La National Defense Strategy Commission (NDSC) e la crisi della sicurezza nazionale
- 11 Gennaio 2019

La National Defense Strategy Commission (NDSC) e la crisi della sicurezza nazionale

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Una revisione della recente politica militare degli Stati Uniti?

Le campagne militari dell’ultimo decennio, specialmente in Iraq e Afghanistan, inquadrate nella strategia di politica estera vigente dalla fine della Guerra Fredda, oltre al focus dottrinale e operativo sulle strategie counterterrorism avrebbero, secondo alcuni studiosi, sottratto tempo e risorse ad unico vantaggio di Cina e Russia che ne avrebbero approfittato per erodere la supremazia militare americana in termini qualitativi e quantitativi, oltre a minare la stessa reputazione benevola dell’egemonia americana[12]. Tuttavia, il mantenimento di un perfetto bilanciamento tra armamenti convenzionali e nucleari e accrescere la modernizzazione dell’arsenale, secondo il rapporto, garantirebbero alla triade strategica americana di rapportarsi efficacemente con gli arsenali cinesi e russi. Da qui l’enfasi sulla necessità che il Congresso cessi di «considerare i tagli alla Difesa come una soluzione ai problemi fiscali della nazione», ma come aveva correttamente osservato Samuel Huntington, una politica militare non può non tenere conto della tenuta fiscale federale, né tanto meno degli interessi particolari a cui l’arena politica domestica dà voce: fattori strategici e fattori strutturali sono inestricabilmente connessi, così come l’immagine e gli interessi che l’America (intesa come mutuo accordo tra élite e elettorato) detiene nel mondo[13].

In conclusione, questo rapporto sembra prescrivere all’amministrazione Trump – e verosimilmente, con uno sguardo di più ampio respiro, alle future – una revisione della politica militare degli Stati Uniti, specialmente in un’ottica di cruda realpolitik. Le esigenze di una nuova corsa agli armamenti forse sono dettate da un percepito spostamento dell’ago della bilancia, in quello che sembra strutturarsi come un mondo multipolare. Ciò nonostante è difficile comprendere verso quale obiettivo questo rapporto voglia persuadere la national security community e come possa assicurarsi un capitale politico per la sua implementazione. Seppur rappresenti una linea guida come le precedenti, la National Security Strategy dello scorso gennaio ha chiaramente riproposto un tema caro a Washington: il mantenimento di un pluralismo di potere in Eurasia[14]. Da Alford Mackinder, passando per l’ammiraglio Mahan fino a Nicholas Spykman, il vero mantra geopolitico americano ha fino ad ora inculcato l’idea che soltanto un equilibrio di potenza nell’Emisfero Orientale avrebbe garantito sicurezza materiale e dunque la sopravvivenza della democrazia americana. Questo messaggio ha fatto breccia nel popolo americano sottoforma di ideologie, messianismi e vere e proprie mobilitazioni dell’elettorato in favore dell’impegno globale degli Stati Uniti, facendo ricorso alla mitologia dell’eccezionalismo americano, del dovere morale a custodire i destini dell’ordine internazionale liberale. Oggi quest’immagine si è quantomeno opacizzata, senza contare la crisi stessa della comunità occidentale.

Nell’era dei sovranismi, dei populismi e della rivoluzione conservatrice di Donald Trump questa fiducia cieca nello strumento militare potrebbe, se non ben inquadrato in una griglia strategica e saldamente nelle mani del controllo civile, risultare una lama a doppio taglio tanto per la democrazia americana quanto per la stabilità internazionale[15]. L’impatto di tale crisi potrebbe essere largamente sovra-estimato. Nel prossimo contributo una breve digressione storica ci aiuterà a capire come la militarizzazione, se governata e subordinata a fini di politica estera, abbia già rappresentato una strategia per gli Stati Uniti per superare forse una delle più gravi crisi di sicurezza nazionale nella storia del Paese, oltre ad essere fortemente vincolata agli affari domestici del Paese.

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[12] Tra i principali detrattori della strategia americana dell’ultimo ventennio, John J. Mearsheimer, esponente della scuola realista delle relazioni internazionali, ritiene che nell’epoca unipolare gli Stati Uniti abbiano obbedito ad un impulso ideologico volto al ceco perseguimento di una «egemonia liberale» che ha condotto ai più recenti errori strategici, vedi Id., The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, New Haven, 2018.  La figura 2 all’interno del documento, che riprende i dati dalle analisi dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), Military Balance, del 2002, 2012 e 2018, è particolarmente esplicativa.

[13] Samuel P. Huntington, The Common Defense. Strategic Program in National Politics, New York; London, Columbia University Press, 1961, pp. 4-5.

[14] www.realcleardefense.com

[15]foreignpolicy.com/2018/12/03/americans-blind-faith-in-the-military-is-dangerous-civilian-oversight-deference-mcraven-trump/?


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Dopo le lauree all’Università di Torino e all’Università di Bologna, ha svolto un periodo di ricerca presso il King’s College di Londra. Ha completato in seguito un Corso Executive in Affari Strategici presso la LUISS School of Government, una PhD Summer School con Politecnico di Milano-EIT Raw Materials su materiali critici ed economia circolare ed un Master con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente svolge attività di consulenza e analisi, oltre a collaborare con Luiss University Press. Si interessa dell’intersezione tra materie prime, tecnologia, ambiente e geopolitica.

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