Neo-mutualismo e piattaforme digitali. Intervista a Paolo Venturi
- 25 Gennaio 2021

Neo-mutualismo e piattaforme digitali. Intervista a Paolo Venturi

Scritto da Andrea Baldazzini

8 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.

Negli ultimi anni il concetto di mutualismo è al centro di rinnovati dibattiti in relazione ad una fase storica in cui le crisi economiche e le loro ricadute sociali hanno generato nuove fratture e nuovi bisogni. Questa riflessione si interseca con quella sugli effetti delle trasformazioni portate dalle tecnologie digitali. Approfondiamo questi concetti con Paolo Venturi, Direttore di AICCON – Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit – e di The FundRaising School.


Uno dei concetti su cui si sono focalizzate le sue ultime ricerche è quello di ‘neo-mutualismo’. Potrebbe approfondire il significato di questo termine? Quale ruolo può giocare l’elemento tecnologico e digitale nel favorire processi di aggregazione dei bisogni, di attivazione di risorse latenti presenti nella collettività o di riconfigurazione di modelli di collaborazione tra una pluralità di soggetti a livello locale secondo un principio mutualistico?

Paolo Venturi: Il mutualismo si è affermato nella storia a metà dell’Ottocento come fatto di rottura, come movimento di ‘utopisti’, promosso da operai, per rilanciare un diverso modo di generare valore e per valorizzare il ‘lavoro’ che in quell’epoca veniva definito giustamente da Marshall come ‘prodotto sprecato’. Ancor prima di Rochdale (1844) il cooperativismo era una tensione a promuovere un cambiamento attraverso un metodo, quello comunitario e una prospettiva: la felicità. La risoluzione approvata nel Terzo congresso cooperativo del 1832 diceva «La felicità è il vero obiettivo degli sforzi umani ed il vero e permanente miglioramento della società, deve essere fondato sulla felicità dei suoi appartenenti».

Il mutualismo, prima ancora della nascita della cooperazione, si è affermato come movimento economico antagonista rispetto al sistema dominante: un’economia nata dal basso, capace di socializzare bisogni e risorse. L’emersione di nuove forme di economia a base comunitaria in questa fase di emergenza ha, si può dire, le stesse radici dell’era ‘pre-Rochdale’. La rottura prodotta dal Coronavirus, ha amplificato le contraddizioni e le conseguenze di un modello di crescita basato su un’accelerazione estrattiva e ha tolto il velo ad una normalità che in molti non vogliono più ‘come prima’. Attraverso l’esperienza di un ‘male comune’ ci è apparso evidente cosa sia concretamente il ‘bene comune’ e come questo passi dalla convergenza e responsabilità ‘di tutti’. Abbiamo finalmente capito la positività e il valore abilitante della tecnologia, abbiamo compreso il valore di un welfare universalistico e quanto sia colpevole non scandalizzarsi di fronte a 120 miliardi all’anno di evasione fiscale, abbiamo capito che i modelli organizzativi gerarchici sono impraticabili di fronte alle sfide della modernità e infine ci è apparso chiaro che non si può essere felici da soli. Il neo-mutualismo si è manifestato con le sembianze di quella intelligenza collettiva che in molti territori si è attivata intenzionalmente, ridisegnando il lavoro, la cura e l’educazione.

Come nell’Ottocento, stanno emergendo nuove governance ed economie che fanno della condivisione e della rottura con il sistema dominante un fattore istituente e che ‘hackerano’ i modelli mainstream, ridisegnandoli su base democratica e territoriale. Sono economie nate dalla resistenza e dalla resilienza, che raccontano modelli non pensati per ‘la scala’ ma per condividere prospettive ‘di scopo’. Le esperienze che vediamo nascere sono ‘pezzi’ buoni per costruire il futuro e nascono dalla collaborazione fra Comuni e cooperazione (ad esempio le piattaforme per ridisegnare la domiciliarità e le consegne), fra fablab e ospedali, fra sviluppatori di app e volontariato (per organizzare la cura degli anziani), fra piattaforme di e-learning e lavoratori disoccupati, fra startup digitali e istituzioni culturali.

