Note sul Neomutualismo
- 02 Luglio 2022

Note sul Neomutualismo

Scritto da Daniele Ravaglia

6 minuti di lettura

Pubblichiamo come contributo alla discussione questo articolo di Daniele Ravaglia – Presidente della Alleanza delle Cooperative Italiane di Bologna – che svolge alcune considerazioni a partire dal libro Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare e dalla discussione avvenuta nel dialogo online organizzato da Pandora Rivista, a cui hanno partecipato Simone Gamberini, Ivana Pais e Paolo Venturi.


Ho seguito con grande interesse l’incontro online che Pandora Rivista ha promosso per la presentazione del libro Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare, edito da Egea e scritto da Paolo Venturi e Flaviano Zandonai. L’opera ci aiuta a ritrovare il filo di un’economia che costruisce relazione, è necessario però dare forma concreta alle intuizioni. E ha ragione Venturi quando afferma che il rilancio del mutualismo nel nostro Paese non resterà “una boutade intellettuale” solo se si realizzerà una decisa “opzione politica” in tal senso. Come rappresentante della cooperazione bolognese, vorrei porre l’accento sull’urgenza di tale opzione. Serve una scelta politica ambiziosa per dare ali al complesso di opportunità che si legano all’economia mutualistica e che non possono realizzarsi diversamente: né per opera dell’impresa capitalistica, né per opera dell’intervento meramente pubblico.

Il terzo settore e la cooperazione oggi hanno compiti sociali di grande peso nel presidio di valori e nella generazione di utilità che non sono surrogabili. E come sottolinea Venturi la pandemia ha mostrato che le potenzialità inespresse di questo mondo superano di gran lunga quanto già vediamo all’opera. Ma che cos’è il mutualismo? È un codice di scambi basato sulla reciprocità e inserito in relazioni solidali, tese non al profitto, ma al bene comune. Qual è il valore? La capacità di operare laddove non ci sono margini di profitto – o ce ne sono di molto ridotti –, ma ci sono bisogni a cui rispondere con approccio al contempo imprenditoriale e sociale. Un esempio importante a Bologna si lega alle tante esperienze di rigenerazione urbana realizzate dalle cooperative. Organizzazioni che investono su beni immobili di cui non si appropriano – si tratta di beni che restano di proprietà pubblica –, lavorando per restituirli alla comunità. Si tratta di esperienze “fragili, ma solide e concrete” come asserisce Venturi. Fragili perché troppo spesso insistono difficoltà a trovare finanziamenti per intraprendere progettualità che ancora vengono considerate sui generis e guardate con scetticismo. Solide e concrete perché il modello funziona, genera valore condiviso. È un’evidenza che sta sotto gli occhi di tutti. Lo stesso si potrebbe dire per molti servizi offerti alle fasce più fragili della popolazione. Il nostro welfare, pur con alcune contraddizioni, ha già un’ossatura neomutualistica. Dare slancio a forme mutualistiche significa introdurre nuove logiche nei rapporti tra le istituzioni, società civile e mercato e qui veniamo ad un orizzonte di azione ancora tutto da costruire.

La cooperazione è la più estesa espressione del mutualismo in ambito economico: essa ha dimostrato di saper stare sul mercato, rinunciando a formule estrattive e introducendo logiche di redistribuzione della ricchezza, di condivisione del valore, di valorizzazione del lavoro. È vero però, come afferma Venturi, che il mutualismo precede ed eccede la cooperazione, perché si avvia prima (già con le società di mutuo soccorso) e perché non si limita ad essa. Il terzo settore è animato da valori mutualistici e sempre più anche il modello dell’impresa di capitali, pur con gradi differenti di autenticità, si mostra accessibile alle sue logiche. Sbagliato quindi sarebbe limitare dentro il perimetro della cooperazione il rilancio del paradigma mutualistico, che deve per aprirsi – e rimanere aperto – ad altri soggetti. Ha ragione Venturi quando dice che le relazioni mutualistiche per rinnovarsi devono andare verso la molteplicità: non si può trattare più di relazioni tra omologhi (cooperative con cooperative, associazioni con associazioni, e così via), è necessario aprire ad un pluralismo civico che convochi in un disegno comune le istituzioni, le imprese, il terzo settore nella sua complessità. La cooperazione può e vuole essere un’avanguardia e un apripista, ma non ambisce all’egemonia o all’esclusiva nella costruzione di modelli così orientati. Tutt’altro. La riuscita delle nuove formule non può prescindere da una partecipazione ampia, d’impostazione inclusiva.

Tale impostazione non deve generare confusioni: il terzo settore è un mondo composito, le differenze al suo interno non vanno ignorate. L’economia cooperativa poi è portatrice di specificità che le sono proprie, che la distinguono e la caratterizzano. Le tante convergenze non devono farci dimenticare questo dato di fatto. Differenze marcate insistono quanto all’assetto organizzativo, sul fronte delle competenze, sull’operatività quotidiana: le cooperative operano nel mercato, buona parte del terzo settore si situa al fuori di esso. Dal punto di vista tributario e fiscale, le cooperative sottostanno a regolamentazioni ben differenti. Così anche dal punto di vista degli obblighi verso la società: non sono sovrapponibili le responsabilità di un’azienda cooperativa sulla cui affidabilità decine o centinaia di famiglie fondano le proprie aspettative di vita e quelle, ad esempio, di una piccola associazione di volontariato, gestita nel tempo libero da persone che vogliono impegnarsi nel sociale. Entrambe le organizzazioni contribuiscono al benessere della comunità e sono parte sostanziale del tessuto civile. Per valorizzarne le specificità bisogna però coglierne le differenze. Tengo a sottolineare con forza questa prospettiva perché le molteplici convergenze non devono generare l’equivoco dell’omologazione: il mondo composito che trae linfa vitale dalla radice mutualistica ha infatti nella varietà dei suoi attori un elemento imprescindibile di ricchezza.

