Note per una politica industriale

politica industriale

Il tema delle specificità e dell’evoluzione futura del sistema produttivo, con particolare riferimento al nostro Paese, è uno dei filoni di approfondimento su cui insistiamo da tempo. In questo quadro, all’alba di una nuova rivoluzione industriale sostenuta da macchine intelligenti, oltre che dal continuo afflusso di un’enorme mole dati, il tema della politica industriale diventa assolutamente centrale. Questo articolo inizia a delineare un insieme di temi, per quanto parziale rispetto all’insieme di argomenti che andrebbero trattati, ponendosi come ideale punto di partenza di un dibattito su tale tematica, fornendo spunti di riflessione a lettori, redattori ed esperti che desiderino dare un proprio contributo.


Il tema della politica industriale ricorre da alcuni anni nel dibattito politico internazionale. L’incrinarsi della certezza che il libero mercato fosse la soluzione a tutti i problemi ha riportato nel dibattito pubblico il tema dell’intervento statale in economia e della tutela del tessuto manifatturiero. Sfortunatamente, le risposte più popolari non appaiono utili a reindirizzare il dibattito. Donald Trump riceve la simpatia di parte dell’opinione pubblica del suo Paese grazie al vago tentativo di imporre dazi indiscriminati per proteggere l’industria americana da prodotti cinesi ed europei. Sfortunatamente, questa politica potrebbe causare vere e proprie guerre commerciali oltre a risultare in ultima analisi fallimentare, dato che la crisi occupazionale appare determinata anche da fattori come la scarsa domanda interna, legata alla sofferenza della classe media nei paesi occidentali oltre che dai trend demografici.

Eppure, tra i personaggi più influenti nella cerchia del Presidente americano c’è quel Peter Thiel, fondatore di Paypal, che accusa la politica americana di non aver programmato a sufficienza lo sviluppo tecnologico del paese. Senza programmazione, le aziende private si sono concentrate sullo sviluppo del settore software, di realizzazione molto più facile rispetto alle innovazioni legate all’hardware. Così facendo, si è dato vita ad un tipo di innovazione – si pensi alle nuove funzionalità dei social network o a nuovi tipi di applicazioni – mentre innovazioni di portata più significativa –  le macchine volanti – restano un sogno lontano.

Per riaprire il dibattito sulla politica industriale, si dovrebbe discutere della totale assenza di una programmazione statale che ha lasciato spazio ad un’inadeguata programmazione privata, causando gravi difficoltà al comparto manifatturiero. Nel caso italiano, è interessante paragonare i dati Istat del 2017 con quello che Pierluigi Ciocca scrive del tessuto imprenditoriale negli anni antecedenti alla fondazione dell’IRI. I dati del 2017 confermano l’intuizione secondo cui le grandi imprese sono in affanno soprattutto per la loro poca recettività verso il cambiamento tecnologico ma, allo stesso tempo, restano in grado di pianificare buone strategie imprenditoriali, che permettono loro di creare valore aggiunto. Al contrario, le PMI non hanno ottenuto risultati altrettanto buoni, pur registrando valori positivi, soprattutto per quanto riguarda medie imprese, sul cambiamento tecnologico.

Descrivendo la situazione dell’industria italiana negli anni Trenta del XX secolo, Ciocca afferma che non vi era una «salda connessione fra i tre blocchi del sistema produttivo: la moltitudine delle microaziende, con la tendenza a restare tali raramente tentando il superamento della ditta familiare; la bassa quota delle aziende medie propense ad accettare il rischio del ricercare l’innovazione e sperimentarla; la rarità della grande impresa in grado di lanciare su larga scala le produzioni innovative più promettenti, così da diffondere i benefici del progresso tecnico in un mercato di massa».

In assenza di un’importante programmazione pubblica sembra quindi di assistere alla riproposizione, con le dovute differenze storiche, di problematiche molto simili a quelle osservate in passato, che farebbero pensare alla necessità di ripensare il ruolo del pubblico nel capitalismo italiano. I grandi settori industriali del Novecento, come il siderurgico e il petrolchimico, appaiono avviati verso un triste declino. Additati come altamente inquinanti, soffrono una durissima crisi occupazionale a cui sopravvivono solo pochi reparti di eccellenza, malgrado le notevoli risorse pubbliche che ne avrebbero dovuto finanziare la riconversione e riqualificazione.

La galassia delle piccole e medie imprese, sebbene abbia mostrato una buona performance negli ultimi anni, non sembra in grado di poter trainare l’economia italiana. In questo caso, le conoscenze dei lavoratori rappresentano il principale fattore di creazione di valore aggiunto del prodotto finale. Al momento, queste conoscenze sono per lo più rappresentate dal sapere artigiano, ma il quadro potrebbe cambiare radicalmente con la rivoluzione tecnologica in atto. In un tessuto industriale sempre più connesso virtualmente, la robotica potrebbe affiancare la manodopera come garanzia di flessibilità della produzione e lo sviluppo di “Internet of Things” potrebbe generare una quantità di dati inimmaginabile fino a poco tempo fa. In questo contesto, attività fondamentali per le PMI potrebbero diventare la ricerca e l’analisi dei dati, i cui costi potrebbero rivelarsi insormontabili per una singola azienda.

Questo articolo vuole fornire alcuni spunti al dibattito attorno alla politica industriale. Le tre linee di indirizzo sottostanti possono essere ulteriormente approfondite in modo da sviluppare le proposte specifiche sui singoli punti esposti nelle righe successive.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Politica industriale

Pagina 2: La grande impresa e politica industriale

Pagina 3: PMI e politica industriale

Pagina 4: Matching


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Lorenzo Cattani è laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School. Enrico Cerrini ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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