Di fronte alla domanda concreta posta da nuovi bisogni si è formata una risposta ‘terza’, profondamente cooperativa che mi ha fatto subito pensare ad una riemersione carsica di ‘mutualismo’ sotto sembianze in parte diverse dal passato. Molti si lamentano che il mutualismo si sia spento: dopo l’inizio della crisi pandemica, sarei tentato invece di vedere neo- mutualismo ovunque. Dentro questa trasformazione il fattore digitale è stato un innesco e un dispositivo decisivo, sia perché si è posto come luogo di nuovi e diversi scambi mutualistici, sia perché ha costruito nuove forme d’impatto sociale e di comunità.

 

La combinazione di una progressiva innovazione tecnologica, unita ad una crescente facilità di accesso al digitale, ha portato alla nascita anche di nuovi spazi e strutture informatiche, come le piattaforme. Sfortunatamente però alcune declinazioni di queste piattaforme, e in generale della sharing economy, si sono rivelate essere improntate a logiche estrattive. Da dove partire dunque per abilitare l’opzione tecnologica mettendo al centro i principi cooperativi ed evitando l’errore di innestare quest’ultimi all’interno di strutture tecnologiche già date?

Paolo Venturi: Occorre partire dal rapporto fra accesso e proprietà. C’è stata una ‘andata’ in cui la sharing economy ha di fatto sostituito l’accesso alla proprietà, oggi assistiamo ad un ‘ritorno’: la proprietà si sta riprendendo il suo spazio, con una spinta che viene dal lavoro e dalla comunità. Dalla proprietà all’accesso e viceversa. Le prime piattaforme digitali sono nate e si sono affermate dentro una domanda di senso, di socialità autentica. Cosa è successo in seguito è ben noto: le piattaforme sono diventate il dispositivo di un capitalismo che nello ‘scambio fra pari’ ha intravisto il modello di business più adeguato per scalare e accelerare il valore. Tutto ciò ha trasformato la natura e i fini della dimensione collaborativa, generando un mercato che nel nostro Paese tra dieci anni potrebbe valere fino a 25 miliardi. Sono economie che attivano spesso strumentalmente legami sociali (solitamente deboli) e processi di condivisione; la condivisione e i contatti sono alla base di scambi e metriche di cui il mercato finanziario è assetato.

Questo ha generato un paradosso: il capitale sociale, da sempre riconosciuto come misura della fiducia e della qualità delle relazioni, si è trasformato nella benzina di una nuova generazione di contatti che transitano attraverso le piattaforme digitali. Insomma, la sharing economy da manifesto per una nuova economia e una nuova società più coesa ha rischiato, in meno di dieci anni, di diventare un acceleratore di disuguaglianze e un produttore di ‘surrogati relazionali’ usati per stimolare consumi sempre più virali. La relazione, da sempre cardine per costruire identità e comunità, dentro processi strumentali e monetizzabili, è diventata così (volenti o nolenti) un indicatore chiave per il mercato.

Fortunatamente però il tempo trascorso ha fatto maturare, tanto nell’economia quanto nella società, una maggior consapevolezza degli effetti ‘indesiderati’ di una economia diventata in molti casi ‘on demand’. Dopo la nascita e l’affermazione repentina del modello collaborativo oggi è sempre più evidente infatti come non sia sufficiente condividere beni e servizi, ma occorre chiedersi dove va il valore prodotto e come questo valore viene condiviso; l’accesso e il possesso cominciano a lasciare il passo a forme ibride e mutualistiche capaci di ricombinare la dimensione aperta e collaborativa con assetti proprietari o di governance più inclusivi e democratici. È dentro questa traiettoria che si stanno affermando due tendenze: l’ascesa delle piattaforme cooperative e il riposizionamento ‘comunitario’ delle tradizionali piattaforme. Due vettori decisivi non solo per alimentare prospettive tecnologiche ‘utopistiche’ e non distopiche, ma anche per rilanciare la cooperazione e le cooperative che nel digitale possono intravedere una grande opportunità per generare un ‘mutualismo aumentato’.

