“Morti per disperazione e il futuro del capitalismo” di Anne Case e Angus Deaton
- 09 Agosto 2021

“Morti per disperazione e il futuro del capitalismo” di Anne Case e Angus Deaton

Recensione a: Anne Case e Angus Deaton, Morti per disperazione e il futuro del capitalismo, il Mulino, Bologna 2021, pp. 360, euro 28 (scheda libro)

Scritto da Giacomo Romanini

10 minuti di lettura

Dalla fine degli anni Novanta, una parte della popolazione statunitense muore più di prima, in netto contrasto con il trend discendente nella maggior parte degli altri Paesi industrializzati. Perché la mortalità di 43 milioni di bianchi di mezza età è aumentata negli ultimi 20 anni?

Case e Deaton

O meglio: in che misura l’aumento della mortalità dei bianchi è dovuta a suicidio, droghe e alcoolismo, le “morti per disperazione”? È questa la domanda che guida l’analisi di Morti per disperazione e il futuro del capitalismo di Anne Case e Angus Deaton (Princeton University Press 2019; in Italia il Mulino 2021), quest’ultimo premio “Nobel”[1] per l’economia nel 2015. La domanda, all’apparenza specifica, permette ai lettori del volume di conoscere gli Stati Uniti, liberati dallo storytelling uniforme del “sogno americano” che, a trent’anni dal crollo del muro di Berlino, continua a essere ammantato da una fitta coltre di retorica funzionale a perpetuare l’inganno di Thomas Jefferson.

Il libro si rivolge a un pubblico generalista: dati e numeri sono presentati in funzione di una storia, vengono sapientemente usati per guidare la lettura, non richiedono competenze analitiche avanzate. Alcuni passaggi causali presentati nel libro non sono ancora frutto di un consenso nella ricerca, ma è anche vero che le autrici[2] compiono un’operazione di divulgazione presentando in nota fonti e ricerche, fondamentali se si volesse completare il quadro presentato nel testo principale a fini di policy. L’etichetta “divulgazione” non è peraltro esatta: è sì vero che Case e Deaton raccolgono in diversi paragrafi i risultati ottenuti da altre ricercatrici o giornalisti, ma una parte rilevante dell’opera è costituita dalla raccolta e analisi dati fatta da Case e Deaton[3], i cui risultati vengono riassunti nel libro.

L’attenzione per il gruppo “bianchi di mezza età” non significa che le autrici non siano consapevoli della segregazione e del dolore subìti dalla comunità afroamericana, ispanica, nativa, o altre minoranze storicamente discriminate (per esempio, la questione del redlining) dalla componente wasp della popolazione. La mortalità dei neri rimane in termini assoluti più alta di quella dei bianchi, e parte della storia è quella che vede la comunità black maggiormente colpita dalla crisi del crack e dell’HIV negli anni Ottanta. Il capitolo 5 spiega ampiamente le motivazioni e i caveat da tenere in considerazione nell’effettuare questa scelta demografica. Case e Deaton si concentrano infatti sugli ultimi 20 anni, centro dell’anomalia presentata dal cambiamento nella mortalità dei bianchi.

Nello specifico, il cambiamento coinvolge quei bianchi che non hanno conseguito la laurea. Dai dati, sembra che chi non ottiene il bachelor’s degree[4] abbia una maggiore probabilità di morire per cause “di disperazione”, al netto di forme di endogeneità[5], marginalmente trattate nel libro. L’intero capitolo 4 è dedicato all’analisi del ruolo dell’istruzione, fulcro della retorica liberal e degli investimenti di alcune parti del Paese (le coste, in primis): la scuola premia i “migliori”, i quali otterranno “per merito” un lavoro “migliore”. L’assenza di successo sarebbe quindi causata da una scelta individuale, a prescindere dalle circostanze personali e sociali[6]. Le autrici criticano fortemente questa visione, ricordando quale sia l’origine del termine “meritocrazia”: coniato da Michael Young, ha un’accezione negativa, in quanto descrive il processo di perpetuazione delle condizioni di partenza. Un processo nuovo: il vantaggio di partenza non è più insito nel possesso del capitale fisico, à la Marx, ma del capitale intellettuale. Negli States, questo effetto distorsivo dell’istruzione è fondamentale, secondo le autrici, nel leggere la disperazione: non sono tutti i bianchi a soffrire, ma in special modo quelli non raggiungono un titolo universitario.

