato che il nucleo centrale di tale retroterra ideale è l’inseparabile legame che lega la morale alla politica.

Come è noto, a recidere per primo tale legame fu Machiavelli[27]: lo si ricorda solo per marcare l’importanza dell’osservazione di Gobetti:

[…] non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c’era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di analisi istintiva[28].

L’opposizione al fascismo è «questione di incompatibilità etica»: essa precede la dimensione politica e radicalizza il conflitto sul piano dell’idealità, determinando così una contrapposizione antropologica che il semplice dibattito parlamentare non è in grado di ospitare né di esaurire. Lo scontro travalica così il Parlamento e si consuma nel paese stesso, nella società civile: il socialismo ─ e lo stesso Matteotti ─ non riusciranno a ideare mezzi di contrasto efficaci contro il nuovo nemico.

La lotta violenta contro il socialismo, a questo punto, non è lotta contro i suoi errori eventuali, non è ritorsione contro i suoi sporadici eccessi ma è lotta contro la civiltà, colpita nelle sue fondamentali conquiste[29].

È noto che sarà il fascismo a vincere questa «lotta violenta»; in un mondo dove i fatti e i dati non hanno più validità e tutto viene distorto dalle logiche della propaganda, Matteotti si trovò disarmato: il suo pensiero ideale, così rigoroso nella sua chiarezza teorica, non poté essere messo in pratica perché gli strumenti da sempre impiegati avevano perduto la propria efficacia.

Ma la tragica morte del deputato ne sugella, in qualche modo, la dottrina. La fede nel socialismo ha infatti modo di compiersi in un martirio che segna la nascita di un mito; il significato più profondo della morte di Matteotti non può essere compreso senza che prima ne siano state intimamente pensate l’idealità e la vita. Il sacrificio del “Martire” segna l’inizio di quella cultura antifascista che ispira la politica proprio perché intrinsecamente morale e ideale: la morte di Matteotti compie, dunque, quel ricongiungimento di morale e politica per la cui realizzazione egli spese una vita: 

A chiamarlo al sacrificio ─ la storia conosce queste cose e sa quanto incidano nel corso della realtà ─ è una fede per la quale nessuna rinuncia gli par troppo amara. Perciò si può dire, senza retorica, che con la morte di Matteotti nasce l’etica dell’antifascismo, motivo ispiratore dei venti anni successivi della storia d’Italia, e forse ancora qualcosa in più: la “religione della libertà” quale storicamente si esprime in un largo scorcio del nostro tormentato secolo[30].


[1] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo marxismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.

[2] G. CASANOVA, Matteotti. Una vita per il socialismo, Bompiani, Milano, 1974, p. 19.

[3] G. ROMANATO, Un italiano diverso. Giacomo Matteotti, Longanesi, Milano, 2011, p. 186.

[4] G. CASANOVA, op. cit., p. 99.

[5] Benedetto Croce, che al rapporto tra morale e politica dedicò pagine celebri, sostenne una posizione antitetica a quella espressa da Matteotti. In Etica e politica si legge «che la politica segua la legge sua propria, diversa dalla legge morale, è verità ricevuta sovente con ritrosia e come di malavoglia […]» (B. CROCE, Etica e politica, Laterza, Bari, 19564, p. 97). Come ha sottolineato Andrea Orsucci, «in realtà, proprio in Croce, negli scritti degli anni di guerra, lo svolgimento delle ragioni di una coerente antiretorica trova il proprio punto focale nel principio dell’autonomia della politica, della sua piena estraneità a considerazioni di ordine etico» (A. ORSUCCI, Politica e ‘alta politica’: Croce e la Germania, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Istituto della Enciclopedia Italiana, Torino, 2016, p. 339). Similmente a De Santis, è in Machiavelli (e, per ragioni differenti, in Vico) che Croce rileva una teorizzazione rigorosa dell’autonomia della politica dalla morale: «ed è risaputo che il Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica, della politica che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta» (B. CROCE, op. cit., p. 256). Sull’interpretazione di Machiavelli nei primi decenni del Novecento italiano: cfr. nota 24.

[6] E. GENTILE, L’Italia giolittiana. 1899-1914, Il Mulino, Bologna, 1990, pp. 85-86.