 

Rimanendo sul tema delle cosiddette ‘piattaforme etiche’, quindi piattaforme che creano valore condiviso, in che modo ritiene debba essere sviluppato il rapporto con la dimensione territoriale? Ritiene innanzitutto che essendo piattaforme digitali possano fare a meno di un ancoraggio con le comunità fisiche e i territori? 

Paolo Venturi: La dimensione fisica, il ‘Dove’, è centrale, anche per progetti intrinsecamente digitali. L’innovazione sociale che vediamo accadere nelle città e nelle aree interne del Paese, infatti, corre sul binario di economie e soluzioni disegnate intorno a quello che potremmo definire come il ‘Fattore Digical’ ossia Digitale + Locale. La dimensione di luogo e territoriale è un ingrediente del neo-mutualismo e di tutte quelle piattaforme etiche che stanno nascendo. La radicalità della loro innovazione sta infatti anche nell’essere radicate nel territorio, nei quartieri, nelle vie, nei condomini. Le economie del ‘dopo’ sono economie di luogo che perseguono la sostenibilità e non economie di scala che giocano la dimensione territoriale in maniera strumentale. Il neo-mutualismo, che si infrastruttura attraverso il digitale, ha la sua base in un’ecologia di relazioni e scambi che si ossigenano dentro una dimensione fisica e di prossimità.

 

L’abilitazione di percorsi di innovazione tecnologica, soprattutto all’interno di realtà come quelle del terzo settore italiano e dell’imprenditoria sociale, richiedono lo sviluppo e l’acquisizione di competenze professionali finora mai possedute, in quanto settori ancora fortemente ‘analogici’. Secondo lei, quali sono le principali e primarie competenze da sviluppare? Quali i nuovi ruoli o le nuove figure professionali che in prospettiva potrebbero essere richiesti?

Paolo Venturi: Recentemente ho curato una ricerca per Fondazione Accenture e Fondazione Snam che ha analizzato quasi 500 progettualità ad alta intensità digitale durante il picco dell’emergenza sanitaria. Dall’analisi emerge un grande fabbisogno di digitalizzazione, ma soprattutto la necessità di introdurre nuove figure professionali come l’HR manager, di supportare lo sviluppo di nuove skill trasversali e di includere in maniera massiccia ‘alieni’ provenienti dal marketing e dall’informatica. All’interno della ricerca abbiamo condotto anche una cluster analysis, che ci ha permesso di individuare quattro aree di innovazione su cui agire per promuovere un potenziamento digitale delle organizzazioni del Terzo Settore. La prima riguarda il potenziamento del mindset digitale (necessario per progettare e sviluppare l’architettura digitale e per integrare le tecnologie all’interno dell’organizzazione), la seconda area riguarda l’innovazione dei modelli organizzativi (ri-organizzazione interna che riduca livelli gerarchici e aumenti collaborazione e delega), la terza impatta l’area del redesign dei servizi (nuovi processi di design dei servizi in ottica digitale) ed infine l’ultima area sensibile riguarda la capacità di disegnare reti e piattaforme (indispensabili oggi per organizzare il coinvolgimento della comunità e promuovere la collaborazione con gli stakeholder pubblici e privati in modo più efficace ed efficiente). In ogni caso in cima a tutto c’è la sfida sulle competenze. È questo il vero banco di prova. Non c’è dubbio che i lavori a più basso valore aggiunto abbiano una altissima possibilità di essere sostituiti. Dobbiamo assolutamente ridurre il gap fra i nuovi bisogni, le nuove opportunità e le competenze dei lavoratori. Sarebbe necessario un investimento da parte delle imprese in una re-ingegnerizzazione delle competenze. Questa re-ingegnerizzazione ha molto a che fare, lo ripeto, con la capacità di combinare da un lato la tecnologia dall’altro l’attitudine a conversare.

