“Neoliberal Transformations of the Italian State” di Adriano Cozzolino
- 01 Settembre 2021

“Neoliberal Transformations of the Italian State” di Adriano Cozzolino

Recensione a: Adriano Cozzolino, Neoliberal Transformations of the Italian State. Understanding the Roots of the Crises, Rowman & Littlefield, Washington 2021, pp. 216 (scheda libro)

Scritto da Chiara Visentin

7 minuti di lettura

Neoliberal Transformations of the Italian State di Adriano Cozzolino (Rowman & Littlefield 2021) è un libro ambizioso in cui convergono molteplici piani di analisi e molteplici itinerari disciplinari e metodologici, senza tuttavia che, come spesso accade, questo comporti una frammentazione epistemologica e ontologica in configurazioni caleidoscopiche non ricomponibili. Al contrario, l’autore non perde mai di vista il suo obiettivo e il suo oggetto, che restituisce nella sua concretezza, nelle sue articolazioni e nella sua unità in maniera chiara e incisiva. Si tratta dell’impatto della svolta neoliberista sulla realtà politica italiana[1], letto attraverso il prisma rivelatore dello Stato – inteso in un senso più ampio e profondo di quello usuale, seguendo gli insegnamenti di Antonio Gramsci.

Analisi rigorosa e aspirazioni critiche sono inseparabili nella concezione di questo lavoro, che ricostruisce la genesi dello status quo per metterlo in questione e localizzare le sue contraddizioni e alternative. Esso si richiama infatti all’eredità della teoria critica, e ne fa propri aspetti centrali quali l’approccio olistico e la centralità delle relazioni dialettiche. Come Cozzolino sottolinea, citando Robert W. Cox, questa prospettiva lo distingue da correnti maggioritarie nelle scienze politiche e sociali orientate al «problem solving» (p.6). Laddove molto spesso la contrapposizione tra questi due approcci viene immaginata come tra una scienza rigorosa e fondata da un lato, e un discorso filosofico evocativo e “letterario” dall’altro, il rigore con cui Cozzolino conduce (e integra) la sua elaborazione teorica e le sue analisi empiriche aiuta a sgombrare il campo da questi e da altri simili stereotipi dicotomici, non solo troppo semplici ma anche carichi di impliciti assunti valoriali e ideologici. L’effetto di un’immagine come questa è, d’altronde, la chiusura aprioristica di percorsi di pensiero e indagine alternativi, proprio come nel caso della naturalizzazione dell’approccio neoliberista per quanto riguarda le visioni in tema di economia politica: un esito che il libro porta alla luce e “de-costruisce” analizzandone i processi e le vicende di costruzione politica, sia discorsiva che istituzionale.

Uno dei principali contributi del volume riguarda il modo di concettualizzare lo Stato. L’autore prende le mosse dalla critica di approcci riduzionisti e astratti come quelli per cui lo Stato è ontologicamente separato dalla società e assume i caratteri reificati di un agente autonomo e quasi personificato, o di una mera macchina organizzativa. Alla divisione formalistica, e in ultima analisi fuorviante, degli aspetti e dei livelli rilevanti egli contrappone la messa in primo piano delle loro interrelazioni e del complesso e dinamico intero che formano, nel quadro del quale soltanto è possibile comprendere davvero il significato delle trasformazioni, come, ad esempio, nel caso della relazione tra scala sovra-nazionale, nazionale e sub-nazionale. O come anche nel caso delle diverse nature dello Stato: esso, infatti, è in maniera inseparabile sia un prodotto del pensiero sociale, sia un concreto apparato organizzativo. Dal primo punto di vista, lo Stato costituisce il luogo culturale, ideale o ideologico centrale della politica moderna, in virtù della sua definizione e posizione come garante dell’interesse generale e detentore del monopolio della violenza, materiale e simbolica, legittima. Il suo essere separato e al di sopra della società e degli interessi particolari che vi si esprimono, tuttavia, non è dato ontologico o un fatto naturale impenetrabile, bensì l’esito di una costruzione, perno del suo meccanismo di legittimazione.

Questo intrinseco potere ideologico dello Stato ne fa un terreno particolarmente cruciale per la lotta politica. Non a caso, proprio dalla prospettiva della lotta politica sono state sviluppate le riflessioni teoriche gramsciane sullo Stato, il cui valore e la cui attualità sono illustrati nel libro. Illuminante è in particolare la definizione dello Stato come «tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati»[2], che ne suggerisce la duplice natura, il carattere dinamico e il nesso sociale. Un ruolo cardine in questa prospettiva è giocato dalla nozione di egemonia di classe cementante un blocco storico, che getta luce sull’intersezione, e la dialettica, tra forza e consenso e tra le forme, le ideologie e le strategie del potere politico da un lato, e la società civile con le sue relazioni economiche dall’altro, in configurazioni storicamente determinate.