Case e Deaton proseguono la ricerca, cercando di definire cosa sia la disperazione, o meglio, il dolore: sia da un punto di vista teorico ed empirico. Mentre per quanto concerne la disperazione, le autrici utilizzano i dati sulle morti, una delle difficoltà metodologiche nel misurare il dolore è l’impossibilità per qualunque medico di quantificarlo, come le autrici discutono nel capitolo 6. Una strada per quantificare il dolore segue le scelte di consumo. Una diffusa presenza di dolore nella società statunitense porta infatti alla ricerca di un mezzo per alleviarlo: gli oppioidi. Tra essi vi sono: morfina, metadone, eroina, fentanyl. Dal 1999 al 2018, circa 450mila persone sono morte[7] per overdose legata a un qualche oppioide. In questo passaggio, Case e Deaton riassumono la storia dell’OxyContin, che ha occupato pagine di inchieste giornalistiche e giudiziarie. L’OxyContin è sostanzialmente eroina legalizzata, prodotta dalla Purdue Pharmaceutical, la cui commercializzazione ha ricevuto un importante sostegno politico a seguito di attività di lobbying. La sua diffusione è stata aiutata anche da aziende di consulenza come McKinsey, che ha recentemente pagato 573 milioni di dollari per aver “turbospinto” le vendite, nonostante gli effetti devastanti del farmaco fossero già conosciuti.

Nonostante i suoi consumatori la reperiscano anche illegalmente, l’OxyContin viene spesso prescritta regolarmente dai medici, i cui incentivi privati non sono necessariamente allineati con la salute dei pazienti. Nel capitolo 9, Case e Deaton si scagliano contro la sanità statunitense, la quale non solo fallisce nel curare, ma causa morti iatrogeniche, ossia cagionate dalla medicina. Una settore medico privato, ma erroneamente definito – e autodefinitosi – “free market”. Le autrici sottolineano come il profitto privato non equivalga affatto all’esistenza di mercati liberi, secondo la definizione economica: il capitalismo da manuale collide infatti con la presenza di rendite da monopolio, garantite in questo caso da regolamentazione pubblica, che ne tutela i profitti. Questo passaggio rappresenta il posizionamento ideologico di Case e Deaton: esplicitamente capitalisti, ma opposti alle distorsioni dei mercati, alle violazioni del primo teorema del welfare[8].

In particolare, è fortissima la critica alle aziende che detengono potere di mercato, sia limitatamente al settore farmaceutico, sia per quanto riguarda il processo trasversale di perdita di potere contrattuale dell’offerta di lavoro a favore monopoli e oligopoli. L’intero capitolo 15 è dedicato al potere di mercato e alle conseguenze che ne derivano, sia per i consumatori sia per i lavoratori. Siamo nella quarta parte del libro, alla ricerca del “perché il capitalismo ha tradito così tante persone”, contribuendo alla crescita del dolore. Nello specifico, nel capitolo 14 Case e Deaton cercano in alcune componenti del capitalismo attuale le correlazioni o cause dell’aumento della mortalità. La causa principale è identificata nella sanità statunitense, colpevole di costare troppo, premiare medici e aziende farmaceutiche con potere di lobbying, alle spese degli utenti. Un sistema supportato da una retorica di libero mercato che contraddice la teoria economica: la presenza di asimmetrie informative non eliminabili (come si fa a sapere chi è il miglior dentista, e se il prezzo corrisponde alla qualità?), fa crollare il mercato, come nel caso delle auto usate[9]. La seconda causa è la globalizzazione: nonostante i suoi effetti aggregati siano positivi, sono i lavoratori più istruiti a beneficiarne, mentre le persone meno istruite appartengono a settori produttivi che delocalizzano[10]. Alla globalizzazione sono strettamente legate alcune cause più specifiche, come l’allungamento delle catene del valore, l’automazione e infine il ruolo della Cina nel “rubare” lavoro agli statunitensi, mantra costante dei quattro anni di presidenza Trump, e oggetto di numerose ricerche accademiche[11].

Tornando indietro nella cronologia della narrazione, una delle sezioni più interessanti del libro, che è allo stesso tempo una delle meno approfondite dalle autrici, è quella dedicata alla ricerca dei trend di lungo periodo dell’aumento della disperazione. Nel capitolo 12 Case e Deaton riflettono infatti sul ruolo della religione e, in particolare, sul passaggio dall’appartenenza a una confessione, e ai suoi riti, a una ricerca spirituale individuale. Una maggiore aderenza della religione all’io, e non viceversa, si riflette anche politicamente, in una polarizzazione dei fedeli a seconda del credo politico. Nel passaggio da identità sociale a identità individuale, la religione smette quindi di svolgere il ruolo di aggregazione umana e di conforto morale: “La religione vacilla, gli oppioidi diventano l’oppio dei popoli”.

