La National Defense Strategy Commission (NDSC) e la crisi della sicurezza nazionale

NDSC

Gli Stati Uniti «potrebbero avere difficoltà a vincere, o potrebbero addirittura perdere, una guerra con Cina e Russia», ha concluso il rapporto commissionato dall’House and Senate Armed Services Committees, rilasciato il 13 novembre scorso. Il documento, di circa novantotto pagine, è stato redatto da una speciale commissione bipartisan stabilita attraverso il National Defense Authorization Act del 2017 dal Congresso, per esaminare più nello specifico gli assunti e gli obiettivi strategici previsti dalla National Defense Strategy del gennaio 2018.

Il tema centrale del report, sottoscritto da esperti della Difesa oltre che di intelligence[1], è la crescente apprensione per la presunta crisi della ‘sicurezza nazionale’: «[…] il popolo americano e i suoi rappresentanti devono comprendere che la superiorità militare degli Stati Uniti non è assicurata, che gli eventi globali in corso sono minacciosi e sfavorevoli e che la nazione ha raggiunto un momento decisivo riguardo la sua capacità di difendere i suoi interessi nazionali e preservare un mondo in cui gli Stati Uniti e le nazioni alleate possano prosperare»[2].

Il documento individua una serie di fattori strategici (relativi al contesto internazionale) e strutturali (domestici) con i primi che avrebbero, nel corso degli ultimi decenni, indebolito criticamente la postura globale degli Stati Uniti mentre i secondi, se non arginati, potrebbero condurre ad un rapido declino militare del Paese con ripercussioni gravi sulla tenuta della sicurezza nazionale. Con riferimento all’arena internazionale, la commissione ha mantenuto gli assunti già delineati con la National Security Strategy dello scorso gennaio: il duplice spettro minaccioso di una Russia revanscista e di una Cina in ascesa, che si presentano come la minaccia geopolitica «più grave [posta] da qualsiasi avversario sin dalla fine della Guerra Fredda», inserite in una rinnovata competizione tra grandi potenze.

In aggiunta a questo pericoloso binomio il documento delinea potenziali sfidanti regionali «aggressivi», come il regime nordcoreano di Kim Jong-un e l’Iran, che potrebbero agire in qualità di «proxies» strategici in grado di destabilizzare gli alleati regionali americani. Tra questi due livelli interstatali si inseriscono fenomeni più trasversali, asimmetrici ed ugualmente pericolosi, quali la proliferazione di armi nucleari e batteriologiche, la pervasività della dimensione cybernetica dei conflitti e naturalmente possibili colpi di coda del terrorismo islamico. In questo contesto di competizione e sfide alla sicurezza americana, in cui avversari e competitors sembrano moltiplicarsi su più dimensioni, la commissione ha individuato due aggravanti: un disinvestimento massiccio nella spesa militare e negli investimenti in campo tecnologico – con un riguardo particolare agli effetti del Budget Control Act (BCA) varato nel 2011 – e lo scollamento della leadership civile (in particolare dell’Ufficio della Segreteria della Difesa) nella gestione e coordinamento degli affari militari in un contesto di sane e proficue relazioni tra civili e militari tra i corridoi del Pentagono e della Casa Bianca.

Tali criticità sono stati due temi che hanno sostanziato il dibattito sulla strategia di sicurezza sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che, calati in un contesto di relativa erosione dell’egemonia americana a livello globale e di polarizzazione partitica, possono essere considerati segnali evidenti dell’attuale crisi. L’attenzione alla promiscuità e all’interazione tra interessi (security interests) e valori (core values) è cardinale se si vuole comprenderne la portata. Infatti, la commistione di ideologia e geopolitica ha giocato sin dagli albori della repubblica un ruolo chiave nella definizione degli interessi di sicurezza oltreoceano del Paese: la storia delle relazioni internazionali degli Stati Uniti ne è un fulgido esempio[3]. Ciò nonostante è lecito ai fini di questa prima parte dare per scontati i secondi e concentrarsi maggiormente su ciò che un presunto indebolimento militare potrebbe avere nell’orientare le scelte di politica estera future.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Una crescente apprensione per la sicurezza nazionale

Pagina 2: L’erosione del vantaggio militare americano

Pagina 3: Una revisione della recente politica militare degli Stati Uniti?


[1] L’elenco delle personalità scelte dal Congresso per comporre il gruppo di studio, che sottoporrà le sue valutazioni e raccomandazioni al Segretario della Difesa e ai comitati prescelti alla Camera e al Senato, è disponibile qui https://www.usip.org/press/2018/11/national-defense-strategy-commission-releases-its-review-2018-national-defense

[2] “Providing for the Common Defense: The Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, cit. p. 2, https://fas.org/man/eprint/common.pdf

[3] Vedi Melvyn Leffler, ‘National Security’, in Explaining the History of American Foreign Relations, Cambridge University Press, New York, 2017 [1992], pp. 25-41.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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