La nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema
- 03 Settembre 2018

La nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema

Scritto da Paolo Cappelletto

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La filosofia giudiziaria di Brett Kavanaugh

Reazioni di gioia da parte del mondo conservatore hanno accompagnato la notizia del ritiro di Kennedy, opposte invece a quelle del mondo progressista che inondava il web di tweet preoccupati, in cui si arrivava persino a paragonare la futura America a quella della serie tv The Handmaid’s Tale, governata da un tetro regimo teocratico oppressivo nei confronti delle donne[6]. Nelle settimane successive, dalla lista di giudici da lui considerati per l’incarico, Trump aveva ristretto la cerchia dei papabili candidati a quattro giudici dalle solide credenziali conservatrici. Il 9 luglio l’annuncio in diretta nazionale del tycoon ha confermato i rumours che vedevano in Brett Kavanaugh, giudice nominato da George W. Bush alle corti federali quindici anni fa, la figura prescelta dalla Casa Bianca. Il profilo del probabile futuro giudice della suprema Corte d’America è quello di un repubblicano d’establishment, con una decennale esperienza nelle corti federali. Originario di Washington, cattolico e laureato in legge a Yale, Kavanaugh ha inoltre svolto in questi anni attività di docenza presso l’Harvard Law School.

Già nel primo discorso subito dopo la nomina di Trump[7], Kavanaugh aveva illustrato la sua filosofia giudiziaria, secondo la quale il compito della Corte Suprema non è fare le leggi, ma interpretarle. Ha affermato dunque di interpretare la Costituzione così come originariamente concepita dai Padri fondatori: il “testualismo”, dottrina cara ai conservatori, avrebbe tra i propri scopi evitare che il ramo giudiziario possa sfociare nel legislativo e che i giudici divengano una sorta di attivisti politici o legislatori che producono leggi, usurpando il parlamento e i singoli stati delle loro prerogative. Le sentenze Roe v. Wade e Obergefell v. Hodges sarebbero un esempio lampante: secondo la narrativa testualista, tramite queste decisioni il ramo legislativo avrebbe privato i singoli stati della possibilità di decidere democraticamente di questioni spinose e controverse come quelle etiche.

Negli ultimi decenni l’originalismo – altro nome con cui ci si riferisce al testualismo – ha avuto tra i suoi più strenui difensori Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema nominato da Reagan e scomparso nel 2016. Per decenni uno dei giudici più rigorosi nell’applicare lo spirito originalista nella sua giurisprudenza, Scalia rappresenta il modello di giudice ideale alla Corte Suprema per i conservatori. Nei suoi decenni alla Corte, Scalia è stato guidato dal principio secondo cui il compito del giudice non è dare un giudizio morale sulle leggi, ma verificare se la loro ratio sia presente nel testo costituzionale.

Leggere nella Costituzione ragioni e argomenti che, secondo Scalia, essa originariamente non fornisce comporterebbe nei fatti il rischio di consegnare alla Corte Suprema la facoltà di riscrivere la carta costituzionale a proprio piacimento. Secondo i conservatori, questo è ciò che è avvenuto per esempio quando la Corte ha riconosciuto come garantito dalla Costituzione il diritto all’aborto in quanto incluso nel diritto alla privacy. Per i progressisti si è trattato di una grande vittoria per i diritti civili, mentre i conservatori hanno visto nella sentenza Roe v. Wade un caso di attivismo giudiziario, in cui la Corte ha legiferato al posto dei parlamenti dei singoli stati: per Scalia la Costituzione non dice nulla riguardo all’aborto e, di conseguenza, ogni decisione riguardo a tale questione dev’essere lasciata ai processi democratici dei singoli stati[8].

Ciò che un buon originalista dovrebbe fare sarebbe praticare il cosiddetto judicial restraint, ossia separare le proprie opinioni personali sul contenuto delle leggi che si devono giudicare dalla considerazione di ciò che il testo della Costituzione dice effettivamente su tali leggi. Un esempio è la controversia sulla costituzionalità delle leggi che proibivano il vilipendio alla bandiera degli Stati Uniti: per quanto moralmente deprecabile si possa giudicare questo atto, non c’è niente nella Costituzione che vieti tale forma di protesta. Al contrario, quest’azione è protetta dal primo emendamento che garantisce la libertà di espressione[9]. Secondo Scalia, l’azione della Corte Suprema dovrebbe essere dunque meramente formale e avere il solo scopo di verificare l’accordo delle leggi con lo spirito originario della Costituzione, non di dare di esse un giudizio etico. Scalia è stato per decenni l’esempio di questo modo di concepire la Costituzione e, non a caso, Brett Kavanaugh gli ha recentemente reso omaggio, definendolo un modello per la sua giurisprudenza[10].

La dottrina opposta al testualismo (o originalismo) è quella della “Costituzione Vivente”, per cui si considera la Costituzione non come un testo da interpretare così com’era stato originariamente inteso, ma che va concepito come un organismo vivo che ha bisogno di confrontarsi con la società contemporanea, per poter rispondere ai suoi cambiamenti e alle nuove sfide che essa presenta.

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Scritto da
Paolo Cappelletto

Nato nel 1995, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Padova e ha partecipato a programmi di scambio con l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e la Boston University. Si interessa di politica americana.

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