Di grande interesse è anche, in chiusura del capitolo 11, l’indagine che Case e Deaton conducono sulla crisi di quella classe mediana di “colletti blu” del Midwest il cui voto, fondamentale nelle ultime due elezioni presidenziali, è stato oggetto di molte analisi politiche condotte dal 2016 a oggi. Interessante l’invito alla cautela rispetto ai legittimi tentativi di empatizzare con gli operai bianchi: il rischio è quello di dimenticare che si sta parlando di bianchi, i quali hanno visto il loro privilegio sulla classe operaia nera diminuire nel tempo, e quindi hanno potenzialmente internalizzato come ingiustizia la giusta riduzione della loro posizione di potere.

Quale il futuro del capitalismo? Come già suggerito, la critica avanzata dalle autrici non mira a una ridiscussione del capitalismo tout court. Tuttavia, Case e Deaton non sono dell’avviso che tassare le rendite sia la soluzione: “il modo giusto di fermare i ladri è impedir loro di rubare, non aumentare le loro tasse”. Allo stesso modo bisogna fermare l’abuso degli oppioidi, non tassarne i profitti: correggere il processo, non i risultati. Pur rimanendo in seno a un impianto capitalista, la posizione e le proposte presentate nel capitolo finale sono ispirate a un indubbio radicalismo: Case e Deaton attaccano duramente il crony capitalism[12] e le sue peculiarità nel sistema statunitense, specialmente per quanto riguarda la sanità.

Il libro, interessante e ben argomentato, semplifica alcuni passaggi, data la natura divulgativa dell’opera. Risulta quindi importante sottolineare alcuni punti, in modo da portare all’attenzione di chi legge alcuni passaggi che meritano approfondimenti. Una prima criticità del volume riguarda il fatto che per le autrici la disuguaglianza non è un problema in sé, mentre si rinviene il vero problema nel processo di rent-seeking che porta alla disuguaglianza, quale freno della capacità di innovazione[13]. Tuttavia, si può scorgere in questo ragionamento una parziale contraddizione, in quanto la capacità di innovazione non è esogena, né innata, ma in larga parte endogena, come Case e Deaton confermano nella loro critica alla meritocrazia. Pertanto, risulta difficile slegare lo studio della disuguaglianza dalla prospettive storica e dalle forme di path dependence che contraddistinguono la genesi e lo sviluppo delle disuguaglianze socioeconomiche.

La seconda critica generale riguarda invece il ruolo marginale che la mobilità della popolazione e l’urbanistica hanno nel libro, fattori cruciali quando si considerano diversi problemi legati all’istruzione e all’interazione umana negli States. Come pensare di risolvere il gap nell’educazione, se le scuole rimangono finanziate in base alla tassa sull’abitazione? Come pensare di ottenere un tessuto sociale coeso se è impossibile vedere fisicamente altre persone, separati da chilometri di cemento e parcheggi?

Occorre infine notare che Christopher J. Ruhm[14] ha invitato a trattare questo libro per quello che è, ossia una necessaria e importante opera di divulgazione, ma non un manuale da cui trarre conclusioni. Attenzione, quindi a giornalisti frettolosi in cerca di una tesi preconfezionata da copiare e incollare. Oltre a sollevare alcune critiche metodologiche sui dati sanitari, Ruhm mette in dubbio una delle tesi fondanti del libro: l’aumento della disperazione. Secondo Ruhm, l’aumento della mortalità è unicamente causato dall’OxyContin, approvato nel 1996; senza OxyContin, difficilmente si sarebbe verificato un aumento così drastico della mortalità. Ruhm critica conseguentemente l’attacco di Case e Deaton al sistema, mentre propone un intervento più mirato. Con quest’ultima analisi si può concordare o dissentire: la domanda che solleva è però legittima e merita una risposta più dettagliata, che peraltro in parte è stata fornita da Case e Deaton.

Concludendo, perché lettrici e lettori italiani dovrebbero affrontare l’ennesimo libro sugli Stati Uniti? Il merito di questo libro è sicuramente quello di obbligare chi legge a uno sforzo di comprensione. Impone una riflessione critica, stimolando la riflessione e il riconoscimento delle peculiarità e delle contraddizioni di un Paese di cui importiamo merci, servizi e soprattutto modelli culturali. Allo stesso tempo, le autrici sono molto trasparenti nel citare le fonti su cui hanno lavorato e nel presentare i limiti del loro punto di vista di accademici che vivono sulla costa orientale degli Stati Uniti, e che dunque non sono necessariamente in grado di cogliere ogni dinamica dei temi da loro affrontati. Questo raro esempio di onestà intellettuale è quasi condizione sufficiente per leggere con piacere un volume quanto mai lontano dall’abituale storytelling sugli USA.


[1] Le virgolette sono necessarie in quanto il premio in ambito economico è in realtà istituito dalla banca centrale svedese “in memoria di Alfred Nobel”.

