La “morte della patria” tra Prima e Seconda Repubblica
- 25 Luglio 2018

La “morte della patria” tra Prima e Seconda Repubblica

Scritto da Alessandro Pizzo

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Il revisionismo storico e il suo uso politico

La cosa rilevante, però, è che Della Loggia guardi al dibattito storico sulla Resistenza, intorno agli anni ’93 – ’95 del secolo scorso, vale a dire cinquant’anni dopo gli eventi stessi, non attingendo alle interpretazioni di un Pavone, del 1991, circa la moralità del movimento resistenziale[5], o alle ricostruzioni di un De Felice, del 1995, circa le “zone grigie” della Resistenza[6], ma ad un livello semi-sconosciuto del 1948 di un autore divenuto famoso postumo proprio a seguito della citazione di Della Loggia, vale a dire al De profundis di Salvatore Satta.

Quest’ultimo narrava, quasi in presa diretta, gli stati emotivi degli italiani all’indomani dell’armistizio e della effettiva dissoluzione dello Stato e, con una prosa quasi decadente, annotava con sincero dolore la scomparsa di un orizzonte comune dall’azione dei singoli[7]. Ovviamente, com’è normale che sia all’interno di un genere letterario come la prosa narrativa, ampio spazio viene riservato ai sentimenti dell’autore, ma nessuno ad una riflessione critica riguardo alle cause storiche di quel determinato evento, vale a dire il collasso dello Stato, imploso con l’annuncio pubblico dell’armistizio l’8 settembre del 1943.

A questo abisso emotivo attinge Della Loggia per interpretare l’armistizio come la catastrofe che ha spinto gli italiani a negare l’idea stessa di patria, ad invertire il senso risorgimentale dell’amor patrio, ovvero il senso del sommo sacrificio dell’individuo a favore della patria, nel senso postfascista di morte della patria onde far sopravvivere i singoli cittadini. A ben guardare, tuttavia, appare evidente come l’intento di della Loggia poggi più sulla natura della contesa pubblica in materia politica che sulla natura del civile confronto tra conoscenze storiche. È pur vero però che nella lotta dei discorsi i confini tra mera retorica pubblica e narrazione storica appaiano oggi decisamente più sfumati, per non dire anche decisamente più deboli, di un tempo, e che la strategia comunicativa di Della Loggia abbia il suo fascino, riuscendo a catturare un buon numero di spettatori[8].

Senza, però, scomodare i classici topoi storici, appare evidente il peso delle contingenze coeve sull’investimento di senso del passato ad opera di della Loggia. Come annota Isneghi, infatti, si coniugano e si fondono due distinte esigenze. La prima, è dare sfogo al precipitato di risentimento collettivo e ad un collettivo malessere politico-sociale, sino ad allora in sospensione[9]. La seconda, invece, è soddisfare la domanda pubblica di storia, ovvero «misurarsi sul terreno della comunicazione di massa»[10]. Il tema presente, dunque, ben si presta alla semplificazione spicciola che, depurando il tema da troppe categorie complesse e presentando la facile identificazione personale con stati emotivi, anziché con catene processuali lunghe, incontra il favore del consumatore finale, l’italiano medio, non troppo avvezzo alla conoscenza storica[11].

Il problema non è revisionare le conoscenze storiche consolidate, ma l’uso strumentale che si desidera compiere con tali revisioni. Ed è qui il nocciolo dell’operazione di della Loggia, vale a dire conferire attendibilità storica ai malanni italiani come conseguenza dell’infausta ideologia “rossa” assunta dalla Repubblica costituzionale, a sua volta un infausto effetto della ghigliottina ideologica compiuta dai resistenti nella forma di una chiusura culturale nei confronti di tutte le opzioni concorrenti.

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[5] Cfr. G. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2017, p. xi: «quanto sia ancora sentito il problema storico e civile della guerra e della Resistenza».

[6] Cfr. R. De Felice, Il rosso e il nero, Baldini e Castoldi, Milano, 1995.

[7] Cfr. S. Satta, De Profundis, Ilisso, Nuoro, 2003, p. 53: «La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo».

[8] Cfr. A. Del Boca, Introduzione, a: A. Del Boca (cur.), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, 2009, p. 16: «le vivaci polemiche che suscita, costituiscono comunque un forte incentivo a una rilettura della recente storia italiana, che sinora era stata incerta e limitata».

[9] Cfr. M. Isneghi, op. cit., pp. 56 – 7: «A metà degli anni Novanta il marasma politico […] incrocia antichi malesseri in sospensione; i ripensamenti individuali accompagnano i ripensamenti collettivi».

[10] Ivi, p. 57.

[11] Cfr. A. D’Orsi Dal revisionismo al rovescismo, in A. Del Boca (cur.), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, 2009, p. 362: «I rovescisti vogliono fare colpo, vendere libri, far parlare di sé».


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Scritto da
Alessandro Pizzo

Dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente occupato nel mondo della scuola. I suoi campi di ricerca vanno dalla razionalità delle enunciazioni normative alla filosofia della disabilità. È redattore di un proprio blog personale.

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