La National Defense Strategy Commission (NDSC) e la crisi della sicurezza nazionale
- 11 Gennaio 2019

La National Defense Strategy Commission (NDSC) e la crisi della sicurezza nazionale

Scritto da Alberto Prina Cerai

9 minuti di lettura

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L’erosione del vantaggio militare americano

Come la maggior parte dei rapporti governativi, anche questo documento dedica nell’introduzione al primo capitolo una breve ma significativa digressione storica. Ripercorrendo alcune tappe del ruolo internazionale degli Stati Uniti – promozione del libero mercato, della democrazia e dei diritti umani per plasmare il mondo rendendolo sicuro e prospero per la sicurezza americana – il rapporto non manca di evidenziare come la politica estera americana dal 1945 sia stata architettata da un sentore condiviso, bipartisan e per questo degno di essere definito veramente «american», spoglio delle faziosità partitiche, «volto a creare un mondo ospitale per gli interessi e i valori americani»[4]. Di come le alleanze e le partnership, amalgamatesi in un complesso ed efficiente sistema multilaterale, abbiano agito come moltiplicatori dell’influenza egemonica statunitense, istituzionalizzando la cooperazione tra America e «like-minded nations», permesso di condividere costi e responsabilità nel mantenimento del sistema (l’ordine internazionale liberale) e così rafforzato il peculiare vantaggio geopolitico del Paese su ogni potenziale rivale[5]. Ovviamente, questo meccanismo a volte si è inceppato, creando cortocircuiti interni che hanno fatto prevalere a volte una sopita unilateralità del potere americano (con il ricorso all’uso della forza laddove il sistema era ritenuto un freno nella difesa degli interessi di sicurezza), oppure intimato l’utilizzo di strumenti di soft power più in linea con i tempi e compatibili con evidenti limiti di un’egemonia, quella americana, in declino relativo ed incompatibile con pericolose sovra-estensioni. L’approccio di George W. Bush e di Barack Obama sono stati, in questo senso, esemplificativi.

Soft power e multilateralismo continuano a essere (seppur con le incertezze e le discontinuità della presidenza di Donald Trump) due dei tre pilasti della Grand Strategy americana, che per settant’anni ha beneficiato di una supremazia militare pressoché assoluta[6]. Una preponderanza che ha concesso, nel bene o nel male, un certo margine di rischio per classificare le priorità e costruire vere e proprie griglie di interesse nazionale, soppesando costi e opportunità dell’impegno globale americano; altre volte quest’onnipotenza si è rivelata una prigione, come se il privilegio di essere «the lonely superpower» avesse fatto sprofondare il Paese in errori strategici grossolani per mezzo della sua stessa, presunta, invincibilità e del suo obbligo morale a sorvegliare il mondo.

Proprio per questo, secondo gli analisti coinvolti nella commissione, il potere militare degli Stati Uniti e la sua credibilità (in termini di impiego operativo e di sostenibilità) rappresenta uno strumento di stabilizzazione e di deterrenza che, bilanciato e contenuto all’interno di una strategia compatibile con i valori e le istituzioni democratiche del Paese, ha contribuito ad assicurare una pace internazionale relativamente duratura. Tuttavia, oggi, come ammonisce il report: «[…] l’erosione del vantaggio militare americano sta indebolendo le norme e i principi per i quali l’America ha tradizionalmente preso posizione», la cui incapacità degli Stati Uniti di onorare impegni diplomatici e militari a livello globale potrebbe minare la «credibilità delle alleanze – fondamenta della stabilità geopolitica in regioni chiave»[7]. Si tratta di un’evidente inversione degli addendi rispetto alla vulgata tradizionale, per cui fu lo sfacciato unilateralismo militare neocons a erodere potere e prestigio degli Stati Uniti.

