Nilde Iotti: il discorso di insediamento alla Presidenza della Camera

Nilde Iotti

Nilde Iotti è stata la prima donna ad essere eletta Presidente della Camera, al primo scrutinio il 20 giugno 1979, succedendo a Pietro Ingrao. Sarà riconfermata in quel ruolo per tre volte, ricoprendolo fino al 1992, per ben 13 anni, un primato nella storia d’Italia. Nata nel 1920, laureata in Lettere alla Cattolica di Milano e insegnante, entrò nel PCI nel 1943 e partecipò alla Resistenza. Nel 1946 venne eletta all’Assemblea Costituente e fece parte della “Commissione dei 75” che lavorò alla bozza della Costituzione e nel 1948 entrò alla Camera dei Deputati, dove resterà ininterrottamente fino al 1999. Largamente stimata e apprezzata, ricoprì molti incarichi di rilievo e fu presa in considerazione sia per la Presidenza del Consiglio che per quella della Repubblica. Fu certamente una delle donne più importanti della storia repubblicana.

In occasione dell’anniversario dei quarant’anni riproponiamo il testo del discorso di insediamento di Nilde Iotti, tenuto alla Camera dei Deputati il 20 giugno 1979.


Onorevoli colleghi, con emozione profonda vi ringrazio per avermi chiamato col vostro voto e con la vostra fiducia a questo compito così ricco di responsabilità e di prestigio. Voi comprenderete, io credo, la mia emozione. In questo alto incarico mi ha preceduto l’onorevole Pietro Ingrao, che fino a ieri ha diretto i nostri lavori con grande intelligenza e imparzialità, e prima ancora l’onorevole Sandro Pertini, oggi Presidente della Repubblica, a cui va il mio deferente saluto.

Ma in particolare comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita.

Il momento che attraversiamo è drammatico e difficile, ne siamo tutti consapevoli. Il terrorismo continua nella sua opera nefasta e delittuosa. Pochi giorni fa a Roma si è tentata ancora una volta “la strage” su pacifici lavoratori riuniti in una loro sede, nell’espressione del primo e più alto diritto democratico e costituzionale, quello della libertà di associazione e di espressione. Questa nostra stessa Assemblea ha dovuto ricorrere a misure di sicurezza, senza alcun dubbio necessarie. Ma guai a noi, onorevoli colleghi, se non avvertissimo con tutta la nostra forza e con tutto il nostro senso di responsabilità che le assemblee parlamentari esprimono al più alto grado la sovranità popolare. Non possono perciò, per la loro stessa natura, divenire un fortilizio, ma devono continuare a essere, anzi essere sempre di più, assemblee aperte al nostro popolo, alla grande forza di democrazia e di unità che lo anima. Lo provano ogni giorno la risposta puntuale alle provocazioni del terrorismo e le stesse elezioni. A questa forza dobbiamo ricondurci in ogni momento della nostra azione, sicuri che essa non verrà mai meno, che anzi essa costituisce la base prima di un possibile successo. In questo spirito va il nostro saluto e augurio alla magistratura, alle forze dell’ordine e alle forze armate, così duramente impegnate nella difesa della democrazia e della libertà.

Su tutti noi, onorevoli colleghi, incombe un compito arduo. Ognuno di noi ha avvertito – io credo – negli anni appena trascorsi, malgrado la mole sempre più ingente di lavoro svolto e l’abnegazione dei parlamentari, la difficoltà per le assemblee di vivere e operare col Paese, per rispondere ai mille e drammatici problemi dell’economia e dei lavoratori, nelle fabbriche e nelle campagne, dei giovani, delle donne, della pubblica amministrazione, della scuola, della magistratura, delle forze armate e delle forze dell’ordine, dei pensionati. Cioè a quel complesso ed intricato processo di democrazia e di liberazione, che è segno del nostro tempo e che accompagna l’avanzare dei lavoratori alla direzione dello Stato. Il Parlamento, questo altissimo strumento di democrazia, non può e non deve essere superato dai tempi. Esso, al contrario, deve riuscire a guidare questo processo. Non già nel senso di confondere le diverse funzioni degli organi istituzionali dello Stato – ché nessuno più di me, per il mio stesso lontano passato, è convinto che tali diverse funzioni sono presidio di democrazia –, ma nel senso che il Parlamento diventi iniziativa, stimolo, confronto e incontro delle volontà politiche del paese e assolva in questo modo la sua altissima funzione di guida. Fare questo con rigore, con dedizione, con probità significa attuare la Costituzione repubblicana, renderla operante ispiratrice della vita del Paese.

Onorevoli colleghi, nelle settimane immediatamente trascorse sono avvenuti due fatti di importanza eccezionale: l’elezione a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo e la firma dell’accordo “Salt II” fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Mentre ribadisco l’impegno della nostra Assemblea per una politica di distensione e di pace, consentitemi di collegare per un momento i due avvenimenti, nel senso cioè che le elezioni del Parlamento europeo (che ci pongono anche delicati problemi di coordinamento) costituiscono un passo qualitativo verso la costruzione di una Europa unita, capace di contare nel mondo per una politica di disarmo, di pacifica coesistenza e di pace.

Infine sento di dover sottolineare di fronte a voi, onorevoli colleghi di tutte le parti, il mio impegno a presiedere i nostri lavori con la più assoluta imparzialità, nella rigorosa applicazione del regolamento in ogni sua parte, per la tutela in primo luogo dei diritti delle minoranze, ma anche per la tutela del diritto-dovere della maggioranza di legiferare. Mi pare inoltre opportuno proseguire l’opera, avviata dal mio predecessore onorevole Ingrao, di aggiornare il regolamento alle nuove e mutate esigenze di funzionalità del Parlamento.

Da questo alto seggio invio il mio saluto al Presidente del Senato e al Presidente della Corte costituzionale e a voi, colleghi della stampa e della televisione, che seguite i nostri lavori, chiedendovi di collaborare con noi, attraverso l’informazione e la critica, a far vivere nel popolo i lavori di questa Assemblea, nell’interesse comune della democrazia e del Paese. So infine di poter contare sull’aiuto intelligente ed essenziale che ci verrà da tutto il personale della Camera, dal Segretario generale dottor Longi, da tutti i funzionari, da tutti i dipendenti. A voi, onorevoli colleghi di tutte le parti, buon lavoro. Mi auguro di poter contare sulla vostra personale collaborazione nel difficile compito di dirigere questa Assemblea, nell’interesse del popolo, della democrazia e dell’Italia (Vivissimi, prolungati applausi).


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Fu la prima donna ad essere eletta Presidente della Camera, al primo scrutinio il 20 giugno 1979, succedendo a Pietro Ingrao. Sarà riconfermata in quel ruolo per tre volte, ricoprendolo fino al 1992, per ben 13 anni, un primato nella storia d’Italia. Nata nel 1920, laureata in Lettere alla Cattolica di Milano e insegnante, entrò nel PCI nel 1943 e partecipò alla Resistenza. Nel 1946 venne eletta all’Assemblea Costituente e fece parte della “Commissione dei 75” che lavorò alla bozza della Costituzione e nel 1948 entrò alla Camera dei Deputati, dove resterà ininterrottamente fino al 1999. Largamente stimata e apprezzata, ricoprì molti incarichi di rilievo e fu presa in considerazione sia per la Presidenza del Consiglio che per quella della Repubblica. Fu certamente una delle donne più importanti della storia repubblicana.

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