[2] Come da prassi accademica in economia, si predilige il termine femminile. La questione semantica riflette un nodo sostanziale: sul grave problema del gender gap in economia, si rimanda a una serie di documenti e iniziative promosse dall’AEA, tra cui: Chris Fleisher e Diana Schoder, “The gender gap in economics. Swarthmore’s Amanda Bayer discusses sexism in the profession and what to do about it”.

[3] Si vedano i due working paper: Case and Deaton (2015) “Rising Morbidity and Mortality in Midlife among White Non-Hispanic Americans in the 21st Century”, Proceedings of the National Academy of Sciences, e Case and Deaton (2017) “Mortality and Morbidity in the 21st Century”, Brookings Papers on Economic Activity.

[4] Negli USA, B.A. indica il titolo conseguito dopo 4 anni di studi. È improprio identificarlo con la triennale, per due motivi. Primo, i corsi del quarto anno possono essere accomunabili al livello che in Italia si trova nei corsi di magistrale. Secondo, perché dopo il B.A. non esiste una specialistica come la intendiamo in Italia. La maggior parte degli studenti entra nel mondo del lavoro, mentre una minoranza continua gli studi con Master (solitamente molto specializzati), o dottorati.

[5] In statistica, l’endogeneità indica una condizione di una variabile indipendente tale per cui non sia possibile distinguere tra correlazione e causalità. Per esempio, se si vuole capire cosa causa le vendite di gelati (prezzi, posizione del chiosco, numero di gusti, eccetera), si trova una relazione positiva con il numero di scottature di meduse. Tuttavia, le meduse soffrono di endogeneità: sono fortemente correlate con la variabile (omessa) “temperatura”, la quale causa le vendite di gelati. Ci sono diverse sottocategorie dell’endogeneità, tra le quali il selection bias.

[6] Per una discussione sul concetto di uguaglianza di esiti e uguaglianza di opportunità, si veda: Lorenzo Cattani, “Uguaglianza di opportunità e meritocrazia: note su due concetti ambigui”, pandorarivista.it. È opportuno ricordare come nella definizione di uguaglianza di opportunità, la definizione di “elementi controllabili dagli individui” implicitamente assume che le preferenze degli individui siano espresse da parametri esogeni. Una visione alternativa è fornita nel quadro delle preferenze endogene: si veda, tra gli altri, Bowles (1998) “Endogenous Preferences: The Cultural Consequences of Markets and Other Economic Institutions”, Journal of Economic Literature.

[7] Dati CDC.

[8] Il primo teorema del welfare è uno dei fondamenti dell’economia walrasiana. Storicamente, è stato utilizzato per giustificare “l’efficienza” dei mercati. Il teorema dice che, date alcune condizioni, un’economia decentrata raggiunge lo stesso risultato (ottimo paretiano) che otterrebbe un pianificatore centrale. Tra le condizioni che permettono di dimostrare il teorema ci sono la perfetta competizione e l’assenza di esternalità. L’utilizzo retorico e politico del teorema (la mano invisibile di Smith), si scontra contro la realtà economica, permeata da monopoli, peer effect, e altre violazioni delle assunzioni del teorema. Il teorema viene utilizzato in ricerca quando sia appropriato farlo, seguendo il famoso “All models are wrong, but some are useful” attribuito a George Box. I dettagli tecnici sono consultabili, tra gli altri, in Kreps (2013) “Microeconomic Foundations I – Choice and Competitive Markets”, Princeton University Press.

[9] Akelorf (1970) “The market for “lemons”: Quality uncertainty and the market mechanism”, The Quarterly Journal of Economics.

[10] Per approfondire, si consiglia la lettura di Ravallion (2018) “Inequality and Globalization: A Review Essay”, Journal of Economic Literature.

[11] Per esempio, Caliendo, Dvorkin, Parro (2019) “Trade and Labor Market Dynamics: General Equilibrium Analysis of the China Trade Shock”, Econometrica.

[12] Per crony capitalism si intende il capitalismo che viola le assunzioni del Primo Teorema del Welfare (vedi nota 8). In ambito giornalistico il capitalismo cronico si riferisce alla presenza di oligopoli o monopoli, collusioni, o altre forme di rent-seeking che violano la perfetta concorrenza. Liberisti ortodossi sono generalmente posizionati in antitesi rispetto ai rent-seeker, rifacendosi alla teoria economica, mentre una parte della dottrina critica il concetto stesso di crony, osservando l’impossibilità di un capitalismo in assenza di potere di mercato.

[13] Al riguardo si può consultare una recente intervista rilasciatami dalla prof. Lisa Cook.

[14] Ruhm (2021) “Living and Dying in America: An Essay on Deaths of Despair and the Future of Capitalism”, NBER working paper.

Scritto da
Giacomo Romanini

PhD in economics alla Michigan State University, è Banca d’Italia fellow. Corrispondente USA (2016-2020) e redattore esteri per The Bottom Up magazine.

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