Cosa manca allora per avviarci davvero su questo percorso? C’è un’opzione politica da effettuare, che non riguarda solo il legislatore e le istituzioni locali, ma che dipende anche dalla disponibilità diffusa da parte della società civile e dei suoi attori a fornire una partecipazione di qualità. Certamente permangono limiti – quelli relativi allo strumento dell’appalto, ad esempio, come si ricordava nell’incontro promosso da Pandora Rivista – che vanno superati attraverso la riforma degli impianti normativi. La politica si orienterà in questa direzione quando il cambio di paradigma sarà divenuto una vera priorità per la società civile. Voglio dire che sta in primis a noi riconoscere l’urgenza di dare slancio a relazioni neomutualistiche, attivando la leva del cambiamento. Alla politica sarà richiesto di assumere il compito di recepire e rappresentare tale urgenza. Il Codice del Terzo Settore pone basi significative a riguardo, prescrivendo il combinarsi di coprogrammazione e coprogettazione (art. 55) come modello di costruzione e di attuazione delle politiche pubbliche. Finalmente, si riconosce che le organizzazioni della società civile possono dare un contributo programmatico, che riguarda la scelta delle priorità dell’azione pubblica, cui segue la messa a terra di interventi concreti. Ad oggi mancano strumenti per rendere sistematica tale forma rafforzata di partecipazione. Ancor di più si fa sentire la difficoltà della mentalità comune a superare i ruoli tradizionali, che vedono la pubblica amministrazione come soggetto dell’azione e la società come il destinatario. Bisogna evolvere. È il tempo di avviare forme di contribuzione diffusa alle politiche, a partire dai territori. La pandemia ha mostrato l’efficacia delle interdipendenze spontanee e delle forme organizzate dal basso – dalla società – al fianco, e spesso in supplenza, dell’intervento pubblico. Diamo forma e struttura a esperienze che partano da questo precedente virtuoso.

Venturi mette giustamente in evidenza la capacità adattiva del mondo capitalistico, che ad ogni crisi si rinnova e si riafferma e il parallelo ritorno dello Stato, l’allargarsi dell’intervento pubblico. Nelle situazioni di difficoltà, entrambi i poli si ripensano e si rafforzano. Non ci sarà però un futuro equo se ad entrare in partita non sarà il terzo polo, quello costituito dall’insieme degli attori non istituzionali che agiscono sul mercato e nei servizi pubblici senza obiettivi di profitto. La cooperazione è una fetta considerevole di questo mondo e vuole essere presente. La forza del terzo settore è nella sua molteplicità: volontariato, cooperazione, imprese sociali, enti filantropici e così via. Organizzazioni di diversa natura che operano in tutti gli ambiti e in modi diversissimi tra loro. Ognuna di queste organizzazioni è portatrice di un sapere insurrogabile, che riguarda i luoghi e le comunità in cui si trova ad operare. Per essere incisivi, bisogna ricondurre ad unità questa molteplicità. Il modello neomutualistico proposto Venturi e Zandonai guarda a questa possibilità. Certamente alle istituzioni è richiesto di aprirsi a questi modelli, respingendo tentazioni dirigiste e accogliendo le opportunità legate alla partecipazione della società civile. Costruire vedute comuni capaci di ispirare quella “opzione politica” cui accennava Venturi, è responsabilità di tutti noi. Se le modalità operative non possono che differenziarsi, è necessario lasciarsi accomunare da un fine: contribuire ad uno sviluppo giusto, inclusivo, sostenibile. Il cambiamento coinvolge tutti i livelli: sarà necessario partire da singole esperienze virtuose e ripetibili, laddove si trovano sponde istituzionali, per poi condividere e diffondere le buone prassi. Da qui, il valore dei territori. A Bologna posso dire che sentiamo di avere opportunità e responsabilità particolari su questo fronte. L’amministrazione bolognese, sia a livello comunale, sia a livello metropolitano, si sta aprendo a forme istituzionali nuove, che promettono bene. Mi riferisco al Patto con il Terzo Settore e alla delega in materia di sussidiarietà circolare. Siamo alle premesse di un processo importante, trasversale, che guarda ai prossimi anni e che dovremo accompagnare con pazienza. Il rilancio mutualistico dei rapporti sociali, voglio ripeterlo, non passa solo dalle aperture istituzionali: è un dialogo che necessità una risposta forte e coesa da parte della società civile.

Scritto da
Daniele Ravaglia

Presidente della Alleanza delle Cooperative Italiane di Bologna - costituita da Agci, Confcooperative, Legacoop -, Presidente di Confcooperative Unione Metropolitana di Bologna e Direttore Generale di Emil Banca Credito Cooperativo.

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