La NATO e la comunità transatlantica al bivio dei 70 anni

NATO

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Le origini della comunità atlantica

Ma quali fattori geopolitici indussero gli Stati Uniti ad assumersi l’onere della difesa europea? Concepita entro i contorni dell’irriducibile logica bipolare dei primi anni della Guerra Fredda, la NATO fu essenzialmente un’iniziativa americana per risolvere, in una sola mossa, due problematiche che rischiavano di affossare i progetti della Pax Americana. Da una parte, persisteva una naturale divergenza d’interessi tra le capitali europee, specialmente lungo l’asse, incrinato, franco-tedesco. I timori di Parigi di una rinnovata Germania, la cui centralità economica le consegnava le chiavi del progetto di ricostruzione europea, rischiavano di far saltare le negoziazioni multilaterali trainate dall’European Recovery Program; dall’altra, la mai sopita ambizione di Londra e Parigi di ergersi a «terza forza» tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Quando, il 17 marzo 1948, Ernest Bevin e Georges Bidault estesero a Belgio, Olanda e Lussemburgo l’invito a partecipare all’Unione Europea Occidentale, con tanto di comando militare unificato, gli Stati Uniti non poterono che mettere in gioco tutta la leva diplomatica a disposizione per plasmare, a propria immagine e seguendo gli imperativi di sicurezza nazionale, un’alleanza permanente che avrebbe aggiunto un vincolo di sicurezza alla reciprocità dei rapporti transatlantici[3]. Come riassunse nell’ormai celebre formula Lord Ismay, suo primo Segretario, il grand design della NATO divenne quello di «keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down»[4].

Il fattore contingente – lo spettro della minaccia comunista – fu sicuramente un collante di non poco conto, tanto dal punto di vista ideologico quanto per l’oggettiva superiorità convenzionale delle divisioni dell’Unione Sovietica lungo il confine orientale. È altresì dimostrato che non fu la possibilità – del tutto improbabile per le stime d’intelligence dell’epoca – di un’invasione militare su vasta scala a giocare il ruolo decisivo nella creazione della NATO[5]. Tuttavia, il colpo di stato di Praga e il blocco di Berlino contribuirono a fomentare queste paure, a coalizzare dietro la cortina di ferro la democrazia occidentale e a dare consistenza, con le parole di Henry Kissinger, «a una comunità di valori unica e speciale, e non semplicemente a una aggregazione di interessi nazionali»[6].

Dunque, il ricorso storico ci porta a riflettere su un dato di fatto: la NATO nacque come soluzione contingente per la difesa di una preesistente comunità di valori e di evidenti conflitti d’interesse, due facce che hanno continuato a caratterizzare le relazioni transatlantiche dal 1945 sino ad oggi[7]. E qui il collegamento si fa diretto con le parole di Stoltenberg che non a caso più volte nel suo discorso ha richiamato, non senza una buona dose di pragmatismo, la coesistenza e allo stesso tempo il conflitto tra valori (prosperità, democrazia e libertà) e interessi (mutatis mutandis, rispetto al contesto internazionale). In settant’anni la NATO ha «preservato la pace e salvaguardato la libertà», ha assicurato agli Stati Uniti «più amici e alleati di qualsiasi altra potenza», ha assistito alla «fine della Guerra Fredda senza sparare un singolo colpo». In seguito, «ha fermato le atrocità e le guerre nei Balcani», è rimasta «fedele agli Stati Uniti nel momento del bisogno» e «combattuto dall’Afghanistan fino al Medio Oriente» per sconfiggere il terrorismo. Tuttavia, «i successi del passato non sono garanzia per i successi del futuro», soprattutto in un momento in cui viene messa francamente in discussione «su entrambe le sponde dell’Atlantico la forza della nostra partnership». Le differenze sono evidenti, ma sono un «segno di forza» della «democrazia», nonostante le divergenze passate e attuali, «come sull’energia, il cambiamento climatico, il commercio e l’accordo sul nucleare iraniano». Disaccordi sui quali, prosegue Stoltenberg, è necessario trovare soluzione per fronteggiare «sfide senza precedenti», come lo spostamento del «baricentro del potere globale», il «terrorismo», «le minacce cibernetiche» e una «Russia più assertiva». Non stupisce che, a questo punto, il terrorismo e l’agency nucleare e convenzionale della Russia (la violazione del trattato INF e l’avventurismo oltreconfine in Georgia, Crimea e Ucraina) finiscono per monopolizzare la parte centrale del discorso del Segretario.

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[3] Questa visione è ben espressa da Geir Lundestad, The United States and Western Europe since 1945: from Empire by Invitation to Transatlantic Drift, Oxford, Oxford University Press, 2005, pp. 1-27.

[4] https://www.nato.int

[5] Philipp A. Karber, Jerald A. Combs, The United States, NATO, and the Soviet Threat to Western Europe: Military Estimates and Policy Options, 1945-1963, «Diplomatic History», Vol. 22, No. 3 (estate 1998), pp. 399-429.

[6] Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy? Towards a Diplomacy for the 21st Century, New York, Simon & Schuster, 2001, cit. p. 33.

[7] Si veda Barbara Zanchetta, Community of Values or Conflict of Interests? Transatlantic Relations in Perspective, «Journal of Transatlantic Studies», Vol. 8, No. 1 (marzo 2010), pp. 1-5.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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