[7] Ivi, pp. 87-97. Per uno studio rigoroso sul socialismo italiano nell’ “età giolittiana” cfr. G. ARFÉ, Storia del socialismo italiano. 1982-1926, Einaudi, Torino, 1965, pp. 111-135.

[8] C. SILVESTRI, Turati l’ha detto. Socialisti e democrazia cristiana, Rizzoli, Milano, 1946, p. 62.

[9] E. GENTILE, op. cit., p. 135.

[10] Ivi, p. 212.

[11] Matteotti fu consapevole di tutto questo. Sin dai suoi primi scritti e discorsi, egli si sforza di adottare un linguaggio elementare, che talvolta indulge al didascalico.

[12] Sul socialismo di Matteotti, mi pare efficace riportare qui le parole di Gianpaolo Romanato: «Il suo riformismo, singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario, come si vedrà, non sempre coincidente con quello di Turati, che era legato molto più di lui al meccanicismo marxista ottocentesco, cioè all’idea che lo Stato borghese si sarebbe prima o poi autodistrutto, si fondava su questa intransigente e fermissima base giuridica. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare» (G. ROMANATO, op. cit., pp. 82-83).

[13] G. MATTEOTTI, Ragionamento sui destri che se ne vanno, in La Lotta Proletaria, Rovigo, 3 agosto 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 87.

[14] G. MATTEOTTI, Parole socialiste. Ai lavoratori!, in La Lotta, Rovigo, 20 ottobre 1906, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 65.

[15] Matteotti si formò alla giurisprudenza presso la scuola bolognese di Stoppato. Scrive il già citato G. Romanato «che la sua tenace difesa del primato del diritto, tanto sul fattore antropologico quanto su quello sociale, era inserita in una visione evolutiva e non statica del vivere civile, finalizzata alla trasformazione e non alla conservazione dell’ordine esistente. Nel riformismo socialista matteottiano il diritto, inteso non come astratto feticcio giuridico bensì come struttura portante del vivere civile, era un elemento fondamentale dell’evoluzione economica, del progresso, dell’incivilimento delle classi subalterne, che dovevano passare da soggetti passivi ad attori attivi e consapevoli della vita collettiva» (G. ROMANATO, op. cit., p. 82).

[16] Per offrire un esempio altrettanto pregnante, si pensi al dibattito intorno allo statuto teorico della “rivoluzione”. Si auspica che risulti chiaro al lettore il perché del rifiuto da parte di Matteotti della rivoluzione intesa come fine in sé (di ciò egli accusava i massimalisti): dato che l’unico fine in sé è il compimento della civiltà, ovvero il socialismo, la rivoluzione sarà da intendersi come instrumentum possibile, non necessario. Se si autonomizza il concetto di rivoluzione e lo si sradica dal proprio retroterra etico-politico (cioè lo si rende un fine in sé), questo perde il proprio senso e la propria utilità, divenendo nei fatti dannoso all’ideale ultimo che lo determina: il socialismo stesso. Ebbe a scrivere Matteotti: «La rivoluzione è un mezzo, uno strumento, non un fine. Quello che a noi preme è il fine, il socialismo; non il mezzo che potrà essere indifferentemente quello o uno diverso» (G. MATTEOTTI, Verso il congresso socialista, in La Lotta, Rovigo, 23 agosto 1919, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 157).

[17] E. Gentile, op. cit., p. 213.

[18] G. MATTEOTTI, L’impresa libica, in “La Lotta proletaria, 12 ottobre 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Socialismo e guerra, Pisa University Press, Pisa, 2013, p. 73.

[19] G. ARFÉ, I socialisti e le guerre d’Africa, in Socialismo e socialisti. Dal Risorgimento al Fascismo, De Donato, Bari, 1974, p. 301.

[20] P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.

[21] «Ma Matteotti per certe cose era “astratto”, nel senso che più delle cose reali, delle situazioni concrete, per lui contava la coscienza del dovere da compiere. Soprattutto sul tema della guerra che chiamava in causa il diritto alla vita, l’uguaglianza e l’amore tra gli esseri umani» (G. TAMBURRANO, Giacomo Matteotti. Storia di un doppio assassinio, UTET, Torino, 2004, p. 56). E Gobetti: «bisogna saper vedere in Matteotti, giurista, economista, amministratore, uomo pratico, queste pregiudiziali di disperata utopia, di assoluto idealismo, di reazione assurda contro la grettezza filistea dei falsi realisti» (P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924).

