Narciso e Boccadoro. Gioventù e sistema politico

Le caratteristiche del sistema politico-istituzionale italiano differiscono completamente da quelle di un sistema politico-istituzionale che abbia una delle sue due gambe saldamente piantata a sinistra. Questo ha conseguenze in particolar modo per quanto riguarda l’accesso, per i giovani, al sistema delle decisioni (si badi bene che, nel riferirci ai giovani, alludiamo qui ai giovani, e non ai quarantenni).

Questo articolo è dunque improntato innanzitutto alla provvisoria ma, crediamo, relativamente esaustiva definizione delle differenze tra una organizzazione del sistema politico nella quale la filosofia di Marx e Gramsci trovi ospitalità e una organizzazione del sistema politico ad essa opposta e pertanto simile al sistema italiano attuale.

La filosofia di Marx e Gramsci, per quello che qui interessa, ritiene che il Capitale sia un forte potere di condizionamento – una forza oggettiva – che le classi dirigenti economiche hanno nelle società a capitalismo avanzato rispetto al ceto proletario, vale a dire, grosso modo, quel ceto costituito da chi ha bisogno di lavorare per vivere; quella filosofia fa poi discendere da questa convinzione conseguenze sul piano organizzativo e dunque pragmatico estremamente precise. Veniamo, ora, alle caratteristiche del sistema italiano.

  1. Non esiste, nel sistema italiano, alcuna organizzazione politica che abbia un serio dibattito interno. Il dibattito viene prevalentemente svolto sui giornali.
  2. Non esiste, in Italia, alcuna organizzazione politica che sia fondata su valori di sinistra e che abbia una cultura politica di governo, la quale abbia anche un serio elemento di centralismo democratico. Le elezioni per le cariche elettive nell’unico partito italiano che abbia cultura politica di governo e fondamenta valoriali a sinistra sono infatti aperte a primarie non disciplinate e non subordinate, nella loro applicabilità a casi singoli, a valutazioni di opportunità politica a monte.
  3. Non esiste, in Italia, alcuna organizzazione politica che abbia un serio elemento di burocratismo nella composizione sociologica del ceto politico. La composizione sociale del ceto dirigente è in gran parte debitrice alle libere professioni e a esponenti delle amministrazioni locali.
  4. Non esiste, in Italia, alcuna organizzazione che sia fondata su valori di sinistra e abbia cultura di governo che si configuri come un’agenzia permanente di cultura politica. Le pratiche politiche interne all’unico partito che abbia quelle due caratteristiche sono orientate invece alla competizione per le cariche elettive e all’amministrazione del potere locale e centrale.

Si delineino ora alcune delle principali conseguenze sul piano sociologico-politico delle quattro tesi ora enunciate, relativamente al problema della partecipazione dei giovani alla vita pubblica.

  1. L’assenza di dibattito interno comporta la difficoltà di emergere per un giovane per due motivi, e cioè dapprima perché il sistema dei giornali, cui è demandato il dibattito, non si comporta affatto come un talent scout collettivo, ma è portato piuttosto a porre sotto i riflettori le opinioni di personaggi che abbiano già acquisito notorietà, e si dà il caso che la notorietà sia scarsamente associata alla gioventù. Inoltre, come secondo elemento, si deve riconoscere che il dibattito sui giornali non comporta pressoché nessun elemento di formazione per chi lo porta avanti, a differenza di un dibattito interno; ecco perciò che il dibattito giornalistico non comporta un miglioramento delle competenze politiche dei più giovani, miglioramento che è nei fatti uno degli obiettivi della lotta politica da parte delle giovani generazioni, percepito come tale innanzitutto da queste ultime.
  2. L’assenza di centralismo democratico comporta la sostanziale assenza di strutture meritocratiche di selezione della classe dirigente. In particolare, il sistema, adottato da diversi partiti, di primarie indisciplinate, oltre a determinare conseguenze sull’eterodirezione del partito che le indice, determina ancora una volta un’associazione tra notorietà e premi politici, e tutto quello che associa la notorietà alla praticabilità di soluzioni politiche va ovviamente costitutivamente contro l’emergere dei giovani, per le ragioni sottolineate prima.
  3. La mancanza di burocratismo politico comporta l’appiattimento delle pratiche politiche sulle pratiche amministrative. Questo comporta una disaffezione del mondo giovanile nei confronti di quelle pratiche politiche stesse, perché il mondo giovanile tende a percepire l’impegno come un forte slancio ideale e percepisce scarsamente l’interesse intrinseco alla complessità politico-amministrativa.
  4. La mancanza di agenzie che presiedano fondamentalmente alla diffusione di una cultura politica determina l’impreparazione politica del mondo giovanile e il suo scarso appassionarsi alle pratiche politiche proprio in quanto esso percepisce benissimo la propria impreparazione come un ostacolo insormontabile ad espletarle.