A tale concezione complessa e organica corrisponde l’imperativo di non ritrarsi di fronte alla diversità dei saperi in gioco: in controtendenza rispetto alla frammentazione e all’iper-specializzazione tipiche dell’accademia, serve reintegrare i piani economico, culturale, politico, sociale. I fenomeni in queste sfere, infatti, acquistano il loro pieno significato solo una volta inseriti nel contesto comprensivo della situazione storica con le sue dinamiche relazionali e dialettiche, e le nozioni gramsciane risultano di grande valore euristico a questo scopo. Si tratta di un compito non facile, che Cozzolino svolge attraverso un tessuto coerente di ricostruzioni e analisi basate su un ampio ventaglio di strumenti metodologici, fonti e dati, dalla storia all’economia, dalla Critical Discourse Analysis[3] all’analisi quantitativa della produzione legislativa e dei flussi elettorali. Egli ricompone così, come un puzzle, un panorama molto articolato, evitando la Scilla della teleologia e la Cariddi dell’appiattimento su singole dimensioni astratte.

Il quadro che emerge ha il merito di offrire una narrazione persuasiva all’interno della quale un insieme di fenomeni, mutamenti ed eventi di grande rilevanza acquistano significato e risultano comprensibili alle luce gli uni degli altri e del loro complesso. Una narrazione che recupera la profondità storica, la molteplicità dei livelli, e le dinamiche dell’azione e dell’iniziativa politica, e con esse lo spazio dell’alternativa e della possibilità, reso invisibile proprio dal (e come condizione per il) consolidamento di un nuovo ordine vigente. Il significato, il senso offerto dal libro di Cozzolino è allora un senso dal valore al tempo stesso epistemico e pratico, in una prospettiva in cui questi due piani non possono essere separati, e mira a un tipo di conoscenza che renda possibile l’azione politica volta al cambiamento, in una relazione tra le due più profonda e basilare rispetto a nozioni comuni della conoscenza come strumento per raggiungere fini pre-determinati: «Come Gramsci ha notato, ancor prima di diventare una forma di azione politica organizzata, l’autonomia è un modo di pensare, che possiamo concepire come una precondizione cruciale per evitare la trappola del trasformismo […] e così evitare di ricadere nel senso comune preesistente e nelle concezioni del mondo dominanti. In altre parole, non ci sono alternative se non c’è una reale autonomia nell’immaginare e praticare vie alternative rispetto a quelle esistenti»[4] (p.160).

L’interpretazione delle turbolenze politiche più recenti alla luce di una simile prospettiva, ad esempio, consente di lasciarsi alle spalle letture «superficiali, fuorvianti e moraliste» (p.147) che attribuiscono l’ascesa dei cosiddetti populismi e dell’euroscetticismo alla “ignoranza delle masse”. Questa ascesa, infatti, è meglio compresa come l’espressione di un bisogno diffuso e profondo di riscatto di fronte a misure restrittive ed erosione di tutele imposte in maniera unilaterale, a opera tanto di forze di destra, quanto, come da un punto di vista teorico può risultare più sorprendente, delle forze della sinistra, fattesi le portavoce più entusiaste di una promessa di prosperità da raggiungere attraverso politiche di stampo neoliberista nella cornice dell’integrazione europea. Si tratta, d’altronde, di un’affinità elettiva non limitata al contesto italiano: se qui essa si è concretizzata in quello che Cozzolino battezza «Europeismo neoliberal-progressista», negli Stati Uniti Nancy Frazer ha individuato un’analoga convergenza nel «neoliberismo progressista»[5].

L’impatto politico della svolta neoliberista tuttavia è andato ben oltre quello di un insieme di politiche impopolari, trasformando in profondità le strutture e le logiche stesse del potere statale, come il libro mostra in quello che è forse il suo più importante contributo. Dal punto di vista istituzionale, l’autore, attraverso un’interessantissima analisi quantitativa delle forme di produzione legislativa, mette in luce un marcato rafforzamento del potere esecutivo a scapito di quello legislativo (e dunque delle dinamiche di rappresentanza e negoziazione di interessi diversi), specialmente in materia economica, sull’onda di emergenze e pressioni delle istituzioni europee. Le conseguenze di quello che per certi versi equivale a uno svuotamento o un ridimensionamento di fatto delle prerogative della sovranità popolare democratica possono essere gravi: «l’ossessione per la governabilità, concepibile come un’utopia tecnocratica, si è trasformata in una distopia illiberale, minando seriamente la legittimazione e l’autorità dei partiti tradizionali […] e delle istituzioni nazionali ed europee» (p.126).