[22] Il termine fatto, inteso come accadimento storico incontrovertibilmente vero, è usatissimo da Matteotti. Nel celebre ultimo discorso contro la validità delle elezioni truffa, si parla continuamente di fatti.

[23] La citazione è tratta dal discorso che Saragat tenne in occasione del XXX anniversario del rapimento il 10 giugno 1954. Il testo è riportato integralmente in A. SCHIAVI, La vita e l’opera di Giacomo Matteotti, Opere Nuove, Roma, 1957, p. 337.

[24] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 34 (il saggio apparve per la prima volta sulla Rivista Storica Italiana, Napoli, 1966). In base a quello che è stato scritto sin qui, si comprenderà perché ritengo che, nel caso di Matteotti, sia forse più opportuno parlare di riserve “pre-politiche”, cioè di riserve etico-ideali che stanno alla base e pervadono l’intero agire politico.

[25] Matteotti impiega spesso il termine fede per indicare l’adesione totalizzante e vocazionale al fine del socialismo (che coincide col socialismo stesso).

[26] G. MATTEOTTI, Indirizzo e mezzi d’azione del partito di fronte all’attuale situazione nazionale ed internazionale, in Resoconto stenografico del XVI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano (Bologna, 5-6-7-8 ottobre 1919), Milano, Libreria Editrice Avanti!, 1920, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p 167.

[27] È interessante rilevare il fatto che l’ultimo scritto lasciato da Matteotti porta il titolo di Machiavelli, Mussolini and the Fascism (è un articolo pubblicato dalla rivista inglese «English Life»). Esso si configura come una dura requisitoria nei confronti del saggio scritto da Mussolini su Machiavelli in occasione della laurea honoris causa proposta dall’Università di Bologna (ma poi pubblicato sulla rivista “Gerarchia”): il testo di Mussolini è del 30 aprile 1924; esattamente un mese dopo, Matteotti teneva alla Camera il celebre discorso-denuncia contro le violenze squadriste in campagna elettorale (cfr. L. MITAROTONDO, Il Principe fra il Preludio di Mussolini e le letture del “Ventennio”, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, Giuffrè, 2006, pp. 67-69). Che il fascismo si sia inserito prepotentemente nel dibattito italiano sul pensiero machiavelliano (avviatosi già tra anni Dieci e Venti), è cosa nota: certamente, esso trova le proprie radici interpretative dell’opera di Machiavelli nelle analisi avanzate da De Sanctis e sviluppate successivamente da Francesco Ercole (cfr. Ivi, pp. 63-65): Machiavelli «viene presentato nella veste di assertore dello Stato-forza, con l’intento d’offrire del pensiero machiavelliano ─ di per sé così complesso e frastagliato, legato ai tempi e alle occasioni ─ un’immagine unitaria e organica di teorico dei tempi nuovi, ispirati al nazionalismo e all’imperialismo» (G. CALABRÒ, Machiavelli negli anni Trenta: echi di un dibattito, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, p. 3). Non è qui possibile ripercorrere analiticamente il complicato rapporto tra fascismo (e antifascismo; fra i molti: Gobetti e Gramsci) e Machiavelli: preme tuttavia ribadire come Mussolini abbia insistito «in molte occasioni sull’affinità del proprio pensiero politico con quello di Machiavelli» e abbia marcato «l’idea di “contemporaneità “o attualità attingendo anche dagli altri scritti del Segretario» (cfr. L. MITAROTONDO, op. cit., p. 73).

[28] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo antifascismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.

[29] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 53.

[30] Ivi, p. 75.

Scritto da
Jaka Makuc

Studente di Filosofia presso l’Università di Pavia e alunno dell’Almo Collegio Borromeo. Allo studio della filosofia, accompagna l’interesse per l’ermeneutica biblica, la teoria del pensiero rivoluzionario e la storia del socialismo italiano con particolare riferimento all’opera di Giacomo Matteotti.

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