Il problema che poniamo, a questo punto, è il paradosso costituito da un sistema politico, propugnato da molti, che avesse caratteristiche “post-ideologiche”, e cioè che si riducesse a un coacervo di oligarchie non organizzate attorno a culture politiche, o per meglio dire a filosofie, ma esclusivamente attorno a concrete soluzioni organizzative disancorate da un’analisi generale della società.

Risulta infatti evidente dai punti (1-4), e dalle loro successive declinazioni rispetto al tema sociologico dei giovani, che già ora nessun partito in Italia svolge le funzioni che la filosofia di Marx e Gramsci assegna a un partito politico, relativamente al tema dei giovani, giacché si deve intendere che la filosofia di Marx e Gramsci non sia in sé una filosofia anti-giovanile. Eppure sostenitori, più o meno consapevoli, della filosofia di Marx e Gramsci, abitano nei fatti vari partiti italiani, nonostante nessuno tra i principali partiti sostenga esplicitamente quella filosofia, e solo quella filosofia.

Un sistema politico con caratteristiche post-ideologiche, allora, sarebbe retto da una filosofia secondo la quale la filosofia stessa in quanto tale non è appunto un elemento centrale nella determinazione dell’organizzazione politica, poiché persone aderenti a diverse filosofie potrebbero abitare in una determinata casa politica senza che questo comporti difficoltà organizzative particolari. La filosofia del partito post-ideologico, quindi, è una filosofia secondo la quale non conta di quale filosofia sei, poiché per aderire a un partito è sufficiente aderire a una determinata organizzazione indipendentemente da quale sia la tua filosofia.

Ma questa è proprio la ragione per cui la filosofia del partito post-ideologico è fondamentalmente una filosofia di destra. Essa, infatti, prevede una dissociazione tra intellettualità e organizzazione politica, una dissociazione che comporta anche una dissociazione tra proletariato e organizzazione politica, poiché si dà il caso che il ceto proletario vada alla ricerca dell’autorevolezza e diffidi invece del potere, e l’autorevolezza – quando non emani direttamente dal potere in quanto potere di minaccia – è proprio da rinvenirsi nell’elemento politico dell’intellettualità.

In sintesi traiamo alcuni elementi conclusivi. La filosofia politica che regge l’intero sistema politico italiano comporta quasi necessariamente un’identificazione tra la notorietà e l’attività politica, un’associazione che ha vari profili di incompatibilità sia con le prassi politiche di sinistra sia in particolare con l’adesione dei giovani al processo di formulazione delle decisioni.

In particolare la filosofia di chi inclina verso un sistema politico post-ideologico è una filosofia secondo la quale non esiste la filosofia, e cioè non esiste la capacità della filosofia di influire sulla realtà attraverso le forme dell’organizzazione umana. Questo tipo di filosofia è una determinata, accettabile, filosofia politica. Orientata a destra. Tale opzione, pertanto, è anche in sostanziale contrasto con i risultati dello storicismo, il quale segna la principale risultante del contributo culturale specificamente italiano alla filosofia internazionale: quel modello nega infatti la presenza di una pluralità di filosofie in radicale conflitto tra di loro per la determinazione del bene pubblico, filosofie che si realizzano nella società attraverso una pluralità di organizzazioni in contrasto filosofico e politico fra di loro per la determinazione del sistema delle decisioni e per la formazione della classe dirigente politica.

La determinazione del contributo dei giovani alla vita pubblica è un problema complesso, e va inteso attraverso una previa concettualizzazione delle età della vita in quanto età che hanno caratteristiche specifiche e non riducibili l’una all’altra. Il problema della formazione della personalità pubblica è allora un determinato problema filosofico che merita di essere affrontato persino dai fautori talvolta alquanto sempliciotti del giovanilismo. La gioventù è infatti età di ambizioni e illusioni, proficue quanto dolorose, è una stagione fatta di incontri, e in particolare di strade che si allontaneranno molto e che si ritroveranno più vicine soltanto dopo un lungo viaggio.

Come nel romanzo di Hesse, Narciso si innamora della propria stessa severa immagine, e Boccadoro, innamorato della caducità del reale, si invaghisce invece del perdersi nella propria stessa esperienza. Essi, uniti in un archetipo infinito dell’amicizia, si ritroveranno un giorno soltanto nella vita pubblica e grazie alla magia della vita pubblica, e ritroveranno la loro una volta giovanile amicizia mutata in una forma politica, in una forma di un vivere solidale e associato. Ma ciò sarà solo, in qualche modo, perché per loro fu predisposto, da qualcuno, un percorso.


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Nato a Nocera Inferiore nel 1984. Dottore di ricerca in storia delle idee presso la Scuola Normale Superiore. Studia storia e filosofia e si prepara a insegnarle nei licei. Si interessa di politica e di scienza politica. Suona il basso elettrico e il contrabbasso.

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