Vi è poi un altro lato essenziale dell’egemonia neoliberista del campo politico, quello culturale, anch’esso oggetto di un’interessante indagine. I modi in cui il potere si esprime, si esercita e si perpetua sul terreno della cultura sono stati oggetto di riflessioni e studi da parte di moltissimi scienziati sociali, che hanno evidenziato in particolare il ruolo cruciale dell’ “ovvio” come meccanismo che pone al di fuori dalla vista o della tematizzazione esplicita, e dunque della possibile contestazione, credenze che talora giocano un ruolo cardine nella strutturazione dei rapporti di potere esistenti, rendendole quindi molto resistenti al cambiamento. Cozzolino esplora la portata di questa “naturalizzazione” dell’ortodossia neoliberista. Essa riflette la sua adozione sempre più completa ai vertici dello Stato, trasversale rispetto alle divisioni tradizionali dello spettro politico, come testimonia l’onnipresenza delle sue parole d’ordine nei Documenti di programmazione economico-finanziaria analizzati. Egli mostra anche come non si tratti dell’esito di un processo automatico bensì vi abbiano giocato un ruolo di primo piano l’iniziativa e gli attori provenienti da istituzioni tecnocratiche come la Banca d’Italia, vero e proprio «intellettuale collettivo» (p.65) capace di costituire l’anello di congiunzione tra contesto nazionale e sovra-nazionale e il potente centro di irradiazione del nuovo paradigma nelle operazioni e nelle concezioni dello Stato.

Spicca in particolare la retorica del “risanamento”, connessa allo stereotipo moraleggiante di un Sud Europa inefficiente e sperperatore di fronte a un Nord virtuoso e competitivo, nel quadro di una “economia politica del sacrificio e della promessa” che legittima l’austerità permanente come via verso un futuro più moderno e più prospero. La profondità con cui simili immagini e assunti si siano radicati nel modo di parlare, pensare e vedere di larghe sezioni delle élite del Paese è stato peraltro reso evidente dalla loro ostinata reiterazione e non scalfita riaffermazione anche di fronte a dati di fatto in aperta contraddizione con esse, campanelli d’allarme, dubbi fondati, performance economiche insoddisfacenti e crisi, almeno nelle fasi precedenti la pandemia (la cui capacità di generare un autentico cambio di paradigma è tuttavia tutt’altro che chiara). Casi in cui è stato osservato un simile (più o meno interessato) “accecamento” di matrice culturale abbondano nella storia di politiche economiche che pure tendono immancabilmente a rappresentarsi, ed essere percepite, come risultato di un calcolo oggettivo.

Questo paradigma, mostratosi a lungo capace di opporre una decisa resistenza anche a timide iniziative politiche di rinegoziazione, sembrerebbe tuttavia oggi in crescente difficoltà, in uno scenario caratterizzato da molteplici crisi e problemi sociali acutizzati. Si tratta di una congiuntura in cui ancora, sostiene Cozzolino, le riflessioni gramsciane sulla crisi del suo tempo che sfociò nel fascismo hanno spunti preziosi da offrire – anche in questo caso, non tanto come ricette o verità assolute, ma come esempi di un modo di pensare adatto a confrontarsi con situazioni strutturalmente incerte e aperte, guardando in maniera critica, al tempo stesso radicata nel concreto e orientata al cambiamento e alla prassi, oltre a luoghi comuni e idiomi dominanti, e superando così gli svariati – ma in ultima analisi convergenti verso la preservazione dello status quo – atteggiamenti di quiescenza, inefficacia e risentimento a cui questi condannano.


[1] Si intende con questa espressione il cambiamento di paradigma economico-politico che, rispondendo alle crisi dei modelli di crescita e delle strategie di politica economica prevalenti nei paesi Occidentali nel secondo dopoguerra manifestatesi soprattutto negli anni Settanta, si è diffuso a partire dagli anni Ottanta, con un decisivo consolidamento negli anni Novanta per quanto riguarda l’Italia.

[2] Quaderni del Carcere, Quaderno 15, Nota 10. Citato a p.41.

[3] Un approccio allo studio del linguaggio che si concentra sulle sue relazioni con dinamiche di potere sociale.

[4] La traduzione dall’inglese, come tutte le altre traduzioni di passi tratti dal libro, è dell’autrice della recensione.

[5] Nancy Fraser, Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi (Meltemi, 2019 [2018]).

Scritto da
Chiara Visentin

Ha studiato filosofia e sociologia all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore ed è attualmente dottoranda in sociologia a Cornell University. È stata assistente di ricerca nel “médialab” di Sciences Po a Parigi e nel “MediaLaB” dell’Università di Pisa, e ha lavorato ad Alexa nell’area dell’ingegneria della conoscenza. Si occupa di tecnologia e società, teoria sociale e sociologia storica.

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