 

Infine, guardando nello specifico al mondo della cooperazione in Italia, si potrebbe affermare che per sua natura e storia essa rappresenti già una piattaforma diffusa che innerva l’intero territorio nazionale. In che modo il digitale potrebbe favorire la valorizzazione di quel patrimonio di risorse di cui già dispone ma che ancora non è del tutto compreso nelle sue potenzialità rispetto alle nuove tecnologie? Ad esempio, in che modo si potrebbe trarre un vantaggio da un utilizzo mirato dei dati?

Paolo Venturi: Le soluzioni estrattive hanno finora prosperato per la loro capacità di attivare gli individui. In questo sta la forza devastante degli tsunami che si sono abbattuti su molte filiere e impieghi: aver fornito una risposta a una domanda diffusa – e disaggregata – con un’offerta altrettanto diffusa oltre che pulviscolare e rigorosamente individuale – e perciò massimamente efficace ed efficiente perché aggregata da una infrastruttura tecnologica. Questa idea di piattaforma che alimenta comunità e processi strumentali sta generando effetti distorsivi nelle economie urbane, nelle scelte di governo dei beni comuni, nelle dinamiche redistributive e fiscali.

Occorre riappropriarsi dei fini e degli strumenti alla base delle piattaforme. Su questo, c’è molto spazio per innovare e abilitare la cooperazione come nuovo attore digitale. Come? Attivando il collettivo. In questo quadro sociale dis(ag)gregato si colloca quindi l’urgenza di ripensare strutture capaci di includere e condividere il valore, rigenerando socialità e contrastando l’omologazione necessariamente implicata dall’esplosione fuori controllo del capitalismo delle piattaforme. Come alle origini della cooperazione, questo tempo incerto sollecita l’emersione di nuove forme di innovazione sociale radicale tese a ricombinare i fattori (umani, economici, sociali, politici) esistenti e a sperimentare nuove infrastrutture sociali e soggettività economiche comunitarie, capaci di salvaguardare i significati dell’agire e il valore dei beni e servizi co-prodotti. Oggi però siamo di fronte ad uno shift dei meccanismi di produzione della fiducia. Sappiamo infatti che i beni relazionali e la fiducia da sempre generati dentro (lenti) processi co-evolutivi in situazioni di prossimità, oggi vengono abilitati anche dalla tecnologia. Dentro questo shift della fiducia, ormai non più alimentata solo da relazioni di prossimità ma strumentalmente da piattaforme tecnologiche, ritorna fondamentale la riscoperta della cooperazione come paradigma che genera discontinuità nelle distorsioni prodotte dall’economia assunta come regno dei fini e non dei mezzi.

Segnali questi ormai non più deboli e che stanno producendo un ripensamento delle forme di governance delle piattaforme in senso cooperativo e democratico. Questo processo va presidiato e deve diventare una delle voci più importanti su cui il movimento cooperativo deve investire. Tutte le filiere cooperative sono ‘aumentabili’ da un uso intelligente del digitale. Abbiamo infatti bisogno di pluralismo per ricongiungere mercato e democrazia e per scongiurare il duplice pericolo dell’individualismo e della tecnocrazia.

Le piattaforme cooperative, ossia il digitale che potenzia la mutualità, non possono rimanere ai margini delle progettualità future ed essere considerate come esperienze residuali, sono ‘il dopo’ del mutualismo, il segno della sua prosperità e della sua biodiversità. Sono il segno moderno di nuove democrazie oggi quanto mai importanti. Guido Calogero diceva a tal proposito «La migliore delle democrazie, nasce dalla moltitudine delle democrazie». Noi oggi potremmo integrare questa citazione concludendo «…delle democrazie e delle piattaforme».

Scritto da
Andrea Baldazzini

Docente a contratto e assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna dove svolge attività di ricerca sui temi dell’imprenditoria sociale e delle trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale.

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