La “morte della patria” tra Prima e Seconda Repubblica
- 25 Luglio 2018

La “morte della patria” tra Prima e Seconda Repubblica

Scritto da Alessandro Pizzo

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Morte della patria o società senza Stato?

Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, dunque, sembra inquietare della Loggia che teme la conservazione della medesima ideologia[12], vale a dire la ripetizione di un canovaccio già visto, e mobilita contro tutte le risorse retoriche in suo possesso, gettando nell’agone pubblico la semplificazione storiografica di una patria defunta, del cui omicidio sono responsabili i soli comunisti. L’ammonimento è tanto semplice quanto inevitabilmente ingenuo: non si ripeta nel corso della presente occasione unica l’errore commesso dai padri. Afferma, infatti, risolutamente della Loggia, «La crisi dell’idea di nazione che percorre tutta la vicenda dell’Italia postbellica ha la sua genesi […] nei problemi di legittimazione del nuovo regime repubblicano che, proprio in relazione alla guerra, si stringono in un nodo che poi si rivelerà impossibile da sciogliere»[13].

Tuttavia, allargando il focus, sembra inevitabile ricondurre l’analisi di della Loggia al più vasto ambito della crisi dell’idea stessa di Stato, una crisi dai contorni mondiali e scarsamente ascrivibili ad una presunta specificità italiana. Dunque, la crisi dello Stato italiano va imputata ad una conseguenza della globalizzazione la quale atomizza i soggetti e ne frammenta le relazioni sociali, delegittimando il potere degli stati nazionali e il meccanismo di riconoscimento pubblico del potere in quanto tale. Di per sé, dunque, non è venuta meno l’idea di patria perché uccisa dai postumi della guerra perduta, ma perché è entrata in crisi l’idea stessa di Stato, quale luogo deputato alla composizione degli opposti interessi concorrenti ed espressione di un controllo popolare sulle decisioni ed azioni del potere pubblico. In altri termini, e a ben guardare, ad essere in questione è l’idea di democrazia, e non soltanto l’idea di patria. Queste ansie contemporanee, che si situano sul piano immanente delle turbolenze degli ultimi decenni, vengono proiettate da della Loggia nel passato al fine di individuare un momento esatto di inizio del processo presente, un processo considerato e semplice e lineare nel suo dispiegarsi nei decenni a seguire. Questo momento viene così individuato nell’8 settembre 1943, data di annuncio dell’armistizio e della fine della Guerra di Mussolini[14].

La storia nazionale mette bene in evidenza, però, non la fine della patria con l’armistizio, ma un processo ben più sottile e duraturo nel tempo, che ha costituito differenti livelli di statualità in virtù dei quali vige «un sistema di coesistenze multiple di scelte politico-istituzionali»[15]. La conservazione di istituti precedenti, e l’instaurazione di nuovi istituti ha reso non soltanto più complessa la natura dello Stato, ma ha anche normalizzato la sua serie incredibile di contraddizioni, tanto istituzionali quanto legislative, tanto economiche quanto sociali, tanto pubbliche quanto private. L’integrazione di «vecchio» e «nuovo» a lungo andare ha «indebolito il tessuto statale»[16], giungendo, a fine anni Ottanta del secolo scorso, a presentare un conto da pagare e, quindi, ha spinto alla ricerca di vie di fuga. Non la patria della Resistenza, ma una nuova patria; non l’Italia del malcostume, ma l’Italia del buon governo; non la nazione del malaffare, ma la nazione buona. La parola d’ordine nell’agenda politica, d’altro canto, è diventata riforma. Quando della Loggia celebra il funerale della patria, giustifica a tutti gli effetti i progetti di sua riedificazione su basi differenti.

Per Remo Bodei, l’8 settembre 1943 è sì avvenuta una catastrofe generale, ma non è venuta mai meno l’idea di nazione. Piuttosto, è perito lo stato etico, vale a dire «un modello ideale e pratico di stato»[17], ben rappresentato dall’attualismo gentiliano. Il “noi” generale si è frantumato in favore di tante soggettività sino ad allora sussunte sotto lo spirito generale dello Stato fascista; l’organismo totalitario si è disgregato lasciando sussistere le sue parti costitutive. Detto altrimenti, il “noi” dello Stato etico si è diviso in tante coscienze singole. Ma ciò non conduce al facile sbocco dissolutivo. Infatti, come già avvertiva Pavone in quel 1994, anno di riedizione dell’opera capitale di alcuni anni prima, la posta in gioco all’indomani dell’8 settembre era «il senso stesso dell’Italia e della sua identità nazionale […] e la guerra di liberazione fu combattuta […] per concorrere a liberare l’Italia dalla prospettiva di un perpetuarsi del regime fascista»[18].

Lungo la tormentata storia della modernità, pertanto, l’Italia ha cercato quasi disperatamente di tenere il passo, di colmare le lacune, di raggiungere l’agognato traguardo del progresso[19], ma è rimasta una storia marginale, lo scarto italico tra il paese ideale e il paese reale[20], la contesa irrisolta delle polemiche retoriche e dei sogni dei polemisti.

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[12] Cfr. G. De Luna, Revisionismo e resistenza, in A. Del Boca (cur.), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, 2009, p. 319.

[13] Cfr, E. G. della Loggia, op. cit., p. 27.

[14] Cfr. E. Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Roma – Bari, 2009, p. 248: «l’Italia non era più una patria […]  era diventata una terra di nessuno».

[15] Cfr. S. Cassese, L’Italia: una società senza Stato?, Il Mulino, Bologna, 2011, p. 108.

[16] Ivi, p. 109.

[17] R. Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino, 1998, p. 7.

[18] Cfr. C. Pavone, op. cit., p. xvii.

[19] Cfr. E. G. della Loggia – A. Schiavone, Pensare l’Italia, Einaudi, Torino, 2011, p. 45 e sgg.

[20] Cfr. S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia, 2001, p. 476 e sgg.


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Scritto da
Alessandro Pizzo

Dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente occupato nel mondo della scuola. I suoi campi di ricerca vanno dalla razionalità delle enunciazioni normative alla filosofia della disabilità. È redattore di un proprio blog personale.

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