Lasciando parlare i dati contenuti nel rapporto, in seguito ad una politica di bilancio conservativa, in ossequio al contenimento dell’instabilità fiscale federale[8], le spese destinate al Pentagono sono crollate dai 794 milioni di dollari del 2010 ai 586 milioni del 2015 (FY). In termini percentuali si tratta della «più veloce riduzione di spesa dagli anni immediatamente successivi alla guerra di Corea», mentre a livello di prontezza e di modernizzazione le forze armate hanno raggiunto livelli di deficit simile a quelli registrati nell’immediato dopoguerra[9]. Nelle stime del NDSC, se tale trend dovesse proseguire anche negli ultimi due anni previsti dal Budget Control Act il Dipartimento della Difesa si troverebbe nella situazione infelice di poter «affrontare soltanto un potenziale conflitto», senza avere le capacità di prevenire eventuali aggressioni da parte di altri avversari, o di affrontare minacce ibride o crisi asimmetriche simultaneamente. In conclusione, ipotizzando indicativamente una «crescita annuale tra il 3 e il 5% della spesa militare» per auspicare un livello di investimenti in grado di fronteggiare una moltitudine di minacce, la NDSC raccomanda al Congresso di accrescere significativamente i fondi previsti per la Difesa. Senza una tale presa di posizione sulla pianificazione strategica nel lungo termine, avverte il report – con toni che richiamano alla mente le parole pronunciate da Truman dinanzi al Congresso nel 1952 – gli Stati Uniti «[…] may find itself confronted with agonizing choices: abandoning commitments in other theaters to focus on one, mobilizing American society to a degree not currently envisioned in order to meet simultaneous threats, or relying on high-risk strategies including nuclear escalation to avoid conventional defeat»[10].

In breve, si rischierebbe di ridurre drasticamente il ventaglio di opzioni a disposizione dell’amministrazione, accogliere una stabilità nel breve termine, ma accettando il rischio di dispendiosi coinvolgimenti futuri. Infatti, la mancanza di hard-power sufficiente a sostenere una politica estera proattiva o rassicurante nei confronti degli alleati indurrebbe a rinchiudersi, anacronisticamente, nella ‘Fortress America’ o a perseguire una strategia di mero balancing off-shore in mancanza di strumenti alternativi: due facce di uno stesso isolazionismo che acquisirebbe, al di là delle vacue promesse elettorali di Donald Trump, una concretezza pericolosa ai fini della stabilità mondiale. Ciò è particolarmente evidente alla luce dei recenti sviluppi tecnologici, alla rinnovata rivalità geopolitica interstatale e ad una rinata competizione militare. L’equilibrio del terrore e la deterrenza, pilastri della strategia di difesa americana (anche l’ultima National Defense Strategy precisa che l’obiettivo ultimo del Dipartimento della Difesa rimane «prevenire il conflitto e proteggere la sicurezza della […] nazione») e della sicurezza internazionale sembrano essere meno resilienti, specialmente in un mondo che si approssima a diventare sempre più multipolare[11].

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[4] Ibidem., cit. p. 5.

[5] John Ikenberry, Liberal Leviathan. The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order, Princeton, Princeton University Press, 2011; Corrado Stefanachi, America Invulnerabile e Insicura. La Politica Estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica, Milano, Vita&Pensiero, 2017.

[6] Si veda Hal Brands, America Grand Strategy in the Age of Trump, Brookings Institution Press, Washington D.C., 2018, pp. 127-183.

[7] ‘Providing for the Common Defense’, cit. p. 13.

[8] Secondo le ultime previsioni il debito pubblico americano entro la fine del prossimo decennio sfiorerà il 100% del prodotto interno lordo, una forbice che con il Budget Control Act del 2011 l’amministrazione Obama si era decisa a limitare, prevedendo tagli alla spesa militare nel lungo termine fino al 2021. Una scelta che, nella visione della NDSC, punisce la pianificazione strategica del Pentagono, si veda e NDSC, “Providing for the Common Defense”, Cap. V, pp. 49-50.

[9] Ibidem., pp. 10-11.

[10] Ibidem., cit. p. 52. In questo caso ho preferito evitare la traduzione per rendere con maggiore enfasi l’analogia con quanto affermato da Truman il 6 marzo 1952 in merito al passaggio del Mutual Security Program. Vale la pena riprodurre quel passaggio: «The policy of retreat would deprive us of armed forces which, if called upon to fight for the defense of their own countries, would at the same time be fighting for the defense of ours. It would deprive us of essential raw materials. It would impose upon us a much higher level of mobilization than we have today. It would require a stringent and comprehensive system of allocation and rationing in order to husband our smaller resources. It would require us to become a garrison state, and to impose upon ourselves a system of centralized regimentation unlike anything we have ever known», Harry S. Truman, “Special Message to the Congress on the Mutual Security Program”.

[11] Andrew F. Krepinevich Jr., ‘The Eroding Balance of Terror: The Decline of Deterrence’, «Foreign Affairs», https://www.foreignaffairs.com/articles/2018-12-11/eroding-balance-terror


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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